Nella Provincia di Cabo Delgado si sta verificando una crisi umanitaria tanto grande quanto poco conosciuta a livello mediatico. La scoperta di risorse primarie e preziose ha presto attirato grandi capitali stranieri per l’approvvigionamento, senza che però questo sviluppo industriale venga recepito e integrato nel tessuto socio-economico locale.

Perché Cabo Delgado è una zona di interesse strategico Nel corso degli ultimi dieci anni la Provincia ha registrato un aumento degli investimenti diretti esteri che ha oltrepassato i 600 milioni di dollari nel 2014 (https://omrmz.org/omrweb/wp-content/uploads/DR-63-actualizado.pdf). In effetti, Cabo Delgado è divenuta una zona di forte interesse per diversi attori, sia locali che internazionali, grazie alla presenza di importanti risorse naturali e preziose tra cui marmo, avorio, pietre preziose e gas naturale. La strategia del governo nazionale, che incentiva un modello economico estrattivo e orientato alle esportazioni, ha presto concesso l’uso della terra alle grandi compagnie che manifestavano interesse.

Tra i principali investitori troviamo la compagnia francese Total, quella americana Anadarko Petroleum Corporation e l’italiana Eni, che è presente nel Paese dal 2006. Oltre a queste tre principali, sono presenti anche altri investitori extraeuropei, come la Cina, il Brasile, l’India, il Giappone e l’Australia (https://www.dw.com/en/gas-investors-in-mozambique-choose-appeasement-in-face-of-islamist-violence/a-54156451). Attualmente, la maggior parte delle compagnie si trova ancora in una fase di studio ed esplorazione. Tra il 2011 e il 2012 l’Eni e la Anadarko hanno compiuto la più grande scoperta: un giacimento di 7000 miliardi di metri cubici di gas vicino la costa settentrionale della Provincia, che sarebbe il quarto più grande progetto offshore di gas (https://downtoearthmagazine.nl/the-curse-of-natural-gas-in-mozambique/). I progetti prevedono anche la costruzione di nuove vie di transito, come porti e aeroporti, sia per l’arrivo del personale straniero, sia per il trasporto della materia prima estratta.

Lo stanziamento di queste grandi risorse e i piani di sviluppo legati all’implementazione delle industrie hanno, dunque, alimentato grandi aspettative di impiego e di guadagno nella popolazione locale.

Le prime criticità La regione di Cabo Delgado e quella di Niassa, che insieme formano l’area settentrionale del Mozambico, registrano il tasso di analfabetismo più alto del Paese. Inoltre, proprio le zone di maggior penetrazione degli investimenti sono quelle con maggiori criticità per ciò che riguarda i tassi di povertà. Esistono forti privazioni anche in campo sanitario e di accesso ai beni principali, come l’energia elettrica, l’acqua e l’accesso ad abitazioni dignitose. Ciò provoca una forte discrepanza fra aspettative di creazione di impiego nella fiorente industria estrattiva e realtà. La manodopera richiesta per l’industria e i servizi è specializzata, dunque non può essere reperita a livello locale, dato che spesso chi conclude gli studi arriva a un livello medio di scolarizzazione e non ha la possibilità di accedere a corsi di studio maggiormente professionalizzanti. Inoltre, alcuni studi hanno verificato la presenza di solo 7 strutture per l’insegnamento tecnico professionale in tutta la Provincia, per una popolazione attiva (15 – 30 anni) di circa 559.000 persone.  Di fatto, la disoccupazione giovanile si traduce in una spinta migratoria rurale-urbana, aumentando le pressioni nelle infrastrutture e consolidando un modello economico duale e parallelo fra lavoro formale e informale.

