Se non la conoscete ancora, l’organizzazione Zene u crnom è composta da attivisti che cercano di sensibilizzare la società civile ai diritti umani e di promuovere la giustizia sociale in Serbia e negli altri paesi dell’ex Jugoslavia. Da tempo partner di ISCOS Emilia-Romagna, Women in Black (WiB) organizza varie manifestazioni per la pace, per i diritti umani e in particolare per i diritti delle donne, e contro la violenza e la militarizzazione degli stati. Una parte importante delle azioni di WiB riguarda le commemorazioni per le vittime del conflitto degli anni ‘90 e la sensibilizzazione della popolazione sui crimini di guerra, per rendere la società serba più pacifica, inclusiva e consapevole della propria storia.

 

Retrospettiva del 2020 in Serbia

 

Il 2020 è stato un anno difficile anche per la Serbia, colpita duramente dal Covid-19. La strategia politica per contrastare la crisi è consistita nell’istituzione di uno stato di emergenza a partire da marzo e nell’attuazione di misure molto restrittive e repressive che sono state fortemente criticate. Per degli attivisti di Women in Black le controverse misure adottate sono da considerare proprie di uno stato di guerra piuttosto che misure sanitarie per combattere una pandemia.

E’ interessante l’analisi di WiB riguardo alla retorica da Paese in guerra adottata dai vertici dello stato durante la crisi sanitaria. In effetti, per definire la situazione di crisi vissuta dal Paese, i politici hanno identificato nel coronavirus un nemico da combattere, abusando del campo semantico proprio delle guerre e, e legittimando così l’uso della forza, la repressione e il dispiegamento dell’esercito.

Invece di parlare di una grave crisi sanitaria, il regime guidato da A. Vučić (15 marzo 2020) annuncia in realtà lo stato di guerra: “La Serbia è in guerra oggi contro un avversario invisibile. La nostra Serbia deve vincere (…) questa sarà la battaglia più difficile per il nostro popolo, la battaglia per i nostri malati e gli anziani, sono loro il bersaglio di questo feroce attacco (…) La resa non è un’opzione per la Serbia” Tutto il regime, rafforzato da criminali di guerra condannati, segue una retorica di guerra: “Ora dobbiamo applicare una formula per avere successo nella guerra contro il coronavirus, e cioè: unità indissolubile, indistruttibile, unità indiscussa dell’esercito, del popolo e della leadership dello Stato”, ha detto il generale V. Lazarevic.  (ex generale dell’esercito serbo, condannato a 15 anni di prigione davanti al Tribunale dell’Aia per crimini di guerra commessi contro gli albanesi nel 1999 in Kosovo)

La metafora della guerra ha accentuato le differenze interne alla società, diffondendo insicurezza, paura e panico, che nel contesto di un regime di lunga tradizione patriarcale trovano applicazione nell’abolizione del dissenso, delle libertà civili fondamentali e dei diritti umani.

La censura ha contribuito a rendere effettiva la repressione. Un provvedimento approvato dal governo il 28 marzo 2020 “prevede che solo la premier e i soggetti autorizzati dall’Unità di crisi possano rendere note le informazioni sull’emergenza sanitaria in corso. Chi pubblica un’informazione resa nota da un ‘soggetto non autorizzato’ rischia di essere punito con una delle sanzioni introdotte nell’ambito dello stato di emergenza. Le associazioni dei giornalisti serbi e una parte dell’opinione pubblica hanno protestato contro questo provvedimento, che ha di fatto introdotto la censura, ma il governo si è giustificato affermando che lo scopo del provvedimento era quello di contrastare la diffusione di notizie false.” (balcanicaucaso.org)

