La pace fredda non ha ancora smesso di farsi conoscere.

Quest’anno, pur non essendo stato uno dei migliori, sarà chiuso in bellezza con la proiezione online del documentario La pace fredda: la guerra è davvero finita in Bosnia Erzegovina? al International Film Festival Bosnia Herzegovina Looks Around (IFFBHLA).

Il festival avrebbe dovuto svolgersi a Parigi in presenza, ma date le circostanze attuali, è possibile assistere alle varie proiezioni direttamente da casa, permettendo ai più curiosi di guardare alla storia e al futuro della Bosnia Erzegovina.

 

All’IFFBHLA, si parlerà di…

Multinazionalità, multietnicità, multireligiosità

i rischi – le possibilità – le questioni

gli impegni per un futuro sostenibile.

 

Potrete trovare La pace fredda nella sezione “Documentary competition”

che comincia il 20 dicembre alle 16:00 e finisce il 22 dicembre alla stessa ora.

I documentari saranno sottotitolati in inglese.

Se non l’avete ancora visto, è l’occasione giusta!

Clicca qui per vedere la programmazione dell’evento.

 

Regista Marcella Menozzi

Autori Andrea Cortesi e Luca Leone

Il libro con le testimonianze e il documentario sono disponibili sul sito di Infinito Edizioni

Il 27 novembre 2020 dalle 17.30 alle 19.00, appuntamento per il seminario finale del progetto
“Vai. Valorizzare l’autonomia e l’inclusione dei giovani con disabilità in Mozambico”.

 

Le buone prassi nella progettazione di corsi di formazione inclusivi, l’influenza delle nuove tecnologie per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, il ruolo delle organizzazioni sindacali.

Questi i temi affrontati per l’appuntamento online promosso da AIFO, Iscos Emilia-Romagna, Fondazione ASPHI Onlus e Fondazione Montecatone onlus, nell’ambito del progetto Vai. Valorizzare l’autonomia e l’inclusione dei giovani con disabilità in Mozambico, cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

Un incontro per confrontarsi su come fare cooperazione includendo le persone con disabilità, dando voce alle loro speranze, a partire dall’esperienza di inclusione lavorativa che AIFO ha realizzato in Mozambico.

Il panel di interventi vedrà la partecipazione tra gli altri di Elly Schlein, vicepresidente Regione Emilia-Romagna, Simona Venturoli, Project manager AIFO, Sabrina Tardivo, capo progetto AIFO in Mozambico e rappresentanti della Fondazione ASPHI Onlus, Iscos Emilia-Romagna, Cisl Emilia Romagna e dell’Istituto di Formazione Professionale e Studi sul Lavoro di Maputo.

Il webinar si inserisce inoltre tra gli appuntamenti della dodicesima edizione di HANDImatica, promossa da Fondazione ASPHI Onlus, quest’anno dedicata al tema Tecnologie digitali per la comunità fragile.

Iscrizioni al link: https://forms.gle/CT9tFwMTYZGYV1r96

Sono passate quasi due settimane dalla dichiarazione di guerra lanciata del primo ministro etiope Abiy Ahmed alla “clique” politica ed economica di una delle regioni che compongono la Repubblica Federale Etiope, il Tigray People’s Liberation Front (TPLF). Una dichiarazione a cui hanno fatto seguito azioni di cui si sa ancora poco a causa del blocco alle comunicazioni imposto dal governo federale nella Regione del Tigray, scenario di scontro. Un evento particolarmente traumatico per la storia del Paese, che interrompe bruscamente il percorso di pace e sviluppo dell’Etiopia e cosparge di dubbi ed incertezze il futuro. Come ci insegna la storia e ci viene confermato in questi giorni, gli impatti più gravi ricadono sulle tante persone che già vivevano condizioni precarie o di vulnerabilità cronica, a cui siamo soliti pensare per categorie (disoccupati, senza terra, disabili, malati, anziani, bambini), ma non dobbiamo mai dimenticare che sono tutti, univocamente, esseri umani.

La situazione in tutta la Regione è molto difficile. Oltre al blocco totale delle linee telefoniche e internet, manca l’elettricità, indispensabile per il funzionamento degli ospedali e di tutti gli esercizi commerciali. Manca il carburante, senza il quale i veicoli civili e di soccorso non riescono a muoversi, i generatori di elettricità alimentati a benzina non possono funzionare e così alcuni servizi fondamentali tra cui le pompe di estrazione e di circolazione dell’acqua. C’è un blocco quasi totale alla circolazione, non è possibile spostarsi tra le città e i paesi e quindi i generi alimentari cominciano a scarseggiare nelle città. La Regione è isolata, gli aiuti alimentari che quotidianamente venivano distribuiti in abbondanza, non riescono più a raggiungere la popolazione bisognosa. Tutte le banche sono chiuse, non c’è possibilità di prelevare denaro e quindi di far fronte anche all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

Un operatore umanitario che venerdì mattina grazie a permessi speciali e al prezioso aiuto di amici locali è riuscito a lasciare la Regione via terra, racconta che fino ad allora a Mekelle non erano avvenuti combattimenti: solo qualche sparo nei dintorni della città mercoledì 4 e un aereo abbattuto domenica 8 novembre.

La situazione peggiore si registra nella zona occidentale della Regione. Un ufficiale dell’esercito federale ha dichiarato alla Reuters che 500 miliziani tigrini sarebbero stati uccisi negli scontri a Kirakir. Centinaia le perdite subite dalle truppe federali durante l’attacco condotto a Dansha, sempre nella zona ovest della Regione, come riportato da Al Jazeera. La controparte tigrina ha accusato l’esercito federale di aver condotto decine di bombardamenti aerei in aree densamente abitate di Mekelle.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre, centinaia di civili (si stima 500), per lo più lavoratori giornalieri di origine amhara, sono stati massacrati a colpi di coltello e machete da gruppi armati a Mai-Kadra, zona sud-ovest del Tigray. Diversi testimoni hanno incolpato forze leali al TPLF, tra cui la Polizia speciale del Tigray, per il massacro. Secondo le ricostruzioni di Amnesty International, durante il giorno precedente il TPLF e alcune milizie alleate avrebbero perso alcuni scontri in zone limitrofe, per mano dell’esercito federale e delle Forze speciali Amhara. Dopo gli scontri, queste ultime si sarebbero accampate per la notte in una zona periferica di Mai-Kadra e il giorno dopo, rientrando in città, avrebbero scoperto il massacro. Se questa ricostruzione verrà confermata, si tratterebbe di un primo, e probabilmente non ultimo, crimine di guerra.

Gli scontri hanno coinvolto anche la limitrofa Regione Amhara, nelle zone al confine con il Tigray. Venerdì 7 circa 100 persone sono state trattate per ferite da armi da fuoco nella città di Sanja e Gondar, e altre decine nei giorni seguenti.

Se gli scontri dovessero continuare anche nei prossimi giorni, le conseguenze sulla popolazione del Tigray, una regione prevalentemente agricola e molto povera, già duramente colpita dall’invasione delle locuste e dagli effetti del cambiamento climatico, sarebbero catastrofiche. Le Nazioni Unite hanno fatto un appello affinché le comunicazioni e le strade nella Regione vengano riaperte in modo tale da far arrivare almeno cibo e carburante. Oltre 600.000 persone in Tigray ricevono aiuti alimentari dalle Nazioni Unite, a cui si aggiungono le decine di migliaia di beneficiari di iniziative locali ed internazionali di assistenza alimentare ed umanitaria, che nella situazione attuale non operano. Il direttore di UN OCHA Ethiopia (l’ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite), Sajjad Mohammad Sajid ha dichiarato che al momento 2 milioni di persone sono in una condizione “molto, molto difficile”. Tra questi, 100.000 rifugiati attualmente accolti nei campi gestiti dalle Nazioni Unite presenti in Tigray, e altri 100.000 sfollati interni: “anche la sicurezza fisica dei rifugiati è a rischio se il conflitto si espande” ha dichiarato un portavoce di UNHCR Ethiopia. Il rischio crisi umanitaria è ormai più che concreto.

Nei giorni scorsi non meno di 27.000 persone hanno lasciato il Tigray cercando riparo in Sudan. Civili fuggiti dai combattimenti o mossi dalla paura di essere coinvolti, decine di militari etiopi che hanno lasciato il campo di battaglia. Uomini e donne di tutte le età, il 50% bambini secondo la testimonianza di un ufficiale di UNHCR in Sudan raccolta da Reuters, alcuni di questi feriti, quasi tutti con pochissimi beni al seguito, senza cibo né acqua, in cammino da 2 o 3 giorni per sfuggire ai combattimenti. Secondo testimonianze raccolte dalla CNN, alcuni rifugiati hanno raccontato di aver subito bombardamenti da parte del governo federale, di aver assistito a combattimenti in strada e uccisioni di civili a colpi di machete.

Il concentramento delle forze armate federali negli scontri col Tigray sta riaccendendo tensioni interne al Paese. In diverse aree periferiche del Paese sono attivi focolai di tensioni locali che hanno natura varia: competizione per l’accesso a risorse, amministrazione della terra, differenze etniche, irredentismi, sovversione all’autorità. Queste tensioni, spesso sedate tramite il dispiegamento di militari, si stanno riacutizzando in questi giorni proprio a causa del massiccio trasferimento di militari verso il fronte tigrino. Sabato 15 novembre, 34 civili che si trovavano a bordo di un bus in un’area remota tra Wonbera e Chagni, in Benishangul-Gumuz, sono stati uccisi da un gruppo di uomini armati in un attacco che non sembra avere collegamenti diretti con la guerra in Tigray. Lunedì 16 la testata giornalistica Addis Standard ha ricevuto informazioni relative a diversi attacchi avvenuti nel weekend in almeno 5 villaggi della zona Konso, nella Southern Nations, Nationalities and People’s Region, per mano di gruppi armati non meglio specificati: le testimonianze raccolte parlano di molte vittime e di villaggi dati alle fiamme. Entrambe le zone erano state smilitarizzate pochi giorni prima degli attacchi.

