Il 27 novembre 2020 dalle 17.30 alle 19.00, appuntamento per il seminario finale del progetto
“Vai. Valorizzare l’autonomia e l’inclusione dei giovani con disabilità in Mozambico”.

 

Le buone prassi nella progettazione di corsi di formazione inclusivi, l’influenza delle nuove tecnologie per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, il ruolo delle organizzazioni sindacali.

Questi i temi affrontati per l’appuntamento online promosso da AIFO, Iscos Emilia-Romagna, Fondazione ASPHI Onlus e Fondazione Montecatone onlus, nell’ambito del progetto Vai. Valorizzare l’autonomia e l’inclusione dei giovani con disabilità in Mozambico, cofinanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

Un incontro per confrontarsi su come fare cooperazione includendo le persone con disabilità, dando voce alle loro speranze, a partire dall’esperienza di inclusione lavorativa che AIFO ha realizzato in Mozambico.

Il panel di interventi vedrà la partecipazione tra gli altri di Elly Schlein, vicepresidente Regione Emilia-Romagna, Simona Venturoli, Project manager AIFO, Sabrina Tardivo, capo progetto AIFO in Mozambico e rappresentanti della Fondazione ASPHI Onlus, Iscos Emilia-Romagna, Cisl Emilia Romagna e dell’Istituto di Formazione Professionale e Studi sul Lavoro di Maputo.

Il webinar si inserisce inoltre tra gli appuntamenti della dodicesima edizione di HANDImatica, promossa da Fondazione ASPHI Onlus, quest’anno dedicata al tema Tecnologie digitali per la comunità fragile.

Iscrizioni al link: https://forms.gle/CT9tFwMTYZGYV1r96

Sono passate quasi due settimane dalla dichiarazione di guerra lanciata del primo ministro etiope Abiy Ahmed alla “clique” politica ed economica di una delle regioni che compongono la Repubblica Federale Etiope, il Tigray People’s Liberation Front (TPLF). Una dichiarazione a cui hanno fatto seguito azioni di cui si sa ancora poco a causa del blocco alle comunicazioni imposto dal governo federale nella Regione del Tigray, scenario di scontro. Un evento particolarmente traumatico per la storia del Paese, che interrompe bruscamente il percorso di pace e sviluppo dell’Etiopia e cosparge di dubbi ed incertezze il futuro. Come ci insegna la storia e ci viene confermato in questi giorni, gli impatti più gravi ricadono sulle tante persone che già vivevano condizioni precarie o di vulnerabilità cronica, a cui siamo soliti pensare per categorie (disoccupati, senza terra, disabili, malati, anziani, bambini), ma non dobbiamo mai dimenticare che sono tutti, univocamente, esseri umani.

La situazione in tutta la Regione è molto difficile. Oltre al blocco totale delle linee telefoniche e internet, manca l’elettricità, indispensabile per il funzionamento degli ospedali e di tutti gli esercizi commerciali. Manca il carburante, senza il quale i veicoli civili e di soccorso non riescono a muoversi, i generatori di elettricità alimentati a benzina non possono funzionare e così alcuni servizi fondamentali tra cui le pompe di estrazione e di circolazione dell’acqua. C’è un blocco quasi totale alla circolazione, non è possibile spostarsi tra le città e i paesi e quindi i generi alimentari cominciano a scarseggiare nelle città. La Regione è isolata, gli aiuti alimentari che quotidianamente venivano distribuiti in abbondanza, non riescono più a raggiungere la popolazione bisognosa. Tutte le banche sono chiuse, non c’è possibilità di prelevare denaro e quindi di far fronte anche all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

Un operatore umanitario che venerdì mattina grazie a permessi speciali e al prezioso aiuto di amici locali è riuscito a lasciare la Regione via terra, racconta che fino ad allora a Mekelle non erano avvenuti combattimenti: solo qualche sparo nei dintorni della città mercoledì 4 e un aereo abbattuto domenica 8 novembre.

La situazione peggiore si registra nella zona occidentale della Regione. Un ufficiale dell’esercito federale ha dichiarato alla Reuters che 500 miliziani tigrini sarebbero stati uccisi negli scontri a Kirakir. Centinaia le perdite subite dalle truppe federali durante l’attacco condotto a Dansha, sempre nella zona ovest della Regione, come riportato da Al Jazeera. La controparte tigrina ha accusato l’esercito federale di aver condotto decine di bombardamenti aerei in aree densamente abitate di Mekelle.

Nella notte tra il 9 e il 10 novembre, centinaia di civili (si stima 500), per lo più lavoratori giornalieri di origine amhara, sono stati massacrati a colpi di coltello e machete da gruppi armati a Mai-Kadra, zona sud-ovest del Tigray. Diversi testimoni hanno incolpato forze leali al TPLF, tra cui la Polizia speciale del Tigray, per il massacro. Secondo le ricostruzioni di Amnesty International, durante il giorno precedente il TPLF e alcune milizie alleate avrebbero perso alcuni scontri in zone limitrofe, per mano dell’esercito federale e delle Forze speciali Amhara. Dopo gli scontri, queste ultime si sarebbero accampate per la notte in una zona periferica di Mai-Kadra e il giorno dopo, rientrando in città, avrebbero scoperto il massacro. Se questa ricostruzione verrà confermata, si tratterebbe di un primo, e probabilmente non ultimo, crimine di guerra.