Così come è accaduto in precedenza nella Provincia di Tete, nota per i giacimenti di carbone, le conseguenze degli investimenti stranieri hanno provocato un impatto negativo sulla popolazione locale, non preparata ad accogliere un modello economico di questo tipo. Tra le conseguenze più comuni c’è la perdita di terra, che un tempo apparteneva alla popolazione locale e veniva sfruttata per le proprie attività economiche e sociali. In particolare, questo ha riguardato la zona costiera del Nord, dove erano presenti popolazioni di pescatori locali costretti ad abbandonare le proprie terre e a rinunciare alla loro principale fonte di guadagno.Secondo l’Observatorio do Meio Rural, l’indennizzo ricevuto dalle famiglie è stato di 5.000 meticais a mese, contro il range di 10.000-40.000 meticais che un pescatore riusciva a guadagnare in venti giorni con il proprio lavoro. Si stima che circa 2.500 famiglie sono o verranno spostate dai loro luoghi di origine.

La situazione peggiora Un escalation di eventi e tensioni sociali ha contribuito al rallentamento dell’inizio della fase di estrazione del gas. Nel 2019 il Mozambico è stato colpito da ben due cicloni nel giro di pochi mesi. Uno di questi, conosciuto come ciclone Kenneth, si è abbattuto proprio nella Provincia di Cabo Delgado distruggendo interi villaggi. A ciò si è aggiunto il fenomeno del terrorismo, che non ha fatto fatica a insediarsi in una tale situazione di povertà e frustrazione.

Sebbene gli attacchi da parte di bande armate, conosciuti come Al-Shabab (gioventù) siano cominciati nel 2017, è solo a partire dal 2020 che si è verificata un’intensificazione della violenza (circa 195 episodi secondo un report OCHA del 2020): sono stati occupati quattro municipi fra cui Mocímboa da Praia, Macomia, Muidumbe e Quissanga per poi raggiungere sia il sud della regione (Metuge) che le zone più interne (Nangade e Mueda). Gli attacchi, inoltre, sono diventati sempre più strutturati e organizzati, ampliando anche gli obiettivi, tra cui edifici simbolo dello Stato e basi militari. Spesso i terroristi indossano le uniformi dell’esercito mozambicano e possiedono di volta in volta armi più sofisticate. La destabilizzazione dell’area ha raggiunto infatti il suo culmine con l’occupazione di due ampie e popolose zone della provincia, mentre in un primo momento si trattava solo di episodi circoscritti ad alcuni villaggi.

Chi sono i terroristi Sempre più spesso si parla di terrorismo di matrice islamica (https://www.africarivista.it/mozambico-gli-altri-al-shabaab/159437/), dal momento che la crescente strutturazione e organizzazione degli attacchi in Mozambico fa pensare a un finanziamento da parte di altri gruppi jihadisti provenienti dall’area centroafricana, in particolare Somalia, Kenya e Uganda. Alcuni degli attacchi sono stati inoltre rivendicati direttamente dallo Stato Islamico. Come evidenziano alcuni studi (https://omrmz.org/omrweb/publicacoes/or-93/), la percezione di esclusione e privazione viene recepita in modo particolare dalla popolazione musulmana presente a Cabo Delgado. Questa si identifica sempre di più con un sentimento di frustrazione e opposizione verso lo Stato, che difende gli interessi economici a discapito di alcuni gruppi della società, portando a un aumento delle adesioni a movimenti con discorsi fortemente identitari e populisti. Quello che succede in Mozambico quindi, viene paragonato alla strategia di Boko Haram in Nigeria: un gruppo emarginato prende le armi contro il governo sfruttando il malcontento, in particolare quello dei giovani disoccupati. Questi sono spinti anche dalle necessità economiche dato che spesso questi gruppi promettono denaro a chi decide di arruolarsi.

Quali siano gli attori coinvolti nel contrasto o appoggio ai terroristi a livello internazionale, rimane per molti osservatori “oscuro” (https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/10/mozambico-azioni-jihadisti). Esistono forti interessi per il controllo delle risorse e in particolare per il controllo delle rotte su cui si muovo i traffici illeciti. Se gli unici finanziatori dei gruppi di ribelli siano i jihadisti rimane ad oggi un tema fortemente dibattuto.