A farne le spese in prima istanza, è stata la libertà di stampa. La giornalista Ana Lalić, ad esempio, è stata arrestata dopo aver denunciatole condizioni del Centro clinico Vojvodina a Novi Sad e la mancanza di attrezzature mediche. In seguito alla pubblicazione del suo articolo è stata accusata di “diffondere informazioni false il cui unico obiettivo era quello di diffondere il panico”, il suo appartamento è stato perquisito dalla polizia, il suo computer e i suoi cellulari sequestrati. Le accuse pubbliche di Lalić avevano tutte le ragioni per essere plausibili in quanto sostenute da numerose testimonianze di pazienti di altri ospedali che lamentavano condizioni di insalubrità. Per farsi un’idea della situazione di degrado basti pensare che il più grande di questi ospedali, fondato a Sajam/Belgrado Fair, è stato ribattezzato Sajmište, come uno dei più grandi campi di concentramento creati in Serbia durante la seconda guerra mondiale. La giornalista è stata rilasciata solo grazie alla pressione pubblica esercitata a livello sia nazionale che internazionale.

La pandemia in Serbia ha causato anche un drammatico aumento dei casi di violenza contro le donne in quanto, a causa della quarantena e delle restrizioni ai movimenti, le vittime sono state costrette a vivere 24 ore su 24 con gli aggressori senza possibili vie d’uscita. Le donne vittime di violenza domestica hanno spesso rinunciato a denunciare gli abusi subiti perché in diversi casi, donne che si sono recate dalla polizia per esporre denuncia sono state multate e rispedite a casa senza alcun aiuto. Ed è evidente il paradosso per cui questo tipo di abusi di potere che hanno un forte impatto sulla salute mentale e fisica della persona vengano perpetrati da rappresentanti di quello Stato che dovrebbe garantire la salute dei propri cittadini

Il distanziamento fisico e sociale imposto dalla pandemia hanno prodotto un aumento delle situazioni di violenza e di conseguenza delle richieste di aiuto. In Italia ad esempio dove “il numero delle chiamate sia telefoniche sia via chat nel periodo compreso tra marzo e giugno 2020 è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+119,6%)” (istat)

Tra le persone che hanno subito maggiormente le misure di contenimento della pandemia si trovano anche i senzatetto e coloro che vivono in insediamenti informali come i Rom, spesso privati dell’accesso ai servizi di base e impossibilitati al rispetto del distanziamento fisico.

WiB ha condannato il trattamento riservato ai migranti durante la crisi sanitaria:

Dichiarando lo stato di emergenza, sono stati violati i diritti umani dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza, e tutto in nome della presunta protezione dalla pandemia da COVID-19. I campi profughi sono stati trasformati in unità carcerarie e campi di concentramento con condizioni igieniche degradanti.

Il dispiegamento dell’esercito nei centri di accoglienza per rifugiati a Belgrado e nella Serbia occidentale ha “alimentato un clima di razzismo e di attacchi fascisti nei loro confronti, già frequenti anche prima dello stato di emergenza“, aggravando quindi la situazione preesistente. L’intervento duro dello Stato è stato evidente anche nella repressione di proteste e manifestazioni, condotte da migranti o attivisti serbi.

WiB ripudia in modo fermo il crescente business della vendita di armi serbe a Paesi in conflitto. Questo fiorente mercato non è cessato durante la pandemia e sta contribuendo ad alimentare le guerre in tutto il mondo. La militarizzazione dello Stato serbo risulta evidente nelle dichiarazioni di WiB:

La Serbia è l’unico paese della regione che non ha ancora firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sulle munizioni a grappolo, e così facendo impedisce alle tante vittime di questo tipo di munizioni durante i bombardamenti della NATO (1999) di ottenere aiuti internazionali; la Serbia è il primo Stato della regione per armi pro capite, ed esporta armi nei Paesi in guerra, a vari regimi dittatoriali; sta investendo nell’esercito, nell’apparato repressivo piuttosto che nei servizi di base che permettono di rispondere ai bisogni elementari dei civili, della popolazione; la Serbia si colloca all’ultimo posto per qualità dell’assistenza sanitaria in Europa, ecc.