Gli scontri hanno coinvolto anche la limitrofa Regione Amhara, nelle zone al confine con il Tigray. Venerdì 7 circa 100 persone sono state trattate per ferite da armi da fuoco nella città di Sanja e Gondar, e altre decine nei giorni seguenti.

Se gli scontri dovessero continuare anche nei prossimi giorni, le conseguenze sulla popolazione del Tigray, una regione prevalentemente agricola e molto povera, già duramente colpita dall’invasione delle locuste e dagli effetti del cambiamento climatico, sarebbero catastrofiche. Le Nazioni Unite hanno fatto un appello affinché le comunicazioni e le strade nella Regione vengano riaperte in modo tale da far arrivare almeno cibo e carburante. Oltre 600.000 persone in Tigray ricevono aiuti alimentari dalle Nazioni Unite, a cui si aggiungono le decine di migliaia di beneficiari di iniziative locali ed internazionali di assistenza alimentare ed umanitaria, che nella situazione attuale non operano. Il direttore di UN OCHA Ethiopia (l’ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite), Sajjad Mohammad Sajid ha dichiarato che al momento 2 milioni di persone sono in una condizione “molto, molto difficile”. Tra questi, 100.000 rifugiati attualmente accolti nei campi gestiti dalle Nazioni Unite presenti in Tigray, e altri 100.000 sfollati interni: “anche la sicurezza fisica dei rifugiati è a rischio se il conflitto si espande” ha dichiarato un portavoce di UNHCR Ethiopia. Il rischio crisi umanitaria è ormai più che concreto.

Nei giorni scorsi non meno di 27.000 persone hanno lasciato il Tigray cercando riparo in Sudan. Civili fuggiti dai combattimenti o mossi dalla paura di essere coinvolti, decine di militari etiopi che hanno lasciato il campo di battaglia. Uomini e donne di tutte le età, il 50% bambini secondo la testimonianza di un ufficiale di UNHCR in Sudan raccolta da Reuters, alcuni di questi feriti, quasi tutti con pochissimi beni al seguito, senza cibo né acqua, in cammino da 2 o 3 giorni per sfuggire ai combattimenti. Secondo testimonianze raccolte dalla CNN, alcuni rifugiati hanno raccontato di aver subito bombardamenti da parte del governo federale, di aver assistito a combattimenti in strada e uccisioni di civili a colpi di machete.

Il concentramento delle forze armate federali negli scontri col Tigray sta riaccendendo tensioni interne al Paese. In diverse aree periferiche del Paese sono attivi focolai di tensioni locali che hanno natura varia: competizione per l’accesso a risorse, amministrazione della terra, differenze etniche, irredentismi, sovversione all’autorità. Queste tensioni, spesso sedate tramite il dispiegamento di militari, si stanno riacutizzando in questi giorni proprio a causa del massiccio trasferimento di militari verso il fronte tigrino. Sabato 15 novembre, 34 civili che si trovavano a bordo di un bus in un’area remota tra Wonbera e Chagni, in Benishangul-Gumuz, sono stati uccisi da un gruppo di uomini armati in un attacco che non sembra avere collegamenti diretti con la guerra in Tigray. Lunedì 16 la testata giornalistica Addis Standard ha ricevuto informazioni relative a diversi attacchi avvenuti nel weekend in almeno 5 villaggi della zona Konso, nella Southern Nations, Nationalities and People’s Region, per mano di gruppi armati non meglio specificati: le testimonianze raccolte parlano di molte vittime e di villaggi dati alle fiamme. Entrambe le zone erano state smilitarizzate pochi giorni prima degli attacchi.

Il conflitto si espande. Secondo quanto riferito dal presidente del Tigray Debretsion Gebremedhin, le forze tigrine starebbero combattendo da giorni contro 16 divisioni dell’armata eritrea, nel confine nord della Regione. Nonostante le smentite del governo etiope, la notizia sarebbe confermata da diverse testimonianze raccolte ad Humera: con l’alleanza tra Isaias e Abiy il Tigray si trova praticamente accerchiato. Sabato 14, le forze armate tigrine hanno bombardato la capitale eritrea Asmara.

Sempre nel weekend i tigrini hanno lanciato missili contro gli aeroporti di due grandi città della Regione etiope Amhara (che confina a nord con il Tigray): Gondar e Bahir Dar. Interrogato sulla possibilità di un attacco diretto alla capitale etiope Addis Abeba, Debretsion non ha smentito: “Non voglio dirtelo, ma abbiamo missili a lungo raggio” in grado, si sottintenda, di coprire gli oltre 800km che separano Mekelle da Addis Abeba.

La possibilità che il conflitto si espanda ulteriormente e faccia piombare l’Etiopia nel caos spaventa molto la comunità internazionale. Negli ultimi anni il Paese ha assunto un ruolo chiave nel difficile processo di stabilizzazione e pacificazione del Corno d’Africa, che rischia di saltare, portandosi dietro Paesi già fortemente instabili quali Somalia, Eritrea e Sud Sudan.

L’alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell ha espresso preoccupazione per l’“integrità del Paese e la stabilità dell’intera regione” del Corno d’Africa se la situazione attuale dovesse perdurare.

A riprova della rilevanza internazionale dello scontro in atto, tanti leader africani si sono mossi di persona per incontrare gli alti vertici etiopi e promuovere la cessazione delle ostilità e il dialogo: il Presidente dell’Uganda Museveni e l’ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, il Presidente kenyano Kenyatta e il governo del Sudan.