Verso la crisi umanitaria Circa 250.000 persone si trovano sfollate dopo essere fuggite dai propri villaggi per scampare agli episodi di violenza e terrorismo (https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Mozambique%20-%20Cabo%20Delgado%20-%20Humanitarian%20Snapshot%2C%20July%202020.pdf).

Un numero sempre maggiore di persone ha perso la propria casa, vivendo in abitazioni di parenti o in alloggi insicuri e temporanei. Le organizzazioni umanitarie presenti cercano di fornire i beni di prima necessità, ma questi scarseggiano sempre di più di fronte all’aumento degli sfollati. La mancanza di un numero appropriato di sanitari nei luoghi di accoglienza porta all’aumento di casi di colera, che si aggirano intorno ai 1.203. Con la pandemia globale, che non ha risparmiato il Mozambico, la situazione si fa ancora più drammatica: impossibile mantenere il distanziamento sociale, specie durante la distribuzione degli alimenti, come ha evidenziato Manuel Nota della Caritas Diocesiana di Pemba. In Mozambico vi sono circa 1.500 casi confermati di coronavirus, la maggior parte dei quali proprio nella Provincia di Cabo Delgado.

Tra gli altri problemi segnalati vi sono l’insicurezza alimentare, dato che 310.000 persone non hanno accesso agli alimenti di base. Circa 54.000 bambini inoltre soffrono di malnutrizione.

Creazione di meccanismi di integrazione socioeconomica come via d’uscita Le organizzazioni locali chiedono maggiore impegno nella creazione di meccanismi di reintegrazione socioeconomica delle famiglie, attraverso creazione di impiego e autoproduzione alimentare.

Oltre agli aiuti e alla distribuzione di beni di prima necessità, che possono essere utili per far fronte all’emergenza, serve infatti un cambiamento strutturale che permetta alle famiglie di emanciparsi ed essere così integrate nel sistema socioeconomico. È necessario consolidare un modello economico sostenibile nel lungo periodo, ma anche offrire delle alternative di vita ai giovani.

La frustrazione e la mancanza di lavoro, associate alla bassa formazione e scolarizzazione, aumentano la probabilità che i giovani vengano cooptati dalle bande armate. Secondo i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, a poco serve l’azione di sensibilizzazione per evitare un simile fenomeno. Sempre più giovani, infatti, entrano nei gruppi armati o iniziano attività economiche illecite (contrabbando di pietre preziose, per esempio) non avendo altre prospettive economiche di lungo termine e dovendo affrontare quotidianamente sfide per la loro stessa sopravvivenza.

Molti enti locali richiedono quindi fondi e investimenti per l’aumento e promozione della formazione professionale che permetta ai ragazzi di acquisire delle competenze per creare delle proprie attività. Attraverso l’autoimpiego e la costruzione di incubatrici di impresa si può quindi dare un’alternativa al “guadagno facile” e spesso pericoloso che deriva dalle attività clandestine. Nelle zone rurali in particolare, dove l’istruzione si ferma alla settima classe, i ragazzi vengono considerati già formati. Tuttavia sono proprio queste le zone con i più alti tassi di analfabetismo. Attività lavorative per la produzione alimentare, quindi, potrebbero servire a un duplice obiettivo: creare posti di lavoro e contribuire all’autosostentamento delle famiglie per non dipendere più dagli aiuti esterni.

 

Chiara Spatafora – 29 Luglio 2020

A partire dal mese di Febbraio la diffusione del coronavirus in tutto il globo terrestre ha provocato un significativo impatto sull’economia e, in Mozambico, non ha fatto eccezione. L’obiettivo di questo testo è quello di presentare i settori economici più danneggiati dal Covid-19 e quelli che invece stanno beneficiando della pandemia mondiale. Poi, l’analisi si concentrerà sull’impatto che la pandemia potrebbe avere sull’occupazione, la sicurezza alimentare e la stabilità sociale nel Paese. Infine, verranno presentate alcune misure con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare della popolazione urbana.