Il conflitto si espande. Secondo quanto riferito dal presidente del Tigray Debretsion Gebremedhin, le forze tigrine starebbero combattendo da giorni contro 16 divisioni dell’armata eritrea, nel confine nord della Regione. Nonostante le smentite del governo etiope, la notizia sarebbe confermata da diverse testimonianze raccolte ad Humera: con l’alleanza tra Isaias e Abiy il Tigray si trova praticamente accerchiato. Sabato 14, le forze armate tigrine hanno bombardato la capitale eritrea Asmara.

Sempre nel weekend i tigrini hanno lanciato missili contro gli aeroporti di due grandi città della Regione etiope Amhara (che confina a nord con il Tigray): Gondar e Bahir Dar. Interrogato sulla possibilità di un attacco diretto alla capitale etiope Addis Abeba, Debretsion non ha smentito: “Non voglio dirtelo, ma abbiamo missili a lungo raggio” in grado, si sottintenda, di coprire gli oltre 800km che separano Mekelle da Addis Abeba.

La possibilità che il conflitto si espanda ulteriormente e faccia piombare l’Etiopia nel caos spaventa molto la comunità internazionale. Negli ultimi anni il Paese ha assunto un ruolo chiave nel difficile processo di stabilizzazione e pacificazione del Corno d’Africa, che rischia di saltare, portandosi dietro Paesi già fortemente instabili quali Somalia, Eritrea e Sud Sudan.

L’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha espresso preoccupazione per l’“integrità del Paese e la stabilità dell’intera regione” del Corno d’Africa se la situazione attuale dovesse perdurare.

A riprova della rilevanza internazionale dello scontro in atto, tanti leader africani si sono mossi di persona per incontrare gli alti vertici etiopi e promuovere la cessazione delle ostilità e il dialogo: il Presidente dell’Uganda Museveni e l’ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, il Presidente kenyano Kenyatta e il governo del Sudan.

Queste si sommano alle dichiarazioni del Presidente dell’Unione Africana Moussa Faki Mahamat e del Segretario generale dell’ONU António Guterres, che hanno chiesto un immediato cessate il fuoco per la stabilità dell’Etiopia e del Corno d’Africa, il rispetto dei diritti umani e la protezione dei civili.

In una lettera inviata al Presidente del Sudafrica e al Presidente dell’Unione Africana, il 9 novembre il governatore del Tigray Debretsion Gebremichael ha aperto al dialogo affermando che “i problemi politici non possono essere risolti per vie militari” e chiedendo alle autorità internazionali di fare pressioni affinché il governo federale cessi le azioni militari nella Regione.

In risposta, Abiy ha più volte ribadito la legittimità delle azioni portate avanti, definite “law enforcement operations” di uno stato sovrano nei confronti di un’autorità subordinata e illegale, volte a portare pace e stabilità per tutto il popolo etiope e una volta per tutte. Secondo il governo federale i negoziati di pace saranno possibili solo quando tutti gli armamenti tigrini saranno distrutti, i funzionari federali saranno rilasciati e i leader della Regione arrestati. Le preoccupazioni della comunità internazionale sono dunque considerate “infondate” e dovute ad una mancata “conoscenza approfondita” del “nostro contesto”. “Non avremo pace finché questa giunta non sarà consegnata alla giustizia”.

Le autorità tigrine – formalmente deposte e sostituite da un governo di transizione istituito dal Parlamento di Addis – hanno chiamato tutta la popolazione alle armi e a difendersi dall’aggressione del governo federale.

Poche ore fa il Presidente Abiy ha annunciato che i 3 giorni concessi per la resa delle forze militari tigrine in disaccordo col TPLF sono terminati, e che di conseguenza stanno per iniziare le azioni decisive.

 

Marcello Poli – 17 novembre 2020

 

 

La pace fredda a 25 anni dagli accordi di pace di Dayton è la seconda tappa del percorso avviato dagli organizzatori a luglio delle due giornate di riflessione “Srebrenica: 25 anni dopo – Rileggere i Balcani, una lunga storia europea”. L’estate scorsa, si era partiti da uno dei momenti più tragici della recente storia europea, l’uccisione di oltre 8mila persone a Srebrenica, avvenuta a partire dall’11 luglio 1995: quel giorno le truppe guidate da Ratko Mladic entrarono in un piccolo paese della Bosnia Erzegovina per compiere un violentissimo atto di pulizia etnica, il più grande massacro in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Le attività reggiane di approfondimento storico continuano con l’obiettivo di offrire un percorso di ricostruzione storica, con spunti per l’analisi del presente, dei conflitti nei Balcani, con particolare attenzione alla Bosnia Erzegovina. Testimoni ed esperti di primo piano partecipano alla ricorstruzione degli avvenimenti che segnarono negli anni ’90 il territorio dell’ex Jugoslavia.

Il nuovo appuntamento è per mercoledì 25 novembre alle 21:00, per un incontro online: un’occasione per ricordare gli accordi firmati nel 1995 a Dayton, in Ohio, che suggellarono la fine del conflitto in Bosnia Erzegovina senza però portare a una vera pace. Si arrivò appunto a una “pace fredda”, incapace di raffreddare le tensioni e i rancori esplosi negli anni precedenti e tornati man mano a galla nel corso degli anni.

L’evento sarà trasmesso in diretta web sulle pagine Facebook di Istoreco, Iscos Emiia Romagna e Fondazione E-35. La giornalista e ricercatrice Simona Silvestri intervisterà due dei principali esperti italiani della storia dell’ex Jugoslavia, Alfredo Sasso dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e Luca Leone di Infinito Edizioni. Le conclusioni saranno affidate a Maurizio Battini, direttore generale del Comune di Reggio Emilia.

Per assistere all’incontro è sufficiente aprire le pagine Facebook di Istoreco, Iscos Emiia Romagna e Fondazione E-35 dalle 21 e guardare il video in riproduzione. Non è necessario avere un profilo Facebook attivo per visualizzare il video.

 

 

 

L’evento è promosso da Iscos Emilia-Romagna, Comune di Reggio Emilia, Fondazione E-35, Istoreco, Fondazione Mondinsieme, l’associazione MirniMost Un ponte per la pace in collaborazione con Cisl Emilia Centrale, Infinito Edizioni e l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa e il contributo della Regione Emilia-Romagna. La serata fa inoltre parte delle attività del progetto “MOST – un ponte per la pace e i diritti umani tra Reggio Emilia e i Balcani”.

 

 

 

(versión en español abajo)

 

In questo periodo in cui riunirsi dal vivo è diventato estremamente difficile, abbiamo deciso di organizzare tre conferenze svoltesi online in modo da offrire un’occasione di confronto riguardo alla catena di valore tessili dell’alpaca e della vigogna, nonostante i chilometri che ci separano. Abbiamo cercato di riunire, dietro al computer, esperti del settore per condividere la loro esperienza e le loro conoscenze con il pubblico, in particolare con gli allevatori che sono i primi interessati. Inoltre, i partecipanti sono stati invitati, al termine delle conferenze, ad assistere a laboratori tematici e settoriali, tutt’oggi in corso. Ovviamente, nuove adesioni sono sempre possibili. Tutti questi eventi partecipano all’organizzazione di un seminario internazionale che si svolgerà a Cusco e online nel mese di maggio 2021 con l’intenzione di approffondire la questione dell’associativismo, delle tecnologie e innovazioni nella catena di valore tessili dei camelidi sudamericani. Questa iniziativa è nata nel contesto del progetto Tessendo la Solidarietà con capofila Progettomondo.mlal, un progetto finanziato dall’AICS, ISCOS Emilia-Romagna insieme al Centro Bartolomé de las Casas (ONG peruviana, Cusco).

 

Il miglioramento genetico dell’alpaca

La prima conferenza si è focalizzata sulle motivazioni genetiche, socio-economiche e ambientali del miglioramento genetico dell’alpaca. Il dottore veterinario Carlo Renieri dell’Università di Camerino ha introdotto il tema mettendo in rilievo che, “un metodo per la selezione di alpaca e lama deve tenere in considerazione sia gli animali che gli allevatori e deve avere una corretta gestione dell’ambiente. Sono le dimensioni di base che interagiscono simultaneamente per permettere l’ottenimento di un sistema sostenibile”. Terminato l’intervento di Renieri, venne organizzata una tavola rotonda con esperti del miglioramento genetico: Celso Ayala, un medico veterinario dell’Università Mayor de San Andrés (UMSA) di La Paz, in Bolivia e l’ingegniere agronomo Gustavo Gutierrez dell’Università Nacional Agraria La Molina (UNALM) di Lima, in Perù. Per concludere, le organizzazioni di allevatori di alpaca Calpex (Perù) e Aigacaa-Coproca (Bolivia) hanno presentato le loro esperienze pilota attraverso la voce dei loro rappresentanti, Juan Portada Tito e David Olivares.