Queste si sommano alle dichiarazioni del Presidente dell’Unione Africana Moussa Faki Mahamat e del Segretario generale dell’ONU António Guterres, che hanno chiesto un immediato cessate il fuoco per la stabilità dell’Etiopia e del Corno d’Africa, il rispetto dei diritti umani e la protezione dei civili.

In una lettera inviata al Presidente del Sudafrica e al Presidente dell’Unione Africana, il 9 novembre il governatore del Tigray Debretsion Gebremichael ha aperto al dialogo affermando che “i problemi politici non possono essere risolti per vie militari” e chiedendo alle autorità internazionali di fare pressioni affinché il governo federale cessi le azioni militari nella Regione.

In risposta, Abiy ha più volte ribadito la legittimità delle azioni portate avanti, definite “law enforcement operations” di uno stato sovrano nei confronti di un’autorità subordinata e illegale, volte a portare pace e stabilità per tutto il popolo etiope e una volta per tutte. Secondo il governo federale i negoziati di pace saranno possibili solo quando tutti gli armamenti tigrini saranno distrutti, i funzionari federali saranno rilasciati e i leader della Regione arrestati. Le preoccupazioni della comunità internazionale sono dunque considerate “infondate” e dovute ad una mancata “conoscenza approfondita” del “nostro contesto”. “Non avremo pace finché questa giunta non sarà consegnata alla giustizia”.

Le autorità tigrine – formalmente deposte e sostituite da un governo di transizione istituito dal Parlamento di Addis – hanno chiamato tutta la popolazione alle armi e a difendersi dall’aggressione del governo federale.

Poche ore fa il Presidente Abiy ha annunciato che i 3 giorni concessi per la resa delle forze militari tigrine in disaccordo col TPLF sono terminati, e che di conseguenza stanno per iniziare le azioni decisive.

 

Marcello Poli – 17 novembre 2020

Cabo Delgado continua a essere teatro di violenze sempre più efferate da parte di gruppi armati di matrice islamica. Tutto questo mentre si aggrava la situazione di cronico sottosviluppo, si susseguono shock climatici e si diffondono epidemie. 

 

Sono passati ormai tre anni dal primo attacco terrorista a Mochimboa da Praia, rivendicato dalle milizie jihadiste conosciute come Al-Shabaab. Tre anni, per gli analisti, sono il tempo sufficiente perché una ribellione si trasformi in una grave crisi  (Observatorio do Meio Rural, 2020). Secondo un report di Amnesty International è proprio a partire dai primi mesi del 2020 che gli attacchi sono cresciuti del 300% rispetto all’anno precedente (https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/10/mozambique-no-justice-for-victims-of-three-year-conflict-in-cabo-delgado-which-has-killed-over-2000/).

L’ultimo terribile attacco risale a poche settimana fa, quando un gruppo di terroristi ha assaltato due villaggi fra la zona di Miudumbe e Macomia uccidendo 50 civili in maniera brutale: secondo le ricostruzioni il gruppo ha inizialmente bruciato e distrutto gli edifici per poi radunare i civili all’interno di un campo da calcio. Hanno sparato sulla folla e poi hanno proseguito il massacro di cinquanta persone a colpi di machete (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/50-persone-decapitate-capo-delgado-mozambico-daesh-isis)

Nella mappa è indicata la zona in cui si sono verificati gli ultimi attacchi

La debole risposta del governo

Oltre che aumentare la velocità e l’intensità delle violenze, gli attacchi sono sempre più strutturati. Le campagne terroristiche dividono la popolazione: la maggior parte fugge verso sud, alcuni riescono ad essere cooptati dalle bande per paura o con la promessa di guadagno facile. Nel frattempo, il governo non riesce a mettere in campo una risposta consistente. Secondo alcuni esperti infatti l’esercito mozambicano non è fornito di un adeguato armamento, né preparazione militare o logistica. Ma soprattutto, non ha l’appoggio della popolazione. Molti di loro disertano e per questo il governo si trova a contrattare mercenari. Nel frattempo la minaccia del terrorismo nella regione diviene preoccupazione per i paesi vicini e anche per le potenze oltreoceano: gli USA avrebbero chiesto allo Zimbabwe di supportare militarmente Maputo per sopprimere l’insurrezione, dato che è in ballo la destabilizzazione di un’area ricca di gas, dove operano ENI, ExxonMobil e Total che vale 60 miliardi di USD (https://www.africa-express.info/2020/10/06/usa-chiedono-a-zimbabwe-intervento-militare-contro-i-jihadisti-in-mozambico/). Lo Zimbabwe, nella figura del suo presidente Mnangwagwa, è a capo dell’organo della SADC (Southern African Development Community) che si occupa della politica per la difesa e la sicurezza. Tuttavia, la richiesta di aiuto da parte del Governo mozambicano è arrivata troppo tardi, dopo due anni dall’inizio degli attacchi, categorizzati fino ad ora come episodi di comune criminalità (https://www.notiziegeopolitiche.net/sadc-il-vertice-e-stato-incentrato-sulla-insurrezione-islamista-in-mozambico/).

Risulta molto complesso delineare un quadro chiaro di quello che si sta verificando nella regione, molti istituti di ricerca denunciano la riluttanza del governo centrale nel fornire informazioni, anche quando il cosiddetto FDS del governo (Força de Defesa e Segurança) compie operazioni di successo. Molti giornalisti e ricercatori vengono aggrediti o imprigionati e l’unico modo per raccogliere dati e informazioni è attraverso le organizzazioni internazionali o le testimonianze oculari delle vittime degli attacchi.