I grandi pregiudicati dalla pandemia globale

Turismo e trasporti Come risultato delle restrizioni ai movimenti fra i paesi, uno degli impatti negativi più immediati del coronavirus ha riguardato le compagnie aeree, agenzie di viaggi, operatori turistici, albergatori e ristoratori. Più di recente, la dichiarazione dello Stato di emergenza in Mozambico ha provocato la chiusura degli spazi di svago e dei chioschi per la vendita di bibite alcoliche, un commercio che garantisce il sostentamento di decine di migliaia di famiglie nei centri urbani. Durante il mese di Aprile hanno chiuso numerosi ristoranti della città di Maputo e, chi invece rimaneva in funzionamento, doveva far fronte all’aumento dei prezzi del mercato e alla simultanea diminuzione significativa del fatturato.

Il divieto di riunione con più di dieci persone ha significato la cancellazione di tutto il giro d’affari legato alle conferenze, seminari e workshops. La cancellazione di prenotazioni per le vacanze di Pasqua, festività che è caduta esattamente nel periodo di lockdown, ha avuto un impatto significativo sull’attività degli operatori turistici in Mozambico. Secondo la Federazione Mozambicana del Turismo, circa il 60% degli stabilimenti turistici hanno dovuto chiudere l’attività con perdite del 65% nel mese di Marzo, mettendo a rischio più di 65.000 posti di lavoro. La limitazione del numero di passeggeri nei trasporti pubblici ha diminuito la rendita di questo commercio, traducendosi in una paralisi per molti operatori.

Settore educativo Le misure di chiusura di tutte le modalità di insegnamento in presenza hanno avuto un profondo impatto sul settore educativo. Centinaia di stabilimenti privati, fra cui asili nido, scuole primarie, secondarie, istituti tecnici-professionali e istituti di insegnamento superiore, sorti negli ultimi anni a Maputo, hanno sofferto una diminuzione drastica nel volume delle rette e delle mensilità. Alcune realtà hanno improvvisato, in maniera disorganizzata, modalità di insegnamento a distanza senza che né il corpo docenti né i discenti fossero preparati. Migliaia di professionisti del settore dell’educazione rischiano di perdere il posto di lavoro. Intanto, migliaia di famiglie hanno interrotto il pagamento delle mensilità scolari, generando situazioni di conflitto e negoziazioni con gli enti educativi, mettendo a rischio l’economia intorno a questo settore e l’occupazione dei funzionari dell’educazione.

Commercio di prodotti non alimentari Nelle arterie principali della città di Maputo o nei centri commerciali della capitale, è osservabile la chiusura repentina di numerosi negozi, dell’abbigliamenti, accessori di telefonia o ricambi di automobili, ai negozi di mobili e alle librerie. Si percepisce una chiara diminuzione del numero di venditori informali nelle strade di Maputo, come risultato non solo delle misure adottate dalla municipalità, ma anche alla drastica diminuzione del movimento di persone e del rispettivo potere d’acquisto.

Mercato immobiliare e settore delle costruzioni La chiusura dei commerci ha avuto conseguenze sul mercato degli affitti, costringendo gli imprenditori a negoziare con i locatori riduzioni del canone d’affitto. Il sentimento di incertezza ha avuto inoltre ripercussioni negative nel settore delle costruzioni, ancora molto debole a causa degli effetti della bolla immobiliare precedente.

Industria estrattiva La caduta dei prezzi delle materie prime, in particolare del gas naturale, potrebbe pregiudicare il flusso degli investimenti stranieri a Cabo Delgado, provocando conseguenze negative per la così anelata creazione di posti di lavoro e per le entrate dello Stato. Tuttavia, la diminuzione del prezzo del petrolio potrebbe ridurre il costo delle importazioni, significando così meno spese in debito e la possibilità di accumulazione per lo Stato.