 

Il benessere animale, tracciabilità e certificazione etica

La seconda conferenza si è concentrata sulla questione del benessere animale e delle pratiche di tracciabilità della fibra per la certificazione etica e ambientale dei produttori. Il dibattito venne aperto da Maria Wurzinger dell’Università Nacional Agraria La Molina (UNALM) di Lima e ricercatrice principale della BOKU-Università di Risorse Naturali e Scienza della Vità di Vienna (Austria). Durante il suo intervento, si è focalizzata sul sistema di certificazione della fibra animale e sui benefici che si potrebbero ottenere dall’applicazione di questo metodo alla fibra di alpaca. Di seguito, è intervenuto Sergio Foglia, dell’impresa Fratelli Piacenza SpA, che lavora nel settore tessile dal 1966. Si è interessato al funzionamento del mercato internazionale della fibra di alpaca e all’importanza crescente della sostenibilità ambientale e sociale per i consumatori. Ha trattato anche di temi più polemici come la denuncia di PETA riguardo ai trattamenti inadeguati dell’alpaca al fundo Mallkini di Michell Group e le inevitabili conseguenze dello scandalo per gli allevatori. Dopodiché, Aigacaa-Coproca ha presentato la sua esperienza di tracciabilità della fibra e Calpex si è soffermato sul suo sistema di raccolta, classificazione e lavorazione della fibra ed infine di vendita in Italia.

 

Commercializzazione ed esportazione della fibra di vigogna

La terza e ultima conferenza trattava la commercializzazione e l’esportazione della fibra di vigogna, focalizzandosi particolarmente sulle esperienze comunitarie e il ruolo dello Stato. Il primo intervento, interrotto purtroppo da un problema di rete, è stato curato da cura di Marco Antonio Zuñiga Velando, ricercatore dell’Università Alas Peruanas di Huancavelica in Perù dove è responsabile di 1800 vigogne. Karina Santti Sanchez del Servizio Nazionale Forestale e di Fauna Selvatica (SERFOR – Perù) si è soffermata sul tema della gestione pubblica riguardo l’utilizzo e la commercializzazione della fibra di vigogna e i prodotti realizzati con questa pregiata fibra. Daniel Maydana, antropologo di formazione ed esperto nella gestione di risorse naturali, si è dedicato all’esposizione della situazione in Bolivia in quanto tecnico dell’Associazione Nazionale di Gestori della vigogna. Terminata la presentazione del quadro peruviano e boliviano, la parola passò a Willy Gallia, sustainability manager di The Schneider Group. Oggi, vive e lavora in Italia ma viene dall’Argentina dove il gruppo ha una certa esperienza nell’ambito della gestione della vigogna. Gallia ha presentato con un’ottica internazionale la collaborazione tra Schneider e Calpex, raccontando le esperienze acquisite dal commercio della suddetta fibra. Infine, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare esperienze provenienti dalle comunità grazie alla partecipazione di Juan Portada, il direttore di Calpex e Jorge Paco Dias, l’ex presidente di ACRIVIR (Cusco), seguito da Daniel Maydana che ha preso la parola al posto di Rene Paca, presidente di ACOFIV in Bolivia.

 

E adesso…cosa facciamo?

Se siete curiosi di scoprire nel dettaglio gli interventi, le riflessioni e domande inerenti alle conferenze, vi è ancora possibile guardarle con i video accessibili con i link riportati qui sotto: (i link arrivano prossimamente)

 

Il nostro ciclo di eventi che ruota attorno al vasto mondo dei camelidi non si è ancora concluso. Pertanto, vi invitiamo ad assistere al primo laboratorio per discutere l’organizzazione e la gestione di un programma di miglioramento genetico.

L’iscrizione è molto semplice. Basta cliccare sul link riportato in seguito e compilare il formulario: https://bit.ly/2UcFZst

Riceverete una notifica con il link che serve per accedere al laboratorio di giovedì.

 

 

CONFERENCIAS SOBRE LOS CAMÉLIDOS SUDAMERICANOS DE PERÚ Y BOLIVIA

En este período en el cual reunirse en vivo se ha vuelto casi imposible, hemos decidido organizar tres conferencias virtuales para crear la posibilidad de encontrarnos alrededor de un mismo tema a pesar de los kilómetros que nos separan. Hemos tratado de reunir a expertos del sector detrás de la computadora para compartir con el público sus experiencias y conocimientos, especialmente con los alpaqueros y vicuñeros que son los primeros interesados. Esta iniciativa nació en el marco del proyecto Tejiendo la Solidaridad, con líder Progettomondo.mlal, un proyecto financiado por AICS (Agencia Italiana para la Cooperación al Desarrollo), ISCOS Emilia-Romagna junto con el Centro Bartolomé de las Casas (ONG peruana, Cusco).

Las presentaciones de los profesionales permitieron recordar la importancia del asociativismo, de las tecnologías e innovaciones en las cadenas de valor textil de los camélidos sudamericanos. Cada conferencia dejó espacio a las preguntas de los participantes permitiendo el diálogo sobre los temas tratados. La programación incluyó un ciclo de tres conferencias y, posteriormente, una serie de talleres temáticos y sectoriales todavía en proceso. Si esta interesado, no es demasiado tarde para participar (informaciones al final del articulo). Todos estos eventos participan en la organización de un seminario internacional que se llevará a cabo en Cusco y en manera virtual en el mes de mayo del 2021.

 

Mejoramiento genetico de la alpaca

La primera conferencia se centró en las motivaciones genéticas, socioeconómicas y ambientales del mejoramiento genético de alpaca. El médico veterinario Carlo Renieri de la Universidad de Camerino introdujo el tema explicando que “Un método para la selección y cría de alpacas y llamas debe tomar en cuenta tanto a los animales como a los criadores y a un manejo adecuado del medio ambiente, dimensiones básicas que interactúan simultáneamente para lograr un sistema sostenible”. Después de la intervención de Renieri, se inició una mesa redonda con especialistas en mejoramiento genético: Celso Ayala, médico veterinario de la Universidad Mayor de San Andrés (UMSA) de La Paz, Bolivia y el ingeniero agrónomo Gustavo Gutiérrez de la Universidad Nacional Agraria La Molina (UNALM) de Lima, Perú. Finalmente, las organizaciones de productores de alpacas, Calpex (Perú) y Aigacaa-Coproca (Bolivia) presentaron sus experiencias piloto gracias a sus representantes Juan Portada Tito y Davod Olivares.

 

Bienestar animal, trazabilidad y certificación etica

La segunda conferencia se interesó a la cuestión del bienestar animal y de las prácticas de trazabilidad de la fibra para la certificación ética y ambiental de los productores. Ha abierto el debate Maria Wurzinger de la Universidad Nacional Agraria La Molina (UNALM) de Lima e investigadora principal de la BOKU-Universidad de Recursos Naturales y Ciencias de la Vida de Viena en Austria. Explicó el sistema de certificación de fibra animal y los beneficios que podría traer si viniera aplicado a la fibra de alpaca. A continuación, habló Sergio Foglia de la empresa Fratelli Piacenza Spa que trabaja en el sector textil desde 1966. Trató de explicar el funcionamiento del mercado internacional de fibra de alpaca y la importancia creciente de la sostenibilidad ambiental y social para los consumidores. También, se ocupó de temas más polémicos en este momento como la denuncia de PETA en relación con el maltrato de alpacas en el fundo Mallkini de Michell Group y sus consecuencias inevitables para los alpaqueros. Después de eso, Aigacaa-Coproca presentó su experiencia en trazabilidad de fibra de alpaca y Calpex contó cómo se desarrolla el procesamiento de la fibra, su clasificación y venta en Italia.

 

Comercialización y exportación de la fibra de vicuña

La tercera y última conferencia versó sobre la comercialización y la exportación de fibra de vicuña, con interés particular para las experiencias comunitarias y el papel del Estado. La primera presentación era de Marco Antonio Zuñiga Velando pero lamentablemente, fue interrumpido por un problema de red. Es investigador de la Universidad Alas Peruanas de Huancavelica en Perú, donde es responsable de 1800 vicuñas. Karina Santti Sánchez del Servicio Nacional Forestal y de Fauna Silvestre (SERFOR – Perú) ha seguido presentando su experiencia en la gestión pública de manejo y comercialización de fibra de vicuña y sus productos derivados. Daniel Maydana, antropólogo de formación y experto en el manejo de los recursos naturales, hizo su ponencia sobre la situación en Bolivia en cuanto de la Asociación Nacional de Manejadores de Vicuñas de Bolivia. Después de explorar las experiencias comunitarias peruanas y bolivianas, le dimos la palabra a Willy Gallia, sustainibility manager del Schneider Group. Vive y trabaja en Italia pero viene desde Argentina donde el grupo tiene experiencia en el manejo de vicuña. Presentó desde una perspectiva internacional, la colaboración entre Schneider Group y Calpex sobre la comercialización de fibra de vicuña. Por fin, tuvimos la oportunidad de escuchar experiencias directas desde las comunidades con Calpex pero también Jorge Paco Días, el expresidente de ACRIVIR (Cusco), seguido por Daniel Maydana quien tomó la palabra en lugar de Rene Paca, presidente de ACOFIV de Bolivia.

 

Si tiene curiosidad, puede descubrir las reflexiones, exposiciones y preguntas de los ponentes y participantes mirando los videos de las conferencias hagando clic sobre los enlaces: (los enlaces llegarán proximamente)

Sobre todo, nuestro ciclo de eventos aún no se ha cerrado. Les invitamos a asistir al primer laboratorio para debatir sobre la organización y el manejo de un programa de mejora genética.