La gestione della crisi umanitaria

La zona nord della provincia si sta svuotando a seguito delle continue fughe della popolazione, stremata dalla situazione di insicurezza e paura. La maggior parte degli sfollati si dirige laddove le condizioni di sicurezza sono migliori e si riesce ancora a portare aiuto umanitario: secondo i dati di IOM a ottobre il numero degli sfollati interni era di 302.210, di cui 78.181 nella città di Pemba, 38.325 a Metuge, 36.000 a Montepuez, 31.816 ad Ancuabe e 21.387 a Mueda. A Pemba continuano ad arrivare decine di imbarcazioni con migliaia di individui sfollati, disidratati e terrorizzati. (INTEGRAÇÃO SOCIOECONÓMICA DOS DESLOCADOS INTERNOS EM CABO DELGADO – UM DESAFIO NACIONAL, Observatorio do Meio Rural 2020).

Nell’immagine seguente sono indicate le zone dove sono presenti ribelli armati (Mappa 1 sulla sinistra) e la distribuzione degli individui sfollati interni (Mappa 2 sulla destra):

 

 

La capacità di risposta delle organizzazioni internazionali presenti in loco nel dare aiuto umanitario però diventa sempre più lontana dalle esigenze, a causa dell’aumento del numero degli sfollati e del debole aiuto del governo provinciale. A settembre di quest’anno è stata creata una Commissione provinciale per il supporto sociale e la ricostruzione, con l’obiettivo di coordinare e organizzare i vari distretti con l’arrivo degli sfollati, in stretta collaborazione con le organizzazioni umanitarie.

Secondo l’Observatorio do Meio Rural, gli sfollati si trovano ancora in attesa di essere inseriti in strutture di accoglienza, mentre quelli che ci sono riusciti, lamentano condizioni precarie di vita, con distribuzione diseguale dei beni di prima necessità. Nonostante ciò, le organizzazioni internazionali presenti come il Programma Mondiale Alimentare, la Caritas, le  organizzazioni musulmane e i volontari si sforzano di promuovere campagne di distribuzione alimentare, prodotti di igiene e vestiario per tutti. La situazione però è ormai allo stremo: i problemi riscontrati vanno ben oltre i disagi fisici. Molte persone soffrono di stress post-traumatico dovuto alle violenze subite e la situazione di disoccupazione, di attesa incessante e di mancanza di prospettive alimenta la depressione.

Secondo l’OCHA (UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) più di 710.000 persone tra famiglie residenti e sfollati, sono in condizione di estrema insicurezza alimentare (https://reports.unocha.org/en/country/mozambique/), donne e bambini sono le categorie più a rischio di ricevere abusi, incluso il reclutamento forzato e la violenza sessuale.

Mentre dunque il governo cerca aiuti militari altrove e la situazione comincia seriamente a preoccupare sia le potenze regionali che quelle con forti interessi economici nell’industria estrattiva, i terroristi continuano ad espandersi e uccidere brutalmente i civili. Il grado di strutturazione degli attacchi è aumentato nel corso di questi due anni in cui la minaccia di terrorismo è stata sottovalutata.

Nel frattempo, un’intera generazione di giovani è sacrificata a causa del conflitto. In una regione in cui già bambini e ragazzi trovavano difficoltà strutturali di accesso all’educazione, la fuga e le condizioni di precarietà che trovano nelle zone di accoglienza creano ancora più esclusione.

 

Chiara Spatafora – 17 novembre 2020

 

 

La pace fredda a 25 anni dagli accordi di pace di Dayton è la seconda tappa del percorso avviato dagli organizzatori a luglio delle due giornate di riflessione “Srebrenica: 25 anni dopo – Rileggere i Balcani, una lunga storia europea”. L’estate scorsa, si era partiti da uno dei momenti più tragici della recente storia europea, l’uccisione di oltre 8mila persone a Srebrenica, avvenuta a partire dall’11 luglio 1995: quel giorno le truppe guidate da Ratko Mladic entrarono in un piccolo paese della Bosnia Erzegovina per compiere un violentissimo atto di pulizia etnica, il più grande massacro in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Le attività reggiane di approfondimento storico continuano con l’obiettivo di offrire un percorso di ricostruzione storica, con spunti per l’analisi del presente, dei conflitti nei Balcani, con particolare attenzione alla Bosnia Erzegovina. Testimoni ed esperti di primo piano partecipano alla ricorstruzione degli avvenimenti che segnarono negli anni ’90 il territorio dell’ex Jugoslavia.

Il nuovo appuntamento è per mercoledì 25 novembre alle 21:00, per un incontro online: un’occasione per ricordare gli accordi firmati nel 1995 a Dayton, in Ohio, che suggellarono la fine del conflitto in Bosnia Erzegovina senza però portare a una vera pace. Si arrivò appunto a una “pace fredda”, incapace di raffreddare le tensioni e i rancori esplosi negli anni precedenti e tornati man mano a galla nel corso degli anni.

L’evento sarà trasmesso in diretta web sulle pagine Facebook di Istoreco, Iscos Emiia Romagna e Fondazione E-35. La giornalista e ricercatrice Simona Silvestri intervisterà due dei principali esperti italiani della storia dell’ex Jugoslavia, Alfredo Sasso dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e Luca Leone di Infinito Edizioni. Le conclusioni saranno affidate a Maurizio Battini, direttore generale del Comune di Reggio Emilia.

Per assistere all’incontro è sufficiente aprire le pagine Facebook di Istoreco, Iscos Emiia Romagna e Fondazione E-35 dalle 21 e guardare il video in riproduzione. Non è necessario avere un profilo Facebook attivo per visualizzare il video.