Le imprese fronteggiano enormi difficoltà per mantenere i posti di lavoro. In particolare, nel settore della ristorazione, molti lavoratori vengono mandati in ferie, subiscono riduzioni del salario per mutuo accordo oppure, nei casi peggiori, perdono il lavoro. Le piccole e medie imprese avranno immensa difficoltà a mantenere i propri impegni fiscali, divenendo un problema per lo Stato già abbastanza indebitato e che vedrà diminuita ancora di più la sua capacità di appoggio al settore privato e alle famiglie. Con gli elevati tassi di interesse che si praticano nel mercato, l’accesso al credito sarà impossibile.

Crisi è opportunità: chi guadagna con la crisi

Se la maggior parte dei settori economici si trovano in difficoltà, altri hanno approfittato di questa crisi, in particolare:

Settore sanitario In un momento iniziale si è verificato un aumento del movimento nelle farmacie e una richiesta di stock di prodotti come alcool e disinfettante, mascherine, vitamine o paracetamolo. L’ispezione dell’INAE (Inspeção Nacional das Atividades Econômicas) ha evidenziato un aumento esagerato dei prezzi. Cliniche private annunciano prestazioni sanitarie e diarie di ricovero a un prezzo estremamente elevato.

Agro-forestale Come risultato dell’aumento della domanda e della chiusura della maggior parte degli esercizi commerciali, la vendita di prodotti alimentari ha sofferto con la crisi. Così come per il settore sanitario, si assiste a una crescita dei prezzi, in un primo momento, di prodotti importati.

Fornitori di servizi internet Il divieto di incontri in presenza porta a maggiori interazioni virtuali, in questo modo ci si aspetta che gli operatori di internet sperimentino un aumento del traffico e del fatturato. La situazione crea opportunità per il concepimento e la vendita di software di vendita online, tra gli altri.

Aumento della povertà, sicurezza alimentare e dei cittadini

Fino alla fine del primo trimestre del 2020, l’enorme fragilità del settore imprenditoriale si rifletterà in un aumento drastico del numero di disoccupati. Se nelle zone rurali la disoccupazione (particolarmente per il settore alberghiero e della ristorazione) può essere attenuata da situazioni di pluriattività familiari a livello di agricoltura (e non solo), nei centri urbani ci si aspettano situazioni di penuria. Senza accesso a redditi o sussidi di disoccupazione, con piccolo o nullo risparmio e in uno scenario di aumento dei prezzi, la popolazione urbana più povera sarà abbastanza vulnerabile alla fame. La situazione potrebbe aggravarsi in uno scenario di implementazione delle restrizioni all’esportazione di prodotti alimentari, se le economie esportatrici si sentiranno, anch’esse, colpite dalla crisi.

La povertà e l’insicurezza alimentare aumenteranno il rischio di insicurezza pubblica, determinando il verificarsi di disordini soprattutto considerando la grande vulnerabilità dei depositi di prodotti alimentari e veicoli di trasporto degli alimenti. Le rivolte urbane del 2008 e del 2010 a Maputo (provocate dall’aumento del costo dei trasporti, del pane e dell’energia) o le proteste verificatesi in vari punti della provincia di Sofala dopo il ciclone IDAI per l’accesso ai prodotti alimentari, rappresentano esperienze ben radicate nella memoria collettiva, e potrebbero pertanto ripetersi.

In uno scenario di disoccupazione e di recessione economica, difficilmente il mercato del lavoro potrà assorbire la domanda proveniente dalle decine di carcerati dalle prigioni, liberati per diminuire i rischi del contagio, perciò molti cittadini temono un aumento della piccola criminalità e dell’insicurezza urbana.

D’altro canto, essendo una popolazione giovane (metà dei mozambicani ha un’età uguale o inferiore a sedici anni) il Mozambico ha registrato ad oggi due soli casi di morte per Covid-19. Tuttavia, la crisi economica potrebbe aggravare situazioni di insicurezza alimentare, specialmente nelle città, così come il livello di risposta dei servizi sanitari di trattamento e prevenzione di altre malattie come la malaria, tubercolosi, HIV-SIDA. In questo senso, ci si aspetta un’importante sfida per la popolazione.