Inscribirse es muy sencillo. Haga clic en el enlace y complete el formulario: https://bit.ly/2UcFZst

Recibirá una notificación con el enlace para acceder al laboratorio el jueves.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine è successo, o forse no. Dalle 18 di ieri, ora italiana, si rincorrono le voci di un bombardamento aereo in corso su Mekelle, capoluogo della regione settentrionale dell’Etiopia, il Tigray, condotto dal governo federale (leggasi centrale). La notizia rimbalza su Twitter, condivisa da centinaia di account di tigrini espatriati preoccupati per la salute di parenti o amici rimasti in Tigray, coi quali non riescono a mettersi in contatto dalla sera di martedì 3 novembre. Da quando cioè è scattato l’ultimo blocco totale alle linee telefoniche, una misura attuata spesso dal governo federale su Ethiotelecom – l’unico provider di rete telefonica operante nel Paese, di proprietà pubblica – in aree del Paese o periodi di eccezionale instabilità sociale e politica, per controllare le comunicazioni e impedire a criminali, o semplici attivisti ed oppositori al governo, di organizzare manifestazioni o condividere notizie. Questa volta il blocco ha anticipato di qualche ora quella che viene da più parti considerata come una dichiarazione di guerra al Tigray, emessa dal primo ministro Abiy Ahmed nella mattina di mercoledì 4 novembre. Con buona pace del Premio Nobel, per la pace appunto, attribuitogli l’anno scorso.

 

“Mio fratello minore è a Mekelle. Non abbiamo più avuto sue notizie da quando è iniziato il conflitto e io sono preoccupata e mia madre, inutile dirlo, preoccupata a morte.”

“Mio marito è a Mekelle. Io sono in India. I messaggi funzionano a Mekelle?”

“Avendo vissuto l’ultima guerra civile in Etiopia, il recente bombardamento della mia città natale Mekelle fa riemergere il trauma avuto durante i bombardamenti dei jet MiG per mano di Mengistu. Prego per la pace!”

“Allarme! Allarme! Salvate l’Africa! L’Africa orientale è in fiamme per mano del dittatore Abiy Ahmed Ali. Non riesco a contattare mia madre e molti altri cari a causa del blackout delle telecomunicazioni imposto da Abiy.”

“Sta succedendo molto qua negli Stati Uniti, ma devo dire che sono sconcertata dalle azioni del premier etiope Abiy Ahmed contro il popolo del Tigray. La mia famiglia è a Mekelle. Non siamo in grado di contattarli perché tutte le reti di comunicazione sono state spente.”

 

Questi sono alcuni dei messaggi di preoccupazione condivisi su Twitter nelle ultime ore. Ma non c’è nessun riscontro ufficiale. Con il blocco totale delle comunicazioni – forse interrotto solo da una brevissima e temporanea riattivazione degli SMS ieri in serata – e l’interruzione di tutti i voli da e per il Tigray da mercoledì mattina, che ha solo anticipato di qualche ora la chiusura ufficiale dei 4 aeroporti nella Regione comunicata stamattina, non è possibile sapere cosa stia succedendo in Tigray. Non ci è possibile sapere se i nostri colleghi e compagni del sindacato CETU, i collaboratori, gli amici, i lavoratori e le lavoratrici che abbiamo incontrato e conosciuto in questo anno e mezzo di attività in Tigray al loro fianco, stanno bene o meno. Se c’è stato o meno un bombardamento aereo questa notte, se questo ha coinvolto civili, se ha lasciato vittime. E’ sconcertante e a tratti paradossale, in un momento storico in cui (almeno per chi scrive e chi legge), possiamo avere accesso a pressochè ogni tipologia di informazione in pochi secondi. Di quello che sta succedendo in Tigray non si può e non si deve sapere nulla.

Il primo ministro Abiy affida a 2 tweet stamattina uno dei pochissimi commenti su quello che sta succedendo in Tigray.

 

“Le operazioni delle Forze Federali di Difesa in corso nel nord dell’Etiopia hanno obiettivi chiari, limitati e raggiungibili: ripristinare lo stato di diritto e l’ordine costituzionale e salvaguardare il diritto dei cittadini etiopi di condurre una vita pacifica ovunque si trovino nel Paese.”

“Il governo federale ha cercato pazientemente per diversi mesi di risolvere le divergenze con i dirigenti del TPLF in modo pacifico; abbiamo cercato la mediazione, la riconciliazione, il dialogo. Sono tutti falliti per colpa dell’arroganza e dell’intransigenza criminale del TPLF. Per ultimo, il TPLF ha attaccato il Comando del Nord [dell’esercito d’Etiopia] basato in Tigray”

 

Il TPLF è il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, il partito politico che è nato come movimento di lotta armata e protagonista della liberazione del popolo etiope dalla dittatura degli anni ’70 e ’80, e che ha fondato e guidato la coalizione che ha governato il Paese negli ultimi 30 anni (EPRDF), durante i quali il partito stesso ha preso il controllo di apparati nevralgici del Paese, dall’economia alle forze armate. Con la nomina di Abiy Ahmed a primo ministro – avvenuta abbastanza inaspettatamente nel 2018 in seguito alle dimissioni del predecessore Hailemariam (mai veramente in grado di gestire la pesante eredità di Meles Zenawi) – il TPLF ha cominciato a perdere potere politico ed economico, ed è cominciata un’escalation di accuse e tensioni tra il partito tigrino e il governo federale.

Il 6 ottobre, il parlamento federale ha votato la sospensione di ogni relazione tra le autorità federali e quelle tigrine. La decisione ha rotto definitivamente i rapporti già molto tesi tra le due parti, e ulteriormente aggravatisi dopo che il TPLF ha proceduto con le elezioni politiche in Tigray in autonomia, in aperta opposizione alle decisioni del governo federale di rimandarle causa pandemia da coronavirus. Oltre alle inevitabili conseguenze in termini politici, la decisione del parlamento, fortemente voluta dal governo, mette a rischio la concreta sopravvivenza di milioni di abitanti della Regione, in larga parte agricoltori cronicamente vulnerabili e dipendenti dai sussidi statali e dagli aiuti umanitari. Si stima che il Tigray potrebbe perdere circa 281 milioni di dollari di sussidi federali.

Ad ulteriore riprova delle crescenti tensioni, nelle settimane passate si sono registrati diversi trasferimenti di truppe militari federali da diverse aree del Paese al confine tra la Regione Amhara e quella del Tigray. Uno di questi spostamenti sembra essere stato alla base dell’uccisione di 54 civili di etnia amhara in un compound scolastico in Oromia da parte di milizie armate non meglio identificate, avvenuto un giorno dopo che i militari presenti in quella zona erano stati trasferiti, pare, appunto, al confine col Tigray.

In risposta, domenica scorsa, il presidente del governo della Regione del Tigray Debretsion Gebremichael ha affermato ad una Tv locale:

 

“Se la guerra è imminente, siamo pronti. Non solo a resistere, ma a vincere.”

 

La mattina del 4 novembre, con un videomessaggio al Paese e un comunicato scritto, il primo ministro Abiy ha dichiarato che le forze del TPLF hanno assaltato due Comandi Nazionali dell’Esercito federale etiope a Mekelle e Densha, in Tigray, causando vittime e feriti, nel tentativo di sottrarre artiglieria ed altri equipaggiamenti militari.

 

“L’ultima linea rossa è stata oltrepassata con gli attacchi di questa mattina e il governo federale si trova costretto ad uno scontro militare” recita il comunicato, “Le Forze Federali di Difesa, sotto la direzione del Posto di Comando, sono state ordinate di svolgere la loro missione di salvare il Paese e la Regione dal vortice dell’instabilità.”

 

Queste parole sanciscono, senza mezzi termini, l’inizio dell’offensiva armata dell’esercito federale contro quello regionale.

Le notizie relative a mercoledì, confuse, frammentarie e non confermate, parlavano di scontri avvenuti nel confine sud-occidentale della Regione, al confine con l’Amhara, e di una situazione pacifica a Mekelle sebbene si vociferasse di un dispiegamento eccezionale di forze armate regionali nel capoluogo, e di spari avvertiti nei dintorni della città.

Ieri, giovedì 5 novembre, il governo federale ha dichiarato 6 mesi di stato di emergenza per la Regione del Tigray e sancito la chiusura dello spazio aereo. 23 anni dopo i bombardamenti perpetrati dagli aerei militari eritrei nel corso dello scontro etiope-eritreo risolto solo 2 anni fa, alle 18 ora italiana, Mekelle, città da mezzo milione di abitanti, sarebbe ripiombata sotto un bombardamento aereo, questa volta per mano dell’esercito etiope.

Nel resto del Paese, oggi, ufficiali di etnia tigrina della polizia federale, della polizia di Addis Abeba e delle Forze di Difesa Federali sono stati disarmati. I rischi che la situazione possa aggravarsi ulteriormente in Tigray e che possa perpetrarsi a lungo sono molto alti. E’ concreto anche il rischio che si scatenino drammatiche ripercussioni in tutto il Paese e che, come spesso accade, siano le fasce più vulnerabili della popolazione a pagare il prezzo più alto.

 

Marcello Poli – 6 novembre 2020

Nella Provincia di Cabo Delgado si sta verificando una crisi umanitaria tanto grande quanto poco conosciuta a livello mediatico. La scoperta di risorse primarie e preziose ha presto attirato grandi capitali stranieri per l’approvvigionamento, senza che però questo sviluppo industriale venga recepito e integrato nel tessuto socio-economico locale.