 

 

 

L’evento è promosso da Iscos Emilia-Romagna, Comune di Reggio Emilia, Fondazione E-35, Istoreco, Fondazione Mondinsieme, l’associazione MirniMost Un ponte per la pace in collaborazione con Cisl Emilia Centrale, Infinito Edizioni e l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa e il contributo della Regione Emilia-Romagna. La serata fa inoltre parte delle attività del progetto “MOST – un ponte per la pace e i diritti umani tra Reggio Emilia e i Balcani”.

 

 

 

(versión en español abajo)

 

In questo periodo in cui riunirsi dal vivo è diventato estremamente difficile, abbiamo deciso di organizzare tre conferenze svoltesi online in modo da offrire un’occasione di confronto riguardo alla catena di valore tessili dell’alpaca e della vigogna, nonostante i chilometri che ci separano. Abbiamo cercato di riunire, dietro al computer, esperti del settore per condividere la loro esperienza e le loro conoscenze con il pubblico, in particolare con gli allevatori che sono i primi interessati. Inoltre, i partecipanti sono stati invitati, al termine delle conferenze, ad assistere a laboratori tematici e settoriali, tutt’oggi in corso. Ovviamente, nuove adesioni sono sempre possibili. Tutti questi eventi partecipano all’organizzazione di un seminario internazionale che si svolgerà a Cusco e online nel mese di maggio 2021 con l’intenzione di approffondire la questione dell’associativismo, delle tecnologie e innovazioni nella catena di valore tessili dei camelidi sudamericani. Questa iniziativa è nata nel contesto del progetto Tessendo la Solidarietà con capofila Progettomondo.mlal, un progetto finanziato dall’AICS, ISCOS Emilia-Romagna insieme al Centro Bartolomé de las Casas (ONG peruviana, Cusco).

 

Il miglioramento genetico dell’alpaca

La prima conferenza si è focalizzata sulle motivazioni genetiche, socio-economiche e ambientali del miglioramento genetico dell’alpaca. Il dottore veterinario Carlo Renieri dell’Università di Camerino ha introdotto il tema mettendo in rilievo che, “un metodo per la selezione di alpaca e lama deve tenere in considerazione sia gli animali che gli allevatori e deve avere una corretta gestione dell’ambiente. Sono le dimensioni di base che interagiscono simultaneamente per permettere l’ottenimento di un sistema sostenibile”. Terminato l’intervento di Renieri, venne organizzata una tavola rotonda con esperti del miglioramento genetico: Celso Ayala, un medico veterinario dell’Università Mayor de San Andrés (UMSA) di La Paz, in Bolivia e l’ingegniere agronomo Gustavo Gutierrez dell’Università Nacional Agraria La Molina (UNALM) di Lima, in Perù. Per concludere, le organizzazioni di allevatori di alpaca Calpex (Perù) e Aigacaa-Coproca (Bolivia) hanno presentato le loro esperienze pilota attraverso la voce dei loro rappresentanti, Juan Portada Tito e David Olivares.

 

Il benessere animale, tracciabilità e certificazione etica

La seconda conferenza si è concentrata sulla questione del benessere animale e delle pratiche di tracciabilità della fibra per la certificazione etica e ambientale dei produttori. Il dibattito venne aperto da Maria Wurzinger dell’Università Nacional Agraria La Molina (UNALM) di Lima e ricercatrice principale della BOKU-Università di Risorse Naturali e Scienza della Vità di Vienna (Austria). Durante il suo intervento, si è focalizzata sul sistema di certificazione della fibra animale e sui benefici che si potrebbero ottenere dall’applicazione di questo metodo alla fibra di alpaca. Di seguito, è intervenuto Sergio Foglia, dell’impresa Fratelli Piacenza SpA, che lavora nel settore tessile dal 1966. Si è interessato al funzionamento del mercato internazionale della fibra di alpaca e all’importanza crescente della sostenibilità ambientale e sociale per i consumatori. Ha trattato anche di temi più polemici come la denuncia di PETA riguardo ai trattamenti inadeguati dell’alpaca al fundo Mallkini di Michell Group e le inevitabili conseguenze dello scandalo per gli allevatori. Dopodiché, Aigacaa-Coproca ha presentato la sua esperienza di tracciabilità della fibra e Calpex si è soffermato sul suo sistema di raccolta, classificazione e lavorazione della fibra ed infine di vendita in Italia.

 

Commercializzazione ed esportazione della fibra di vigogna

La terza e ultima conferenza trattava la commercializzazione e l’esportazione della fibra di vigogna, focalizzandosi particolarmente sulle esperienze comunitarie e il ruolo dello Stato. Il primo intervento, interrotto purtroppo da un problema di rete, è stato curato da cura di Marco Antonio Zuñiga Velando, ricercatore dell’Università Alas Peruanas di Huancavelica in Perù dove è responsabile di 1800 vigogne. Karina Santti Sanchez del Servizio Nazionale Forestale e di Fauna Selvatica (SERFOR – Perù) si è soffermata sul tema della gestione pubblica riguardo l’utilizzo e la commercializzazione della fibra di vigogna e i prodotti realizzati con questa pregiata fibra. Daniel Maydana, antropologo di formazione ed esperto nella gestione di risorse naturali, si è dedicato all’esposizione della situazione in Bolivia in quanto tecnico dell’Associazione Nazionale di Gestori della vigogna. Terminata la presentazione del quadro peruviano e boliviano, la parola passò a Willy Gallia, sustainability manager di The Schneider Group. Oggi, vive e lavora in Italia ma viene dall’Argentina dove il gruppo ha una certa esperienza nell’ambito della gestione della vigogna. Gallia ha presentato con un’ottica internazionale la collaborazione tra Schneider e Calpex, raccontando le esperienze acquisite dal commercio della suddetta fibra. Infine, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare esperienze provenienti dalle comunità grazie alla partecipazione di Juan Portada, il direttore di Calpex e Jorge Paco Dias, l’ex presidente di ACRIVIR (Cusco), seguito da Daniel Maydana che ha preso la parola al posto di Rene Paca, presidente di ACOFIV in Bolivia.