 

Articolo scritto da João Feijó, ricercatore dell’Observatorio do Meio Rural di Maputo, partner del nostro progetto in Mozambico – Traduzione di Chiara Spatafora

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava che l’epidemia da coronavirus COVID-19 aveva coinvolto un numero di Paesi talmente alto da poter essere definita pandemia. Abbiamo ben vive nel ricordo le misure prese in quei giorni in Italia. Ogni giorno portava notizie drammatiche, il numero di persone risultate positive ai tamponi era ancora inferiore ai 10.000 ma aumentava vertiginosamente. Sembrava sempre più evidente che il contenimento del contagio a quei 2 focolai dalle provincie venete e lombarde diventate tristemente note era ormai impossibile. Cominciava la conta giornaliera della Protezione Civile delle persone decedute, si inasprivano le restrizioni e le misure di distanziamento sociale imposte come principale strumento di limitazione del contagio. Per tanti italiani e italiane cominciava la vita di quarantena e distanziamento fisico che ancora oggi stiamo vivendo.

IL PRIMO CASO

Due giorni dopo, il 13 marzo, la Ministra della Salute etiope Lia Tadesse annunciava il primo caso di individuo risultato positivo al tampone COVID-19 nel Paese.

Un uomo di 48 anni, di cittadinanza giapponese, proveniente dal Burkina Faso, atterrato al Bole International Airport la settimana precedente. L’uomo risultava in buone condizioni. Sino ad allora, le misure di prevenzione e preparazione in caso di diffusione del contagio nel Paese erano sembrate molto timide. Nel Paese che conta più di 110 milioni di abitanti, 8 dei quali si ammassano nei tantissimi cafè, ristoranti, condomini, minibus, taxi e centri commerciali della capitale Addis Abeba, le uniche misure prevedevano: check della temperatura ai passeggeri in arrivo all’aeroporto internazionale di Addis Abeba, interruzione dei soli voli provenienti da alcune delle provincie cinesi più colpite, indicazione di un numero di emergenza da chiamare in caso di presenza di sintomi riconducibili al virus, e allestimento di qualche struttura simil-ospedaliera per positivi e sospetti positivi. Nessuna indicazione di distanziamento sociale, nessun blocco produttivo, nessun limite agli spostamenti. La vita frenetica di Addis Abeba continuava e il 22 febbraio Teddy Afro portava decine di migliaia di giovani a ballare e cantare per ore nella Piazza della Rivoluzione.

D’altra parte è tuttora ben presente il ricordo della vita normale in Italia mentre il contagio propagava in Asia; e le partite di calcio giocate in Spagna, i concerti in Inghilterra e gli aggregamenti in Francia mentre dagli ospedali d’Italia saliva forte il grido d’allarme. Non scopriamo certo oggi che la miopia politica (e non solo, beninteso) così come questo coronavirus, non conosce confini nazionali.

LA CHIUSURA

Con le stesse modalità già viste in Italia, il giorno stesso della conferma del primo caso cominciava la caccia a ritroso di tutte le persone che potevano essere entrate in contatto con il “paziente zero”. Lunedì 16 marzo l’Etiopia denunciava il quinto caso positivo e il Primo Ministro Abiy Ahmed annunciava a reti unificate 10 misure di contenimento del contagio valide per le 2 settimane successive.

Le misure includevano: stop agli assembramenti di massa, chiusura delle scuole e delle università, limiti alle aggregazioni per motivi religiosi e di culto, avvio di una campagna di igiene e prevenzione e allocazione di budget straordinario, messa a disposizione di autobus gratuiti per il trasporto pubblico, controllo dei prezzi dei beni di prima necessità.