Risulta evidente che lo stato di emergenza sia stato impiegato anche come strumento al servizio della campagna elettorale condotta in vista delle elezioni parlamentari prevista ad aprile 2020 e posticipate a giugno, proprio a causa della crisi sanitaria. Durante questi mesi, i media serbi sono stati utilizzati come un arma di propaganda permanente, approffitando della situazione di confinamento dei cittadini:

Il nostro monitoraggio dei media ha mostrato che esponenti politici e statali hanno occupato il 91% del tempo sui media. Nelle ultime due settimane di marzo questa percentuale ha raggiunto il 99%. Tra questi, una persona su due era il presidente Vučić.

Rasa Nedeljkov, Program Director of Center for Research, Transparency and Accountability, conference ‘The Ogre of Corona Goes Around the World’

Il partito che ha vinto le elezioni con 188 seggi in parlamento su 250 è stato, senza grande sorpresa, il Partito Progressista Serbo del quale Vučić fa parte, un partito basato su un’ideologia conservatrice e nazionalista.

Per chiudere questo breve sopralluogo, è necessario aggiungere che nel Paese è in atto una crescente criminalizzazione delle ONG e delle Organizzazioni della Società Civile. Fin dall’inizio dell’operatività, la stessa WiB è stata esposta a “numerosi attacchi, anche fisici, minacce, insulti, interruzioni delle attività e altri tipi di intimidazione […] che: “si sono intensificati negli ultimi cinque anni. […]In relazione a questi attacchi sono stati avviati 13 procedimenti giudiziari dinanzi alle autorità statali della Repubblica di Serbia e nessuno dei responsabili è stato punito”.

Il governo stesso ha criminalizzato apertemente giornalisti e OSC, con la probabile intenzione di tacere le critiche e il dissenso. In tal senso è da leggere la richiesta fatta dalla Direzione per la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo del Ministero delle Finanze, di avere accesso ai dati bancari “di 20 individui e 37 organizzazioni non governative, tra cui alcuni portali di giornalismo investigativo e rinomate organizzazioni per i diritti umani” (balcanicaucaso.org) L’autoritarismo in Serbia fa passi da gigante.

Nonostante il quadro degli eventi del 2020 riportati dall’organizzazione non sia affatto ottimistico, Women in Black è rimasta attiva sul territorio sensibilizzando l’opinione pubblica e lottando per la democrazia, per la libertà dei media e, sostanzialmente, per i diritti umani.

 

Retrospettiva del 2020 di Women in Black

 

Gli eventi in Serbia e la rapida discesa verso uno stato autoritario dai connotati fascisti rendono sempre più evidente l’importanza dell’impegno dell’associazionismo e delle Organizzazioni della Società Civile in generale, come WiB.

Durante lo stato di emergenza, gli attivisti hanno mantenuto un contatto telefonico con la loro rete nazionale e internazionale, supportando i propri attivisti in difficoltà, soprattutto donne oltre i 65 anni, mediante la distribuzione di beni di prima necessità. Quest’ultima è stata la fascia d’età maggiormente colpita durante il confinamento, in quanto è stata fatta oggetto delle restrizioni più severe. WiB ha inoltre partecipato al supporto psicologico fornito dal team terapeutico del Tribunale delle Donne che opera in tutta la regione.

Durante tutto l’anno, l’organizzazione ha continuato a visitare i luoghi emblematici del conflitto degli anni ‘90, in memoria delle popolazioni civili vittime dei crimini di guerra, per portare il proprio sostegno alle famiglie delle vittime e rendere omaggio ai defunti. Nel corso dell’anno sono state organizzate cinque manifestazioni commemorative, in occasione degli anniversari dei crimini in Strpci, in Topcider ed in Sjeverin, in ricordo del genocidio di Srebrenica e in memoria delle donne che hanno resistito alla mobilitazione e alla guerra in Kosovo.

Insieme all’associazione bosniaca Anima di Dulići, WiB ha organizzato laboratori tematici per discutere con altri gruppi di donne delle conseguenze della pandemia e promuovere azioni di peacebuilding in favore dei diritti delle donne.

WiB ha anche continuato nella sua opera di solidarietà nei confronti dei rifugiati, provvedendo a distribuire viveri e beni di prima necessità a Pljevlja (Montenegro – Centro Bona Fide) e Tuzla (Bosnia Erzegovina).