 

E adesso…cosa facciamo?

Se siete curiosi di scoprire nel dettaglio gli interventi, le riflessioni e domande inerenti alle conferenze, vi è ancora possibile guardarle con i video accessibili con i link riportati qui sotto: (i link arrivano prossimamente)

 

Il nostro ciclo di eventi che ruota attorno al vasto mondo dei camelidi non si è ancora concluso. Pertanto, vi invitiamo ad assistere al primo laboratorio per discutere l’organizzazione e la gestione di un programma di miglioramento genetico.

L’iscrizione è molto semplice. Basta cliccare sul link riportato in seguito e compilare il formulario: https://bit.ly/2UcFZst

Riceverete una notifica con il link che serve per accedere al laboratorio di giovedì.

 

 

CONFERENCIAS SOBRE LOS CAMÉLIDOS SUDAMERICANOS DE PERÚ Y BOLIVIA

En este período en el cual reunirse en vivo se ha vuelto casi imposible, hemos decidido organizar tres conferencias virtuales para crear la posibilidad de encontrarnos alrededor de un mismo tema a pesar de los kilómetros que nos separan. Hemos tratado de reunir a expertos del sector detrás de la computadora para compartir con el público sus experiencias y conocimientos, especialmente con los alpaqueros y vicuñeros que son los primeros interesados. Esta iniciativa nació en el marco del proyecto Tejiendo la Solidaridad, con líder Progettomondo.mlal, un proyecto financiado por AICS (Agencia Italiana para la Cooperación al Desarrollo), ISCOS Emilia-Romagna junto con el Centro Bartolomé de las Casas (ONG peruana, Cusco).

Las presentaciones de los profesionales permitieron recordar la importancia del asociativismo, de las tecnologías e innovaciones en las cadenas de valor textil de los camélidos sudamericanos. Cada conferencia dejó espacio a las preguntas de los participantes permitiendo el diálogo sobre los temas tratados. La programación incluyó un ciclo de tres conferencias y, posteriormente, una serie de talleres temáticos y sectoriales todavía en proceso. Si esta interesado, no es demasiado tarde para participar (informaciones al final del articulo). Todos estos eventos participan en la organización de un seminario internacional que se llevará a cabo en Cusco y en manera virtual en el mes de mayo del 2021.

 

Mejoramiento genetico de la alpaca

La primera conferencia se centró en las motivaciones genéticas, socioeconómicas y ambientales del mejoramiento genético de alpaca. El médico veterinario Carlo Renieri de la Universidad de Camerino introdujo el tema explicando que “Un método para la selección y cría de alpacas y llamas debe tomar en cuenta tanto a los animales como a los criadores y a un manejo adecuado del medio ambiente, dimensiones básicas que interactúan simultáneamente para lograr un sistema sostenible”. Después de la intervención de Renieri, se inició una mesa redonda con especialistas en mejoramiento genético: Celso Ayala, médico veterinario de la Universidad Mayor de San Andrés (UMSA) de La Paz, Bolivia y el ingeniero agrónomo Gustavo Gutiérrez de la Universidad Nacional Agraria La Molina (UNALM) de Lima, Perú. Finalmente, las organizaciones de productores de alpacas, Calpex (Perú) y Aigacaa-Coproca (Bolivia) presentaron sus experiencias piloto gracias a sus representantes Juan Portada Tito y Davod Olivares.

 

Bienestar animal, trazabilidad y certificación etica

La segunda conferencia se interesó a la cuestión del bienestar animal y de las prácticas de trazabilidad de la fibra para la certificación ética y ambiental de los productores. Ha abierto el debate Maria Wurzinger de la Universidad Nacional Agraria La Molina (UNALM) de Lima e investigadora principal de la BOKU-Universidad de Recursos Naturales y Ciencias de la Vida de Viena en Austria. Explicó el sistema de certificación de fibra animal y los beneficios que podría traer si viniera aplicado a la fibra de alpaca. A continuación, habló Sergio Foglia de la empresa Fratelli Piacenza Spa que trabaja en el sector textil desde 1966. Trató de explicar el funcionamiento del mercado internacional de fibra de alpaca y la importancia creciente de la sostenibilidad ambiental y social para los consumidores. También, se ocupó de temas más polémicos en este momento como la denuncia de PETA en relación con el maltrato de alpacas en el fundo Mallkini de Michell Group y sus consecuencias inevitables para los alpaqueros. Después de eso, Aigacaa-Coproca presentó su experiencia en trazabilidad de fibra de alpaca y Calpex contó cómo se desarrolla el procesamiento de la fibra, su clasificación y venta en Italia.