In linea con quanto visto anche in Italia, ulteriori misure sono state prese nei giorni successivi. La compagnia di bandiera, Ethiopian Airlines, che fino ad allora aveva ridotto al minimo le limitazioni imposte ai voli, ha esteso la lista di Paesi nei quali ha interrotto il servizio, ad oggi 30. È stata imposta una quarantena obbligatoria di 14 giorni per chiunque entrasse nel Paese. Seguendo la strada intrapresa nei giorni precedenti dai Paesi limitrofi (Kenya, Djibouti, Somalia e Sudan), il 22 marzo il governo ha deciso la chiusura dei confini terrestri con i Paesi confinanti, con schieramento dell’esercito lungo i confini per evitare i transiti. Agli uffici pubblici è stata imposta la chiusura se impossibilitati a distribuire i necessari dispositivi di protezione individuale ai dipendenti. Sono state prese alcune misure per ridurre il sovraffollamento delle carceri, tra cui l’ampliamento delle stesse e la scarcerazione di detenuti con reati minori o prossimi alla data di rilascio.

Le varie amministrazioni Statali Regionali hanno inasprito ulteriormente alcune di queste disposizioni. Il Tigray – la Regione a nord del Paese in cui è nato il movimento di liberazione nazionale che ha cacciato il regime dittatoriale all’inizio degli anni ’90, che ha guidato il Paese per i successivi 20 anni e che si trova oggi in aperta opposizione al governo centrale – ha per primo dichiarato lo stato di emergenza, il 26 marzo. La decisione prevede la chiusura ai movimenti tra le città della Regione, dei principali mercati, degli uffici pubblici, di bar e ristoranti, il divieto di assembramenti di carattere religioso e civile. Nei giorni seguenti misure simili sono state adottate anche dalle altre principali Regioni: Amhara, Oromia, Southern Nations Nationalities and Peoples, Afar e la Zona Metropolitana di Dire Dawa.

LA SITUAZIONE

L’ultimo bollettino fornito dal Ministero della Salute e dall’Istituto di Salute Pubblica Etiope dichiara che, al 31 marzo, in Etiopia sono stati realizzati 1013 tamponi: 26 individui sono risultati positivi, 20 dei quali ad Addis Abeba, e 2 risultano essere in condizioni critiche. Il contenimento del contagio continua la logica del tracciamento dei contatti avuti dai soggetti positivi, al 31 marzo sono state individuate 608 persone potenzialmente a rischio. La conta dei positivi è in continuo aggiornamento ma risulta evidente che, con un numero così basso di tamponi realizzati, le possibilità che il contagio sia andato ben oltre i numeri ufficiali sono purtroppo molto alte; così come ipotizzato anche per l’Italia e spiegato in modo molto chiaro in questo articolo di Matteo Villa per ISPI.

E se il sistema sanitario italiano, che rappresenta un’eccellenza mondiale, sta fortemente traballando di fronte ai numeri di questi giorni, il rischio per i cosiddetti low-income countries potrebbe essere davvero impronosticabile. La situazione oggi potrebbe essere molto più grave di quanto finora dichiarato. E stando a quanto emerso in tutto il mondo sulle capacità di resistenza, diffusione e letalità del virus, il rischio che questa diventi a breve disastrosa è purtroppo molto alto.

Il 23 marzo l’Ambasciata d’Italia ad Addis Abeba ha trasmesso una nota per i connazionali nel Paese che fornisce un quadro abbastanza emblematico della situazione. “Il “Piano di Preparazione e Risposta” adottato in data 1 febbraio 2020 prevede un meccanismo di coordinamento tra l’Ufficio del Primo Ministro e le Autorità sanitarie, a cominciare dal Ministero della Salute. (…) Dato l’attuale numero esiguo di tamponi (swabs), in questa fase le Autorità sanitarie etiopiche limitano il ricorso al tampone solo ai casi di sintomatologia accentuata. L’unica struttura che dispone del kit per eseguire il test è l’Ethiopian Public Health Institute di Gulele. (…) In linea con le disposizioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto di Salute Pubblica Etiopico invita tutte le persone risultate positive al test ma in condizioni di salute stabili e sintomi lievi a rimanere in autoisolamento a casa per 14 giorni. (…) Se la persona positiva vivesse in casa con altre persone, deve isolarsi in stanze dedicate e non condividere nessuno spazio né oggetti con gli altri. (…) Se i sintomi dovessero essere acuti, l’EPHI potrà decidere di spostare il paziente presso uno dei due centri di isolamento appositamente predisposti. (…) Ad Addis Abeba sono stati allestiti due centri di isolamento, presso il St. Peter Specialized Hospital (Entoto) e presso il Yeka Kotebe General Hospital (Kotebe). Le Autorità etiopiche stanno rafforzando le capacità anche presso altre strutture. Negli Stati Regionali non sono ancora stati allestiti centri di isolamento.”