Perché Cabo Delgado è una zona di interesse strategico Nel corso degli ultimi dieci anni la Provincia ha registrato un aumento degli investimenti diretti esteri che ha oltrepassato i 600 milioni di dollari nel 2014 (https://omrmz.org/omrweb/wp-content/uploads/DR-63-actualizado.pdf). In effetti, Cabo Delgado è divenuta una zona di forte interesse per diversi attori, sia locali che internazionali, grazie alla presenza di importanti risorse naturali e preziose tra cui marmo, avorio, pietre preziose e gas naturale. La strategia del governo nazionale, che incentiva un modello economico estrattivo e orientato alle esportazioni, ha presto concesso l’uso della terra alle grandi compagnie che manifestavano interesse.

Tra i principali investitori troviamo la compagnia francese Total, quella americana Anadarko Petroleum Corporation e l’italiana Eni, che è presente nel Paese dal 2006. Oltre a queste tre principali, sono presenti anche altri investitori extraeuropei, come la Cina, il Brasile, l’India, il Giappone e l’Australia (https://www.dw.com/en/gas-investors-in-mozambique-choose-appeasement-in-face-of-islamist-violence/a-54156451). Attualmente, la maggior parte delle compagnie si trova ancora in una fase di studio ed esplorazione. Tra il 2011 e il 2012 l’Eni e la Anadarko hanno compiuto la più grande scoperta: un giacimento di 7000 miliardi di metri cubici di gas vicino la costa settentrionale della Provincia, che sarebbe il quarto più grande progetto offshore di gas (https://downtoearthmagazine.nl/the-curse-of-natural-gas-in-mozambique/). I progetti prevedono anche la costruzione di nuove vie di transito, come porti e aeroporti, sia per l’arrivo del personale straniero, sia per il trasporto della materia prima estratta.

Lo stanziamento di queste grandi risorse e i piani di sviluppo legati all’implementazione delle industrie hanno, dunque, alimentato grandi aspettative di impiego e di guadagno nella popolazione locale.

Le prime criticità La regione di Cabo Delgado e quella di Niassa, che insieme formano l’area settentrionale del Mozambico, registrano il tasso di analfabetismo più alto del Paese. Inoltre, proprio le zone di maggior penetrazione degli investimenti sono quelle con maggiori criticità per ciò che riguarda i tassi di povertà. Esistono forti privazioni anche in campo sanitario e di accesso ai beni principali, come l’energia elettrica, l’acqua e l’accesso ad abitazioni dignitose. Ciò provoca una forte discrepanza fra aspettative di creazione di impiego nella fiorente industria estrattiva e realtà. La manodopera richiesta per l’industria e i servizi è specializzata, dunque non può essere reperita a livello locale, dato che spesso chi conclude gli studi arriva a un livello medio di scolarizzazione e non ha la possibilità di accedere a corsi di studio maggiormente professionalizzanti. Inoltre, alcuni studi hanno verificato la presenza di solo 7 strutture per l’insegnamento tecnico professionale in tutta la Provincia, per una popolazione attiva (15 – 30 anni) di circa 559.000 persone.  Di fatto, la disoccupazione giovanile si traduce in una spinta migratoria rurale-urbana, aumentando le pressioni nelle infrastrutture e consolidando un modello economico duale e parallelo fra lavoro formale e informale.

Così come è accaduto in precedenza nella Provincia di Tete, nota per i giacimenti di carbone, le conseguenze degli investimenti stranieri hanno provocato un impatto negativo sulla popolazione locale, non preparata ad accogliere un modello economico di questo tipo. Tra le conseguenze più comuni c’è la perdita di terra, che un tempo apparteneva alla popolazione locale e veniva sfruttata per le proprie attività economiche e sociali. In particolare, questo ha riguardato la zona costiera del Nord, dove erano presenti popolazioni di pescatori locali costretti ad abbandonare le proprie terre e a rinunciare alla loro principale fonte di guadagno.Secondo l’Observatorio do Meio Rural, l’indennizzo ricevuto dalle famiglie è stato di 5.000 meticais a mese, contro il range di 10.000-40.000 meticais che un pescatore riusciva a guadagnare in venti giorni con il proprio lavoro. Si stima che circa 2.500 famiglie sono o verranno spostate dai loro luoghi di origine.

La situazione peggiora Un escalation di eventi e tensioni sociali ha contribuito al rallentamento dell’inizio della fase di estrazione del gas. Nel 2019 il Mozambico è stato colpito da ben due cicloni nel giro di pochi mesi. Uno di questi, conosciuto come ciclone Kenneth, si è abbattuto proprio nella Provincia di Cabo Delgado distruggendo interi villaggi. A ciò si è aggiunto il fenomeno del terrorismo, che non ha fatto fatica a insediarsi in una tale situazione di povertà e frustrazione.

Sebbene gli attacchi da parte di bande armate, conosciuti come Al-Shabab (gioventù) siano cominciati nel 2017, è solo a partire dal 2020 che si è verificata un’intensificazione della violenza (circa 195 episodi secondo un report OCHA del 2020): sono stati occupati quattro municipi fra cui Mocímboa da Praia, Macomia, Muidumbe e Quissanga per poi raggiungere sia il sud della regione (Metuge) che le zone più interne (Nangade e Mueda). Gli attacchi, inoltre, sono diventati sempre più strutturati e organizzati, ampliando anche gli obiettivi, tra cui edifici simbolo dello Stato e basi militari. Spesso i terroristi indossano le uniformi dell’esercito mozambicano e possiedono di volta in volta armi più sofisticate. La destabilizzazione dell’area ha raggiunto infatti il suo culmine con l’occupazione di due ampie e popolose zone della provincia, mentre in un primo momento si trattava solo di episodi circoscritti ad alcuni villaggi.

Chi sono i terroristi Sempre più spesso si parla di terrorismo di matrice islamica (https://www.africarivista.it/mozambico-gli-altri-al-shabaab/159437/), dal momento che la crescente strutturazione e organizzazione degli attacchi in Mozambico fa pensare a un finanziamento da parte di altri gruppi jihadisti provenienti dall’area centroafricana, in particolare Somalia, Kenya e Uganda. Alcuni degli attacchi sono stati inoltre rivendicati direttamente dallo Stato Islamico. Come evidenziano alcuni studi (https://omrmz.org/omrweb/publicacoes/or-93/), la percezione di esclusione e privazione viene recepita in modo particolare dalla popolazione musulmana presente a Cabo Delgado. Questa si identifica sempre di più con un sentimento di frustrazione e opposizione verso lo Stato, che difende gli interessi economici a discapito di alcuni gruppi della società, portando a un aumento delle adesioni a movimenti con discorsi fortemente identitari e populisti. Quello che succede in Mozambico quindi, viene paragonato alla strategia di Boko Haram in Nigeria: un gruppo emarginato prende le armi contro il governo sfruttando il malcontento, in particolare quello dei giovani disoccupati. Questi sono spinti anche dalle necessità economiche dato che spesso questi gruppi promettono denaro a chi decide di arruolarsi.

Quali siano gli attori coinvolti nel contrasto o appoggio ai terroristi a livello internazionale, rimane per molti osservatori “oscuro” (https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/10/mozambico-azioni-jihadisti). Esistono forti interessi per il controllo delle risorse e in particolare per il controllo delle rotte su cui si muovo i traffici illeciti. Se gli unici finanziatori dei gruppi di ribelli siano i jihadisti rimane ad oggi un tema fortemente dibattuto.

Verso la crisi umanitaria Circa 250.000 persone si trovano sfollate dopo essere fuggite dai propri villaggi per scampare agli episodi di violenza e terrorismo (https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Mozambique%20-%20Cabo%20Delgado%20-%20Humanitarian%20Snapshot%2C%20July%202020.pdf).

Un numero sempre maggiore di persone ha perso la propria casa, vivendo in abitazioni di parenti o in alloggi insicuri e temporanei. Le organizzazioni umanitarie presenti cercano di fornire i beni di prima necessità, ma questi scarseggiano sempre di più di fronte all’aumento degli sfollati. La mancanza di un numero appropriato di sanitari nei luoghi di accoglienza porta all’aumento di casi di colera, che si aggirano intorno ai 1.203. Con la pandemia globale, che non ha risparmiato il Mozambico, la situazione si fa ancora più drammatica: impossibile mantenere il distanziamento sociale, specie durante la distribuzione degli alimenti, come ha evidenziato Manuel Nota della Caritas Diocesiana di Pemba. In Mozambico vi sono circa 1.500 casi confermati di coronavirus, la maggior parte dei quali proprio nella Provincia di Cabo Delgado.

Tra gli altri problemi segnalati vi sono l’insicurezza alimentare, dato che 310.000 persone non hanno accesso agli alimenti di base. Circa 54.000 bambini inoltre soffrono di malnutrizione.

Creazione di meccanismi di integrazione socioeconomica come via d’uscita Le organizzazioni locali chiedono maggiore impegno nella creazione di meccanismi di reintegrazione socioeconomica delle famiglie, attraverso creazione di impiego e autoproduzione alimentare.

Oltre agli aiuti e alla distribuzione di beni di prima necessità, che possono essere utili per far fronte all’emergenza, serve infatti un cambiamento strutturale che permetta alle famiglie di emanciparsi ed essere così integrate nel sistema socioeconomico. È necessario consolidare un modello economico sostenibile nel lungo periodo, ma anche offrire delle alternative di vita ai giovani.