 

Comercialización y exportación de la fibra de vicuña

La tercera y última conferencia versó sobre la comercialización y la exportación de fibra de vicuña, con interés particular para las experiencias comunitarias y el papel del Estado. La primera presentación era de Marco Antonio Zuñiga Velando pero lamentablemente, fue interrumpido por un problema de red. Es investigador de la Universidad Alas Peruanas de Huancavelica en Perú, donde es responsable de 1800 vicuñas. Karina Santti Sánchez del Servicio Nacional Forestal y de Fauna Silvestre (SERFOR – Perú) ha seguido presentando su experiencia en la gestión pública de manejo y comercialización de fibra de vicuña y sus productos derivados. Daniel Maydana, antropólogo de formación y experto en el manejo de los recursos naturales, hizo su ponencia sobre la situación en Bolivia en cuanto de la Asociación Nacional de Manejadores de Vicuñas de Bolivia. Después de explorar las experiencias comunitarias peruanas y bolivianas, le dimos la palabra a Willy Gallia, sustainibility manager del Schneider Group. Vive y trabaja en Italia pero viene desde Argentina donde el grupo tiene experiencia en el manejo de vicuña. Presentó desde una perspectiva internacional, la colaboración entre Schneider Group y Calpex sobre la comercialización de fibra de vicuña. Por fin, tuvimos la oportunidad de escuchar experiencias directas desde las comunidades con Calpex pero también Jorge Paco Días, el expresidente de ACRIVIR (Cusco), seguido por Daniel Maydana quien tomó la palabra en lugar de Rene Paca, presidente de ACOFIV de Bolivia.

 

Si tiene curiosidad, puede descubrir las reflexiones, exposiciones y preguntas de los ponentes y participantes mirando los videos de las conferencias hagando clic sobre los enlaces: (los enlaces llegarán proximamente)

Sobre todo, nuestro ciclo de eventos aún no se ha cerrado. Les invitamos a asistir al primer laboratorio para debatir sobre la organización y el manejo de un programa de mejora genética.

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Alla fine è successo, o forse no. Dalle 18 di ieri, ora italiana, si rincorrono le voci di un bombardamento aereo in corso su Mekelle, capoluogo della regione settentrionale dell’Etiopia, il Tigray, condotto dal governo federale (leggasi centrale). La notizia rimbalza su Twitter, condivisa da centinaia di account di tigrini espatriati preoccupati per la salute di parenti o amici rimasti in Tigray, coi quali non riescono a mettersi in contatto dalla sera di martedì 3 novembre. Da quando cioè è scattato l’ultimo blocco totale alle linee telefoniche, una misura attuata spesso dal governo federale su Ethiotelecom – l’unico provider di rete telefonica operante nel Paese, di proprietà pubblica – in aree del Paese o periodi di eccezionale instabilità sociale e politica, per controllare le comunicazioni e impedire a criminali, o semplici attivisti ed oppositori al governo, di organizzare manifestazioni o condividere notizie. Questa volta il blocco ha anticipato di qualche ora quella che viene da più parti considerata come una dichiarazione di guerra al Tigray, emessa dal primo ministro Abiy Ahmed nella mattina di mercoledì 4 novembre. Con buona pace del Premio Nobel, per la pace appunto, attribuitogli l’anno scorso.

 

“Mio fratello minore è a Mekelle. Non abbiamo più avuto sue notizie da quando è iniziato il conflitto e io sono preoccupata e mia madre, inutile dirlo, preoccupata a morte.”

“Mio marito è a Mekelle. Io sono in India. I messaggi funzionano a Mekelle?”

“Avendo vissuto l’ultima guerra civile in Etiopia, il recente bombardamento della mia città natale Mekelle fa riemergere il trauma avuto durante i bombardamenti dei jet MiG per mano di Mengistu. Prego per la pace!”

“Allarme! Allarme! Salvate l’Africa! L’Africa orientale è in fiamme per mano del dittatore Abiy Ahmed Ali. Non riesco a contattare mia madre e molti altri cari a causa del blackout delle telecomunicazioni imposto da Abiy.”

“Sta succedendo molto qua negli Stati Uniti, ma devo dire che sono sconcertata dalle azioni del premier etiope Abiy Ahmed contro il popolo del Tigray. La mia famiglia è a Mekelle. Non siamo in grado di contattarli perché tutte le reti di comunicazione sono state spente.”

 

Questi sono alcuni dei messaggi di preoccupazione condivisi su Twitter nelle ultime ore. Ma non c’è nessun riscontro ufficiale. Con il blocco totale delle comunicazioni – forse interrotto solo da una brevissima e temporanea riattivazione degli SMS ieri in serata – e l’interruzione di tutti i voli da e per il Tigray da mercoledì mattina, che ha solo anticipato di qualche ora la chiusura ufficiale dei 4 aeroporti nella Regione comunicata stamattina, non è possibile sapere cosa stia succedendo in Tigray. Non ci è possibile sapere se i nostri colleghi e compagni del sindacato CETU, i collaboratori, gli amici, i lavoratori e le lavoratrici che abbiamo incontrato e conosciuto in questo anno e mezzo di attività in Tigray al loro fianco, stanno bene o meno. Se c’è stato o meno un bombardamento aereo questa notte, se questo ha coinvolto civili, se ha lasciato vittime. E’ sconcertante e a tratti paradossale, in un momento storico in cui (almeno per chi scrive e chi legge), possiamo avere accesso a pressochè ogni tipologia di informazione in pochi secondi. Di quello che sta succedendo in Tigray non si può e non si deve sapere nulla.