Per avere un’idea più realistica di ciò che questo significa per la popolazione etiope, si consideri anche che la maggioranza della popolazione vive in aree rurali in contesti di povertà talvolta estrema e che la disponibilità di letti d’ospedale è di 3 su 10.000 persone (dato WHO, 2015). Inoltre, per carenza di infrastrutture e abitazioni appropriate, il distanziamento sociale e l’isolamento sono praticamente impossibili da applicare in contesti abitativi rurali e urbani etiopi. Questo tweet racconta in modo sintetico e drammatico la situazione di quarantena ospedaliera attuata nei primi 15 giorni di marzo per sospetti casi positivi.

Il tweet è del 12 marzo, prima che i due centri di Entoto e Kotebe fossero stabiliti e dedicati; purtroppo le indiscrezioni su di essi non sembrano tuttavia migliori.

Il virus è atterrato in Etiopia e, come scrive Marta Guastella in questo pezzo molto equilibrato, Addis Abeba sembra oggi in attesa. In attesa che la spaventosa onda pandemica investa pienamente il Paese e la sua capitale, spina dorsale dell’economia, lasciandoci a fare i conti con quella che molto probabilmente sarà l’impronta ingombrante della sua forza trasformatrice.

Marcello Poli – 4 aprile 2020

Dal 12 al 27 Novembre 2016
Un ritorno alle radici dell’umanità stessa. popolazioni che vivono i ritmi delle stagioni e delle esigenze del bestiame. Luoghi ancestrali che considerano follia le tradizioni occidentali. Etnie sopravvisute al passare del tempo.

Il nostro documentario Mulheres sulla condizione delle donne in Mozambico ha partecipato a vari festival ottenendo numerosi riconoscimenti e premi.

– ITALIA corto DOC 2015 / Rassegna del documentario PREMIO LIBERO BIZZARRI (S.Benedetto del Tronto, AP) vincitore del 1° Premio

Baikal International Festival of Documentary and Popular-Science Films “PEOPLE AND ENVIRONMENT” (Irkustk, Russia) vincitore dello “Special Jury Awards for acuteness of Eco-humanitarian problem” (24- 28 settembre 2015)

 Selezionato al Festival “Open Movie Night” Sommergarten am FaF. (Berlin, Germany)

– Selezionato al “Document Human Rights Film Festival 2015” (Glasgow, UK) svoltosi dal 16 al 18 ottobre 2015

Guarda il trailer!

Il documentario BIANCOfioreNERO ha partecipato alla XXIII edizione della Rassegna del Documentario-Premio Libero Bizzarri, che si è svolta dall’1 al 27 luglio 2016 presso San Benedetto del Tronto nelle Marche, per la categoria “Concorso ItaliacortoDoc”. Il tema di questa edizione è stato “MEDI(con)TERRANEO – riflessioni di culture in movimento”, al fine di porre al centro l’uomo e le sue riflessioni facendosi testimone della natura complessa e poli-forme che determina gli attuali scenari del Mediterraneo. Il video è stato proiettato mercoledì 13 luglio.

La Fondazione “Libero Bizzarri” è stata costituita nel 1994 e vanta collaborazioni con la RAI, la Scuola Nazionale di Cinema – Cineteca Nazionale, Istituto Luce, Cineteca di Bologna, Università di Urbino, Università di Ancona e la cattedra di Antropologia Culturale della Facoltà di Sociologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”.