La frustrazione e la mancanza di lavoro, associate alla bassa formazione e scolarizzazione, aumentano la probabilità che i giovani vengano cooptati dalle bande armate. Secondo i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, a poco serve l’azione di sensibilizzazione per evitare un simile fenomeno. Sempre più giovani, infatti, entrano nei gruppi armati o iniziano attività economiche illecite (contrabbando di pietre preziose, per esempio) non avendo altre prospettive economiche di lungo termine e dovendo affrontare quotidianamente sfide per la loro stessa sopravvivenza.

Molti enti locali richiedono quindi fondi e investimenti per l’aumento e promozione della formazione professionale che permetta ai ragazzi di acquisire delle competenze per creare delle proprie attività. Attraverso l’autoimpiego e la costruzione di incubatrici di impresa si può quindi dare un’alternativa al “guadagno facile” e spesso pericoloso che deriva dalle attività clandestine. Nelle zone rurali in particolare, dove l’istruzione si ferma alla settima classe, i ragazzi vengono considerati già formati. Tuttavia sono proprio queste le zone con i più alti tassi di analfabetismo. Attività lavorative per la produzione alimentare, quindi, potrebbero servire a un duplice obiettivo: creare posti di lavoro e contribuire all’autosostentamento delle famiglie per non dipendere più dagli aiuti esterni.

 

Chiara Spatafora – 29 Luglio 2020

A partire dal mese di Febbraio la diffusione del coronavirus in tutto il globo terrestre ha provocato un significativo impatto sull’economia e, in Mozambico, non ha fatto eccezione. L’obiettivo di questo testo è quello di presentare i settori economici più danneggiati dal Covid-19 e quelli che invece stanno beneficiando della pandemia mondiale. Poi, l’analisi si concentrerà sull’impatto che la pandemia potrebbe avere sull’occupazione, la sicurezza alimentare e la stabilità sociale nel Paese. Infine, verranno presentate alcune misure con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare della popolazione urbana.

I grandi pregiudicati dalla pandemia globale

Turismo e trasporti Come risultato delle restrizioni ai movimenti fra i paesi, uno degli impatti negativi più immediati del coronavirus ha riguardato le compagnie aeree, agenzie di viaggi, operatori turistici, albergatori e ristoratori. Più di recente, la dichiarazione dello Stato di emergenza in Mozambico ha provocato la chiusura degli spazi di svago e dei chioschi per la vendita di bibite alcoliche, un commercio che garantisce il sostentamento di decine di migliaia di famiglie nei centri urbani. Durante il mese di Aprile hanno chiuso numerosi ristoranti della città di Maputo e, chi invece rimaneva in funzionamento, doveva far fronte all’aumento dei prezzi del mercato e alla simultanea diminuzione significativa del fatturato.

Il divieto di riunione con più di dieci persone ha significato la cancellazione di tutto il giro d’affari legato alle conferenze, seminari e workshops. La cancellazione di prenotazioni per le vacanze di Pasqua, festività che è caduta esattamente nel periodo di lockdown, ha avuto un impatto significativo sull’attività degli operatori turistici in Mozambico. Secondo la Federazione Mozambicana del Turismo, circa il 60% degli stabilimenti turistici hanno dovuto chiudere l’attività con perdite del 65% nel mese di Marzo, mettendo a rischio più di 65.000 posti di lavoro. La limitazione del numero di passeggeri nei trasporti pubblici ha diminuito la rendita di questo commercio, traducendosi in una paralisi per molti operatori.

Settore educativo Le misure di chiusura di tutte le modalità di insegnamento in presenza hanno avuto un profondo impatto sul settore educativo. Centinaia di stabilimenti privati, fra cui asili nido, scuole primarie, secondarie, istituti tecnici-professionali e istituti di insegnamento superiore, sorti negli ultimi anni a Maputo, hanno sofferto una diminuzione drastica nel volume delle rette e delle mensilità. Alcune realtà hanno improvvisato, in maniera disorganizzata, modalità di insegnamento a distanza senza che né il corpo docenti né i discenti fossero preparati. Migliaia di professionisti del settore dell’educazione rischiano di perdere il posto di lavoro. Intanto, migliaia di famiglie hanno interrotto il pagamento delle mensilità scolari, generando situazioni di conflitto e negoziazioni con gli enti educativi, mettendo a rischio l’economia intorno a questo settore e l’occupazione dei funzionari dell’educazione.

Commercio di prodotti non alimentari Nelle arterie principali della città di Maputo o nei centri commerciali della capitale, è osservabile la chiusura repentina di numerosi negozi, dell’abbigliamenti, accessori di telefonia o ricambi di automobili, ai negozi di mobili e alle librerie. Si percepisce una chiara diminuzione del numero di venditori informali nelle strade di Maputo, come risultato non solo delle misure adottate dalla municipalità, ma anche alla drastica diminuzione del movimento di persone e del rispettivo potere d’acquisto.

Mercato immobiliare e settore delle costruzioni La chiusura dei commerci ha avuto conseguenze sul mercato degli affitti, costringendo gli imprenditori a negoziare con i locatori riduzioni del canone d’affitto. Il sentimento di incertezza ha avuto inoltre ripercussioni negative nel settore delle costruzioni, ancora molto debole a causa degli effetti della bolla immobiliare precedente.

Industria estrattiva La caduta dei prezzi delle materie prime, in particolare del gas naturale, potrebbe pregiudicare il flusso degli investimenti stranieri a Cabo Delgado, provocando conseguenze negative per la così anelata creazione di posti di lavoro e per le entrate dello Stato. Tuttavia, la diminuzione del prezzo del petrolio potrebbe ridurre il costo delle importazioni, significando così meno spese in debito e la possibilità di accumulazione per lo Stato.

Le imprese fronteggiano enormi difficoltà per mantenere i posti di lavoro. In particolare, nel settore della ristorazione, molti lavoratori vengono mandati in ferie, subiscono riduzioni del salario per mutuo accordo oppure, nei casi peggiori, perdono il lavoro. Le piccole e medie imprese avranno immensa difficoltà a mantenere i propri impegni fiscali, divenendo un problema per lo Stato già abbastanza indebitato e che vedrà diminuita ancora di più la sua capacità di appoggio al settore privato e alle famiglie. Con gli elevati tassi di interesse che si praticano nel mercato, l’accesso al credito sarà impossibile.

Crisi è opportunità: chi guadagna con la crisi

Se la maggior parte dei settori economici si trovano in difficoltà, altri hanno approfittato di questa crisi, in particolare:

Settore sanitario In un momento iniziale si è verificato un aumento del movimento nelle farmacie e una richiesta di stock di prodotti come alcool e disinfettante, mascherine, vitamine o paracetamolo. L’ispezione dell’INAE (Inspeção Nacional das Atividades Econômicas) ha evidenziato un aumento esagerato dei prezzi. Cliniche private annunciano prestazioni sanitarie e diarie di ricovero a un prezzo estremamente elevato.

Agro-forestale Come risultato dell’aumento della domanda e della chiusura della maggior parte degli esercizi commerciali, la vendita di prodotti alimentari ha sofferto con la crisi. Così come per il settore sanitario, si assiste a una crescita dei prezzi, in un primo momento, di prodotti importati.

Fornitori di servizi internet Il divieto di incontri in presenza porta a maggiori interazioni virtuali, in questo modo ci si aspetta che gli operatori di internet sperimentino un aumento del traffico e del fatturato. La situazione crea opportunità per il concepimento e la vendita di software di vendita online, tra gli altri.

Aumento della povertà, sicurezza alimentare e dei cittadini

Fino alla fine del primo trimestre del 2020, l’enorme fragilità del settore imprenditoriale si rifletterà in un aumento drastico del numero di disoccupati. Se nelle zone rurali la disoccupazione (particolarmente per il settore alberghiero e della ristorazione) può essere attenuata da situazioni di pluriattività familiari a livello di agricoltura (e non solo), nei centri urbani ci si aspettano situazioni di penuria. Senza accesso a redditi o sussidi di disoccupazione, con piccolo o nullo risparmio e in uno scenario di aumento dei prezzi, la popolazione urbana più povera sarà abbastanza vulnerabile alla fame. La situazione potrebbe aggravarsi in uno scenario di implementazione delle restrizioni all’esportazione di prodotti alimentari, se le economie esportatrici si sentiranno, anch’esse, colpite dalla crisi.

La povertà e l’insicurezza alimentare aumenteranno il rischio di insicurezza pubblica, determinando il verificarsi di disordini soprattutto considerando la grande vulnerabilità dei depositi di prodotti alimentari e veicoli di trasporto degli alimenti. Le rivolte urbane del 2008 e del 2010 a Maputo (provocate dall’aumento del costo dei trasporti, del pane e dell’energia) o le proteste verificatesi in vari punti della provincia di Sofala dopo il ciclone IDAI per l’accesso ai prodotti alimentari, rappresentano esperienze ben radicate nella memoria collettiva, e potrebbero pertanto ripetersi.

In uno scenario di disoccupazione e di recessione economica, difficilmente il mercato del lavoro potrà assorbire la domanda proveniente dalle decine di carcerati dalle prigioni, liberati per diminuire i rischi del contagio, perciò molti cittadini temono un aumento della piccola criminalità e dell’insicurezza urbana.