Il primo ministro Abiy affida a 2 tweet stamattina uno dei pochissimi commenti su quello che sta succedendo in Tigray.

 

“Le operazioni delle Forze Federali di Difesa in corso nel nord dell’Etiopia hanno obiettivi chiari, limitati e raggiungibili: ripristinare lo stato di diritto e l’ordine costituzionale e salvaguardare il diritto dei cittadini etiopi di condurre una vita pacifica ovunque si trovino nel Paese.”

“Il governo federale ha cercato pazientemente per diversi mesi di risolvere le divergenze con i dirigenti del TPLF in modo pacifico; abbiamo cercato la mediazione, la riconciliazione, il dialogo. Sono tutti falliti per colpa dell’arroganza e dell’intransigenza criminale del TPLF. Per ultimo, il TPLF ha attaccato il Comando del Nord [dell’esercito d’Etiopia] basato in Tigray”

 

Il TPLF è il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, il partito politico che è nato come movimento di lotta armata e protagonista della liberazione del popolo etiope dalla dittatura degli anni ’70 e ’80, e che ha fondato e guidato la coalizione che ha governato il Paese negli ultimi 30 anni (EPRDF), durante i quali il partito stesso ha preso il controllo di apparati nevralgici del Paese, dall’economia alle forze armate. Con la nomina di Abiy Ahmed a primo ministro – avvenuta abbastanza inaspettatamente nel 2018 in seguito alle dimissioni del predecessore Hailemariam (mai veramente in grado di gestire la pesante eredità di Meles Zenawi) – il TPLF ha cominciato a perdere potere politico ed economico, ed è cominciata un’escalation di accuse e tensioni tra il partito tigrino e il governo federale.

Il 6 ottobre, il parlamento federale ha votato la sospensione di ogni relazione tra le autorità federali e quelle tigrine. La decisione ha rotto definitivamente i rapporti già molto tesi tra le due parti, e ulteriormente aggravatisi dopo che il TPLF ha proceduto con le elezioni politiche in Tigray in autonomia, in aperta opposizione alle decisioni del governo federale di rimandarle causa pandemia da coronavirus. Oltre alle inevitabili conseguenze in termini politici, la decisione del parlamento, fortemente voluta dal governo, mette a rischio la concreta sopravvivenza di milioni di abitanti della Regione, in larga parte agricoltori cronicamente vulnerabili e dipendenti dai sussidi statali e dagli aiuti umanitari. Si stima che il Tigray potrebbe perdere circa 281 milioni di dollari di sussidi federali.

Ad ulteriore riprova delle crescenti tensioni, nelle settimane passate si sono registrati diversi trasferimenti di truppe militari federali da diverse aree del Paese al confine tra la Regione Amhara e quella del Tigray. Uno di questi spostamenti sembra essere stato alla base dell’uccisione di 54 civili di etnia amhara in un compound scolastico in Oromia da parte di milizie armate non meglio identificate, avvenuto un giorno dopo che i militari presenti in quella zona erano stati trasferiti, pare, appunto, al confine col Tigray.

In risposta, domenica scorsa, il presidente del governo della Regione del Tigray Debretsion Gebremichael ha affermato ad una Tv locale:

 

“Se la guerra è imminente, siamo pronti. Non solo a resistere, ma a vincere.”

 

La mattina del 4 novembre, con un videomessaggio al Paese e un comunicato scritto, il primo ministro Abiy ha dichiarato che le forze del TPLF hanno assaltato due Comandi Nazionali dell’Esercito federale etiope a Mekelle e Densha, in Tigray, causando vittime e feriti, nel tentativo di sottrarre artiglieria ed altri equipaggiamenti militari.

 

“L’ultima linea rossa è stata oltrepassata con gli attacchi di questa mattina e il governo federale si trova costretto ad uno scontro militare” recita il comunicato, “Le Forze Federali di Difesa, sotto la direzione del Posto di Comando, sono state ordinate di svolgere la loro missione di salvare il Paese e la Regione dal vortice dell’instabilità.”

 

Queste parole sanciscono, senza mezzi termini, l’inizio dell’offensiva armata dell’esercito federale contro quello regionale.

Le notizie relative a mercoledì, confuse, frammentarie e non confermate, parlavano di scontri avvenuti nel confine sud-occidentale della Regione, al confine con l’Amhara, e di una situazione pacifica a Mekelle sebbene si vociferasse di un dispiegamento eccezionale di forze armate regionali nel capoluogo, e di spari avvertiti nei dintorni della città.

Ieri, giovedì 5 novembre, il governo federale ha dichiarato 6 mesi di stato di emergenza per la Regione del Tigray e sancito la chiusura dello spazio aereo. 23 anni dopo i bombardamenti perpetrati dagli aerei militari eritrei nel corso dello scontro etiope-eritreo risolto solo 2 anni fa, alle 18 ora italiana, Mekelle, città da mezzo milione di abitanti, sarebbe ripiombata sotto un bombardamento aereo, questa volta per mano dell’esercito etiope.

Nel resto del Paese, oggi, ufficiali di etnia tigrina della polizia federale, della polizia di Addis Abeba e delle Forze di Difesa Federali sono stati disarmati. I rischi che la situazione possa aggravarsi ulteriormente in Tigray e che possa perpetrarsi a lungo sono molto alti. E’ concreto anche il rischio che si scatenino drammatiche ripercussioni in tutto il Paese e che, come spesso accade, siano le fasce più vulnerabili della popolazione a pagare il prezzo più alto.

 

Marcello Poli – 6 novembre 2020