Inoltre, WiB si iscrive in un contesto internazionale con varie street actions in supporto ai movimenti di giustizia sociale che attraversano il mondo: manifestazioni per i diritti delle donne e contro la violenza domestica, manifestazione antirazzista in sostegno al movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, protesta per fermare la violenza in Bielorussia, manifestazione per la pace e contro la militarizzazione, un evento contro la guerra tra Armenia e Azerbaigian.

In un periodo in cui anche la cultura è oggetto di repressione, WiB ricorre ampiamente a diverse forme d’arte per sensibilizzare l’opinione pubblica durante queste proteste. La democrazia dipende ancora in gran parte dalla consapevolezza del popolo e WiB la promuove attivamente: Zene u Crnom continuerà a risvegliare le coscienze e a stimolare la partecipazione dei cittadini, sperando in giorni migliori per le nostre libertà.

 

 

La ribellione è un diritto, e la crisi rafforza persino il dovere degli attivisti di reagire. Violare le regole e opporsi alle misure repressive sono atti di legittima, giustificata e giusta resistenza.

WiB network report

 

 

Cabo Delgado continua a essere teatro di violenze sempre più efferate da parte di gruppi armati di matrice islamica. Tutto questo mentre si aggrava la situazione di cronico sottosviluppo, si susseguono shock climatici e si diffondono epidemie. 

 

Sono passati ormai tre anni dal primo attacco terrorista a Mochimboa da Praia, rivendicato dalle milizie jihadiste conosciute come Al-Shabaab. Tre anni, per gli analisti, sono il tempo sufficiente perché una ribellione si trasformi in una grave crisi  (Observatorio do Meio Rural, 2020). Secondo un report di Amnesty International è proprio a partire dai primi mesi del 2020 che gli attacchi sono cresciuti del 300% rispetto all’anno precedente (https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/10/mozambique-no-justice-for-victims-of-three-year-conflict-in-cabo-delgado-which-has-killed-over-2000/).

L’ultimo terribile attacco risale a poche settimana fa, quando un gruppo di terroristi ha assaltato due villaggi fra la zona di Miudumbe e Macomia uccidendo 50 civili in maniera brutale: secondo le ricostruzioni il gruppo ha inizialmente bruciato e distrutto gli edifici per poi radunare i civili all’interno di un campo da calcio. Hanno sparato sulla folla e poi hanno proseguito il massacro di cinquanta persone a colpi di machete (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/50-persone-decapitate-capo-delgado-mozambico-daesh-isis)

Nella mappa è indicata la zona in cui si sono verificati gli ultimi attacchi

La debole risposta del governo

Oltre che aumentare la velocità e l’intensità delle violenze, gli attacchi sono sempre più strutturati. Le campagne terroristiche dividono la popolazione: la maggior parte fugge verso sud, alcuni riescono ad essere cooptati dalle bande per paura o con la promessa di guadagno facile. Nel frattempo, il governo non riesce a mettere in campo una risposta consistente. Secondo alcuni esperti infatti l’esercito mozambicano non è fornito di un adeguato armamento, né preparazione militare o logistica. Ma soprattutto, non ha l’appoggio della popolazione. Molti di loro disertano e per questo il governo si trova a contrattare mercenari. Nel frattempo la minaccia del terrorismo nella regione diviene preoccupazione per i paesi vicini e anche per le potenze oltreoceano: gli USA avrebbero chiesto allo Zimbabwe di supportare militarmente Maputo per sopprimere l’insurrezione, dato che è in ballo la destabilizzazione di un’area ricca di gas, dove operano ENI, ExxonMobil e Total che vale 60 miliardi di USD (https://www.africa-express.info/2020/10/06/usa-chiedono-a-zimbabwe-intervento-militare-contro-i-jihadisti-in-mozambico/). Lo Zimbabwe, nella figura del suo presidente Mnangwagwa, è a capo dell’organo della SADC (Southern African Development Community) che si occupa della politica per la difesa e la sicurezza. Tuttavia, la richiesta di aiuto da parte del Governo mozambicano è arrivata troppo tardi, dopo due anni dall’inizio degli attacchi, categorizzati fino ad ora come episodi di comune criminalità (https://www.notiziegeopolitiche.net/sadc-il-vertice-e-stato-incentrato-sulla-insurrezione-islamista-in-mozambico/).