D’altro canto, essendo una popolazione giovane (metà dei mozambicani ha un’età uguale o inferiore a sedici anni) il Mozambico ha registrato ad oggi due soli casi di morte per Covid-19. Tuttavia, la crisi economica potrebbe aggravare situazioni di insicurezza alimentare, specialmente nelle città, così come il livello di risposta dei servizi sanitari di trattamento e prevenzione di altre malattie come la malaria, tubercolosi, HIV-SIDA. In questo senso, ci si aspetta un’importante sfida per la popolazione.

 

Articolo scritto da João Feijó, ricercatore dell’Observatorio do Meio Rural di Maputo, partner del nostro progetto in Mozambico – Traduzione di Chiara Spatafora

Il bollettino quotidiano sulla situazione del coronavirus in Etiopia informa che dal 13 marzo (giorno in cui è stato accertato il primo caso) al 2 aprile sono stati realizzati 1148 tamponi: 31 persone sono risultate positive, 3 di queste sono guarite e 1 si trova in gravi condizioni. Nonostante i pochi casi confermati, si teme molto per gli effetti delle misure di contenimento sull’economia del Paese.

I PRIMI EFFETTI

L’80% della popolazione etiope vive di agricoltura e il 90% della produzione dell’intero comparto avviene su base familiare, su piccola o piccolissima scala. La limitazione delle circolazioni imposta dai governi federale e regionali ostacolerà la distribuzione e l’applicazione di fertilizzanti e sementi migliorate (che sono spesso l’unica speranza per ottenere rendimenti di poco superiori al fabbisogno alimentare della famiglia), con effetti prevedibilmente molto negativi sulle capacità produttive. In modo simile, i settori industriali protagonisti della recente stagione di sviluppo – che stiamo accompagnando con i nostri progetti di cooperazione internazionale, soprattutto in ambito tessile, florovivaistico e conciario – rischiano di vedere interrotti produzione e commerci per un periodo lungo. A causa della mancanza di nuovi ordini, il 30 marzo 8 aziende del parco industriale di Hawassa (quasi interamente del comparto tessile) hanno annunciato di aver interrotto le produzioni; i 14.000 lavoratori e lavoratrici coinvolti riceveranno lo stipendio pieno per le prossime 2 o 3 settimane, ma gli effetti sul lungo periodo potrebbero essere devastanti per l’intera comunità.

Nelle ultime settimane la risposta politica non si è fatta attendere. Il Primo Ministro ha fatto appello all’unità nazionale quale unico strumento in grado di garantire l’esistenza stessa del Paese; la stessa unità che negli ultimi anni è stata messa a dura prova da rivendicazioni particolaristiche con richiami identitari ed etnici.

Sebbene il tweet non rimandi esplicitamente alla pandemia, è stato postato il 13 marzo, cioè il giorno in cui è stato comunicato il primo caso. Facendo leva sul ruolo chiave acquisito sul piano internazionale anche grazie al conferimento del Premio Nobel per la Pace, Abiy si è fatto portavoce dei Paesi africani e a basso reddito e ha richiesto a gran voce una lotta globale comune contro il coronavirus, come unica strada per garantire sicurezza a tutti gli Stati, anche a quelli più ricchi. Dal Financial Times del 25 marzo:

“This grim reality is not unique to Ethiopia. It is shared by most African countries. But if they do not take appropriate measures to tackle the pandemic, no country in the world is safe. Momentary victory by a rich country in controlling the virus at a national level, coupled with travel bans and border closures, may give a semblance of accomplishment. But we all know this is a stopgap. Only global victory can bring this pandemic to an end.”

E la sua posizione personale a livello internazionale esce certamente rafforzata dall’accordo trovato con la Jack MA Foundation. Il fondatore di Alibaba, che da qualche tempo si dedica esclusivamente a progetti filantropici, ha infatti donato 1,1 milioni di kit per i test, 6 milioni di mascherine e 60.000 divise sanitarie al governo etiope, affinché siano distribuite a tutti i 54 Paesi africani.

Questi sforzi fanno da contraltare a relazioni internazionali in rapida trasformazione. L’1 aprile il governo etiope ha dichiarato che durante la prossima stagione delle piogge (prevista tra giugno e ottobre) comincerà i lavori di riempimento di una delle dighe sul Nilo che sono motivo di un acceso scontro diplomatico con l’Egitto. Negli ultimi giorni, al confine con il Kenya si sono registrati conflitti a fuoco tra milizie etiopi e soldati dell’esercito keniano. Anche sul fronte interno gli equilibri politici e il processo di democratizzazione rimangono incerti. Il governo ha previsto la riattivazione di telefonia ed internet in aree del Paese poste deliberatamente in isolamento da mesi per sedare manifestazioni anti-governative. Il 31 marzo il National Electoral Board of Ethiopia ha annunciato che le elezioni politiche previste per fine agosto – che già erano state rinviate più volte nei primi mesi del 2020, e che costituiscono certamente un passaggio delicatissimo per le sorti del Paese – sono state ufficialmente posticipate a data da destinarsi.

NOI

In linea con buona parte delle ONG italiane, anche noi di ISCOS Emilia-Romagna abbiamo deciso di rientrare anticipatamente in Italia, motivati dall’impossibilità di continuare ad operare con efficacia e in sicurezza. Da un lato infatti le limitazioni imposte alla mobilità e agli assembramenti, le chiusure di uffici pubblici e di alcuni impianti produttivi ci precludono la possibilità di continuare le nostre attività nelle aziende a supporto del sindacato etiope CETU. Dall’altro risulta inutile, essendo noi impossibilitati ad offrire un contributo sincero alla lotta alla diffusione della pandemia in loco e in presenza di alternative viabili, rischiare di trovarsi in condizioni di insicurezza che potrebbero rendere necessario un intervento eccezionale di istituzioni (italiane ed etiopi) che già si trovano in condizione di forte pressione.

Negli ultimi giorni il CETU si è mosso attivamente con tutti gli stakeholders e il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali affinché gli interessi di lavoratori e lavoratrici dei settori pubblico e privato, e le rispettive famiglie, siano messi in sicurezza dal rischio di contagio del virus. Il CETU chiede anche un particolare sforzo alle imprese perché promuovano attività di responsabilità sociale a beneficio dei propri lavoratori e delle comunità di appartenenza.

Le parti sociali stanno lavorando anche ad un protocollo contenente le misure che imprenditori, dipendenti e amministrazioni devono prendere per garantire ai lavoratori e alle lavoratrici salute e sicurezza sul posto di lavoro.

ISCOS Emilia-Romagna mantiene i contatti con il CETU, con le aziende coinvolte nei progetti di cooperazione in Tigray, in Amhara e in Oromia. Stiamo cercando di far fronte alle nuove difficoltà valutando possibili interventi specifici per il contenimento del contagio e per affrontare la crisi in corso; e apprezziamo, sosteniamo e condividiamo volentieri le azioni di responsabilità sociale d’impresa intraprese da aziende nostre partner di progetto. Ad esempio la MAA Garment and Textiles di Mekelle ha comunicato di aver convertito parte del proprio impianto alla produzione di mascherine da distribuire gratuitamente alle fasce più deboli della popolazione di Mekelle.

COME (NON) PARLARNE

La situazione etiope rispecchia, purtroppo, la situazione di un intero continente, o meglio, di un intero emisfero che viene troppo spesso dimenticato. Non desidero avventurarmi in valutazioni sulle risposte o previsioni sulle capacità di risposta di questi Paesi, né voglio stimolare inopportuni parallelismi o competizioni internazionali. Voglio però urlare con forza due elementi. Primo, non comprendo la dialettica (propria anche del contesto giornalistico nostrano) che fa leva sullo stupore del lettore e sull’eccezionalità del momento per denunciare l’incapacità di risposta “dell’Africa” all’emergenza contemporanea. Perpetuando tra l’altro l’idea, totalmente inopportuna, di un continente omogeneo. “L’Africa” da decenni ci mostra, in diversi modi, gli effetti perversi di un sistema economico globale che crea esclusione e disuguaglianze; e le difficoltà del sistema Africa sono note, da decenni, anche agli osservatori meno attenti. Migrazioni forzate, disastri ambientali, accaparramento di terre, sfruttamenti nel mondo del lavoro, sono solo alcune delle problematiche – spesso effetto di decisioni provenienti dal nostro emisfero – che gli attori della cooperazione allo sviluppo come noi affrontano e denunciano quotidianamente. La situazione e la prospettiva sono emergenziali e drammatiche, ma sono per certi versi frutto di decenni di denunce che sono rimaste inascoltate, e che solo oggi sembrano interessare.

E questo porta al secondo punto. Tocca sottolineare come la narrativa prevalente tenda a raccontare anche la drammaticità dei fatti di oggi in funzione delle possibili conseguenze per “noi”. Dispiace che proprio il Premio Nobel Abiy sia costretto a fare propria tale narrativa per riuscire ad acquisire spazio e visibilità tra le pagine di uno dei quotidiani più letti al mondo. La nostra preoccupazione è spesso, ineluttabilmente, troppo associata alla nostra percezione del rischio. O meglio alle possibilità che tale rischio ci coinvolga direttamente. Questo dovrebbe però portarci a riflettere sull’annosa questione: come definire il “noi”? O meglio, dove finisce il nostro orto?

Non ci crediamo indenni da questi rischi, ma a differenza di altri non ci scopriamo, neanche oggi, interessati ai destini di comunità e popolazioni distanti migliaia di chilometri da noi solo per gli impatti che questi possano avere su di noi. Noi c’eravamo e ci saremo. Denunciamo, scriviamo, collaboriamo, attiviamo, formiamo, creiamo, con chi soffre, per quel semplice e naturale principio umano che chiamiamo solidarietà.