Risulta molto complesso delineare un quadro chiaro di quello che si sta verificando nella regione, molti istituti di ricerca denunciano la riluttanza del governo centrale nel fornire informazioni, anche quando il cosiddetto FDS del governo (Força de Defesa e Segurança) compie operazioni di successo. Molti giornalisti e ricercatori vengono aggrediti o imprigionati e l’unico modo per raccogliere dati e informazioni è attraverso le organizzazioni internazionali o le testimonianze oculari delle vittime degli attacchi.

La gestione della crisi umanitaria

La zona nord della provincia si sta svuotando a seguito delle continue fughe della popolazione, stremata dalla situazione di insicurezza e paura. La maggior parte degli sfollati si dirige laddove le condizioni di sicurezza sono migliori e si riesce ancora a portare aiuto umanitario: secondo i dati di IOM a ottobre il numero degli sfollati interni era di 302.210, di cui 78.181 nella città di Pemba, 38.325 a Metuge, 36.000 a Montepuez, 31.816 ad Ancuabe e 21.387 a Mueda. A Pemba continuano ad arrivare decine di imbarcazioni con migliaia di individui sfollati, disidratati e terrorizzati. (INTEGRAÇÃO SOCIOECONÓMICA DOS DESLOCADOS INTERNOS EM CABO DELGADO – UM DESAFIO NACIONAL, Observatorio do Meio Rural 2020).

Nell’immagine seguente sono indicate le zone dove sono presenti ribelli armati (Mappa 1 sulla sinistra) e la distribuzione degli individui sfollati interni (Mappa 2 sulla destra):

 

 

La capacità di risposta delle organizzazioni internazionali presenti in loco nel dare aiuto umanitario però diventa sempre più lontana dalle esigenze, a causa dell’aumento del numero degli sfollati e del debole aiuto del governo provinciale. A settembre di quest’anno è stata creata una Commissione provinciale per il supporto sociale e la ricostruzione, con l’obiettivo di coordinare e organizzare i vari distretti con l’arrivo degli sfollati, in stretta collaborazione con le organizzazioni umanitarie.

Secondo l’Observatorio do Meio Rural, gli sfollati si trovano ancora in attesa di essere inseriti in strutture di accoglienza, mentre quelli che ci sono riusciti, lamentano condizioni precarie di vita, con distribuzione diseguale dei beni di prima necessità. Nonostante ciò, le organizzazioni internazionali presenti come il Programma Mondiale Alimentare, la Caritas, le  organizzazioni musulmane e i volontari si sforzano di promuovere campagne di distribuzione alimentare, prodotti di igiene e vestiario per tutti. La situazione però è ormai allo stremo: i problemi riscontrati vanno ben oltre i disagi fisici. Molte persone soffrono di stress post-traumatico dovuto alle violenze subite e la situazione di disoccupazione, di attesa incessante e di mancanza di prospettive alimenta la depressione.

Secondo l’OCHA (UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) più di 710.000 persone tra famiglie residenti e sfollati, sono in condizione di estrema insicurezza alimentare (https://reports.unocha.org/en/country/mozambique/), donne e bambini sono le categorie più a rischio di ricevere abusi, incluso il reclutamento forzato e la violenza sessuale.

Mentre dunque il governo cerca aiuti militari altrove e la situazione comincia seriamente a preoccupare sia le potenze regionali che quelle con forti interessi economici nell’industria estrattiva, i terroristi continuano ad espandersi e uccidere brutalmente i civili. Il grado di strutturazione degli attacchi è aumentato nel corso di questi due anni in cui la minaccia di terrorismo è stata sottovalutata.