Marcello Poli – 3 aprile 2020

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava che l’epidemia da coronavirus COVID-19 aveva coinvolto un numero di Paesi talmente alto da poter essere definita pandemia. Abbiamo ben vive nel ricordo le misure prese in quei giorni in Italia. Ogni giorno portava notizie drammatiche, il numero di persone risultate positive ai tamponi era ancora inferiore ai 10.000 ma aumentava vertiginosamente. Sembrava sempre più evidente che il contenimento del contagio a quei 2 focolai dalle provincie venete e lombarde diventate tristemente note era ormai impossibile. Cominciava la conta giornaliera della Protezione Civile delle persone decedute, si inasprivano le restrizioni e le misure di distanziamento sociale imposte come principale strumento di limitazione del contagio. Per tanti italiani e italiane cominciava la vita di quarantena e distanziamento fisico che ancora oggi stiamo vivendo.

IL PRIMO CASO

Due giorni dopo, il 13 marzo, la Ministra della Salute etiope Lia Tadesse annunciava il primo caso di individuo risultato positivo al tampone COVID-19 nel Paese.

Un uomo di 48 anni, di cittadinanza giapponese, proveniente dal Burkina Faso, atterrato al Bole International Airport la settimana precedente. L’uomo risultava in buone condizioni. Sino ad allora, le misure di prevenzione e preparazione in caso di diffusione del contagio nel Paese erano sembrate molto timide. Nel Paese che conta più di 110 milioni di abitanti, 8 dei quali si ammassano nei tantissimi cafè, ristoranti, condomini, minibus, taxi e centri commerciali della capitale Addis Abeba, le uniche misure prevedevano: check della temperatura ai passeggeri in arrivo all’aeroporto internazionale di Addis Abeba, interruzione dei soli voli provenienti da alcune delle provincie cinesi più colpite, indicazione di un numero di emergenza da chiamare in caso di presenza di sintomi riconducibili al virus, e allestimento di qualche struttura simil-ospedaliera per positivi e sospetti positivi. Nessuna indicazione di distanziamento sociale, nessun blocco produttivo, nessun limite agli spostamenti. La vita frenetica di Addis Abeba continuava e il 22 febbraio Teddy Afro portava decine di migliaia di giovani a ballare e cantare per ore nella Piazza della Rivoluzione.

D’altra parte è tuttora ben presente il ricordo della vita normale in Italia mentre il contagio propagava in Asia; e le partite di calcio giocate in Spagna, i concerti in Inghilterra e gli aggregamenti in Francia mentre dagli ospedali d’Italia saliva forte il grido d’allarme. Non scopriamo certo oggi che la miopia politica (e non solo, beninteso) così come questo coronavirus, non conosce confini nazionali.

LA CHIUSURA

Con le stesse modalità già viste in Italia, il giorno stesso della conferma del primo caso cominciava la caccia a ritroso di tutte le persone che potevano essere entrate in contatto con il “paziente zero”. Lunedì 16 marzo l’Etiopia denunciava il quinto caso positivo e il Primo Ministro Abiy Ahmed annunciava a reti unificate 10 misure di contenimento del contagio valide per le 2 settimane successive.

Le misure includevano: stop agli assembramenti di massa, chiusura delle scuole e delle università, limiti alle aggregazioni per motivi religiosi e di culto, avvio di una campagna di igiene e prevenzione e allocazione di budget straordinario, messa a disposizione di autobus gratuiti per il trasporto pubblico, controllo dei prezzi dei beni di prima necessità.

In linea con quanto visto anche in Italia, ulteriori misure sono state prese nei giorni successivi. La compagnia di bandiera, Ethiopian Airlines, che fino ad allora aveva ridotto al minimo le limitazioni imposte ai voli, ha esteso la lista di Paesi nei quali ha interrotto il servizio, ad oggi 30. È stata imposta una quarantena obbligatoria di 14 giorni per chiunque entrasse nel Paese. Seguendo la strada intrapresa nei giorni precedenti dai Paesi limitrofi (Kenya, Djibouti, Somalia e Sudan), il 22 marzo il governo ha deciso la chiusura dei confini terrestri con i Paesi confinanti, con schieramento dell’esercito lungo i confini per evitare i transiti. Agli uffici pubblici è stata imposta la chiusura se impossibilitati a distribuire i necessari dispositivi di protezione individuale ai dipendenti. Sono state prese alcune misure per ridurre il sovraffollamento delle carceri, tra cui l’ampliamento delle stesse e la scarcerazione di detenuti con reati minori o prossimi alla data di rilascio.

Le varie amministrazioni Statali Regionali hanno inasprito ulteriormente alcune di queste disposizioni. Il Tigray – la Regione a nord del Paese in cui è nato il movimento di liberazione nazionale che ha cacciato il regime dittatoriale all’inizio degli anni ’90, che ha guidato il Paese per i successivi 20 anni e che si trova oggi in aperta opposizione al governo centrale – ha per primo dichiarato lo stato di emergenza, il 26 marzo. La decisione prevede la chiusura ai movimenti tra le città della Regione, dei principali mercati, degli uffici pubblici, di bar e ristoranti, il divieto di assembramenti di carattere religioso e civile. Nei giorni seguenti misure simili sono state adottate anche dalle altre principali Regioni: Amhara, Oromia, Southern Nations Nationalities and Peoples, Afar e la Zona Metropolitana di Dire Dawa.

LA SITUAZIONE

L’ultimo bollettino fornito dal Ministero della Salute e dall’Istituto di Salute Pubblica Etiope dichiara che, al 31 marzo, in Etiopia sono stati realizzati 1013 tamponi: 26 individui sono risultati positivi, 20 dei quali ad Addis Abeba, e 2 risultano essere in condizioni critiche. Il contenimento del contagio continua la logica del tracciamento dei contatti avuti dai soggetti positivi, al 31 marzo sono state individuate 608 persone potenzialmente a rischio. La conta dei positivi è in continuo aggiornamento ma risulta evidente che, con un numero così basso di tamponi realizzati, le possibilità che il contagio sia andato ben oltre i numeri ufficiali sono purtroppo molto alte; così come ipotizzato anche per l’Italia e spiegato in modo molto chiaro in questo articolo di Matteo Villa per ISPI.

E se il sistema sanitario italiano, che rappresenta un’eccellenza mondiale, sta fortemente traballando di fronte ai numeri di questi giorni, il rischio per i cosiddetti low-income countries potrebbe essere davvero impronosticabile. La situazione oggi potrebbe essere molto più grave di quanto finora dichiarato. E stando a quanto emerso in tutto il mondo sulle capacità di resistenza, diffusione e letalità del virus, il rischio che questa diventi a breve disastrosa è purtroppo molto alto.

Il 23 marzo l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba ha trasmesso una nota per i connazionali nel Paese che fornisce un quadro abbastanza emblematico della situazione. “Il “Piano di Preparazione e Risposta” adottato in data 1 febbraio 2020 prevede un meccanismo di coordinamento tra l’Ufficio del Primo Ministro e le Autorità sanitarie, a cominciare dal Ministero della Salute. (…) Dato l’attuale numero esiguo di tamponi (swabs), in questa fase le Autorità sanitarie etiopiche limitano il ricorso al tampone solo ai casi di sintomatologia accentuata. L’unica struttura che dispone del kit per eseguire il test è l’Ethiopian Public Health Institute di Gulele. (…) In linea con le disposizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto di Salute Pubblica Etiopico invita tutte le persone risultate positive al test ma in condizioni di salute stabili e sintomi lievi a rimanere in autoisolamento a casa per 14 giorni. (…) Se la persona positiva vivesse in casa con altre persone, deve isolarsi in stanze dedicate e non condividere nessuno spazio né oggetti con gli altri. (…) Se i sintomi dovessero essere acuti, l’EPHI potrà decidere di spostare il paziente presso uno dei due centri di isolamento appositamente predisposti. (…) Ad Addis Abeba sono stati allestiti due centri di isolamento, presso il St. Peter Specialized Hospital (Entoto) e presso il Yeka Kotebe General Hospital (Kotebe). Le Autorità etiopiche stanno rafforzando le capacità anche presso altre strutture. Negli Stati Regionali non sono ancora stati allestiti centri di isolamento.”

Per avere un’idea più realistica di ciò che questo significa per la popolazione etiope, si consideri anche che la maggioranza della popolazione vive in aree rurali in contesti di povertà talvolta estrema e che la disponibilità di letti d’ospedale è di 3 su 10.000 persone (dato WHO, 2015). Inoltre, per carenza di infrastrutture e abitazioni appropriate, il distanziamento sociale e l’isolamento sono praticamente impossibili da applicare in contesti abitativi rurali e urbani etiopi. Questo tweet racconta in modo sintetico e drammatico la situazione di quarantena ospedaliera attuata nei primi 15 giorni di marzo per sospetti casi positivi.

Il tweet è del 12 marzo, prima che i due centri di Entoto e Kotebe fossero stabiliti e dedicati; purtroppo le indiscrezioni su di essi non sembrano tuttavia migliori.

Il virus è atterrato in Etiopia e, come scrive Marta Guastella in questo pezzo molto equilibrato, Addis Abeba sembra oggi in attesa. In attesa che la spaventosa onda pandemica investa pienamente il Paese e la sua capitale, spina dorsale dell’economia, lasciandoci a fare i conti con quella che molto probabilmente sarà l’impronta ingombrante della sua forza trasformatrice.

Marcello Poli – 4 aprile 2020