Nel frattempo, un’intera generazione di giovani è sacrificata a causa del conflitto. In una regione in cui già bambini e ragazzi trovavano difficoltà strutturali di accesso all’educazione, la fuga e le condizioni di precarietà che trovano nelle zone di accoglienza creano ancora più esclusione.

 

Chiara Spatafora – 17 novembre 2020

Nella Provincia di Cabo Delgado si sta verificando una crisi umanitaria tanto grande quanto poco conosciuta a livello mediatico. La scoperta di risorse primarie e preziose ha presto attirato grandi capitali stranieri per l’approvvigionamento, senza che però questo sviluppo industriale venga recepito e integrato nel tessuto socio-economico locale.

Perché Cabo Delgado è una zona di interesse strategico Nel corso degli ultimi dieci anni la Provincia ha registrato un aumento degli investimenti diretti esteri che ha oltrepassato i 600 milioni di dollari nel 2014 (https://omrmz.org/omrweb/wp-content/uploads/DR-63-actualizado.pdf). In effetti, Cabo Delgado è divenuta una zona di forte interesse per diversi attori, sia locali che internazionali, grazie alla presenza di importanti risorse naturali e preziose tra cui marmo, avorio, pietre preziose e gas naturale. La strategia del governo nazionale, che incentiva un modello economico estrattivo e orientato alle esportazioni, ha presto concesso l’uso della terra alle grandi compagnie che manifestavano interesse.

Tra i principali investitori troviamo la compagnia francese Total, quella americana Anadarko Petroleum Corporation e l’italiana Eni, che è presente nel Paese dal 2006. Oltre a queste tre principali, sono presenti anche altri investitori extraeuropei, come la Cina, il Brasile, l’India, il Giappone e l’Australia (https://www.dw.com/en/gas-investors-in-mozambique-choose-appeasement-in-face-of-islamist-violence/a-54156451). Attualmente, la maggior parte delle compagnie si trova ancora in una fase di studio ed esplorazione. Tra il 2011 e il 2012 l’Eni e la Anadarko hanno compiuto la più grande scoperta: un giacimento di 7000 miliardi di metri cubici di gas vicino la costa settentrionale della Provincia, che sarebbe il quarto più grande progetto offshore di gas (https://downtoearthmagazine.nl/the-curse-of-natural-gas-in-mozambique/). I progetti prevedono anche la costruzione di nuove vie di transito, come porti e aeroporti, sia per l’arrivo del personale straniero, sia per il trasporto della materia prima estratta.

Lo stanziamento di queste grandi risorse e i piani di sviluppo legati all’implementazione delle industrie hanno, dunque, alimentato grandi aspettative di impiego e di guadagno nella popolazione locale.

Le prime criticità La regione di Cabo Delgado e quella di Niassa, che insieme formano l’area settentrionale del Mozambico, registrano il tasso di analfabetismo più alto del Paese. Inoltre, proprio le zone di maggior penetrazione degli investimenti sono quelle con maggiori criticità per ciò che riguarda i tassi di povertà. Esistono forti privazioni anche in campo sanitario e di accesso ai beni principali, come l’energia elettrica, l’acqua e l’accesso ad abitazioni dignitose. Ciò provoca una forte discrepanza fra aspettative di creazione di impiego nella fiorente industria estrattiva e realtà. La manodopera richiesta per l’industria e i servizi è specializzata, dunque non può essere reperita a livello locale, dato che spesso chi conclude gli studi arriva a un livello medio di scolarizzazione e non ha la possibilità di accedere a corsi di studio maggiormente professionalizzanti. Inoltre, alcuni studi hanno verificato la presenza di solo 7 strutture per l’insegnamento tecnico professionale in tutta la Provincia, per una popolazione attiva (15 – 30 anni) di circa 559.000 persone.  Di fatto, la disoccupazione giovanile si traduce in una spinta migratoria rurale-urbana, aumentando le pressioni nelle infrastrutture e consolidando un modello economico duale e parallelo fra lavoro formale e informale.

Così come è accaduto in precedenza nella Provincia di Tete, nota per i giacimenti di carbone, le conseguenze degli investimenti stranieri hanno provocato un impatto negativo sulla popolazione locale, non preparata ad accogliere un modello economico di questo tipo. Tra le conseguenze più comuni c’è la perdita di terra, che un tempo apparteneva alla popolazione locale e veniva sfruttata per le proprie attività economiche e sociali. In particolare, questo ha riguardato la zona costiera del Nord, dove erano presenti popolazioni di pescatori locali costretti ad abbandonare le proprie terre e a rinunciare alla loro principale fonte di guadagno.Secondo l’Observatorio do Meio Rural, l’indennizzo ricevuto dalle famiglie è stato di 5.000 meticais a mese, contro il range di 10.000-40.000 meticais che un pescatore riusciva a guadagnare in venti giorni con il proprio lavoro. Si stima che circa 2.500 famiglie sono o verranno spostate dai loro luoghi di origine.

La situazione peggiora Un escalation di eventi e tensioni sociali ha contribuito al rallentamento dell’inizio della fase di estrazione del gas. Nel 2019 il Mozambico è stato colpito da ben due cicloni nel giro di pochi mesi. Uno di questi, conosciuto come ciclone Kenneth, si è abbattuto proprio nella Provincia di Cabo Delgado distruggendo interi villaggi. A ciò si è aggiunto il fenomeno del terrorismo, che non ha fatto fatica a insediarsi in una tale situazione di povertà e frustrazione.

Sebbene gli attacchi da parte di bande armate, conosciuti come Al-Shabab (gioventù) siano cominciati nel 2017, è solo a partire dal 2020 che si è verificata un’intensificazione della violenza (circa 195 episodi secondo un report OCHA del 2020): sono stati occupati quattro municipi fra cui Mocímboa da Praia, Macomia, Muidumbe e Quissanga per poi raggiungere sia il sud della regione (Metuge) che le zone più interne (Nangade e Mueda). Gli attacchi, inoltre, sono diventati sempre più strutturati e organizzati, ampliando anche gli obiettivi, tra cui edifici simbolo dello Stato e basi militari. Spesso i terroristi indossano le uniformi dell’esercito mozambicano e possiedono di volta in volta armi più sofisticate. La destabilizzazione dell’area ha raggiunto infatti il suo culmine con l’occupazione di due ampie e popolose zone della provincia, mentre in un primo momento si trattava solo di episodi circoscritti ad alcuni villaggi.

Chi sono i terroristi Sempre più spesso si parla di terrorismo di matrice islamica (https://www.africarivista.it/mozambico-gli-altri-al-shabaab/159437/), dal momento che la crescente strutturazione e organizzazione degli attacchi in Mozambico fa pensare a un finanziamento da parte di altri gruppi jihadisti provenienti dall’area centroafricana, in particolare Somalia, Kenya e Uganda. Alcuni degli attacchi sono stati inoltre rivendicati direttamente dallo Stato Islamico. Come evidenziano alcuni studi (https://omrmz.org/omrweb/publicacoes/or-93/), la percezione di esclusione e privazione viene recepita in modo particolare dalla popolazione musulmana presente a Cabo Delgado. Questa si identifica sempre di più con un sentimento di frustrazione e opposizione verso lo Stato, che difende gli interessi economici a discapito di alcuni gruppi della società, portando a un aumento delle adesioni a movimenti con discorsi fortemente identitari e populisti. Quello che succede in Mozambico quindi, viene paragonato alla strategia di Boko Haram in Nigeria: un gruppo emarginato prende le armi contro il governo sfruttando il malcontento, in particolare quello dei giovani disoccupati. Questi sono spinti anche dalle necessità economiche dato che spesso questi gruppi promettono denaro a chi decide di arruolarsi.

Quali siano gli attori coinvolti nel contrasto o appoggio ai terroristi a livello internazionale, rimane per molti osservatori “oscuro” (https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/10/mozambico-azioni-jihadisti). Esistono forti interessi per il controllo delle risorse e in particolare per il controllo delle rotte su cui si muovo i traffici illeciti. Se gli unici finanziatori dei gruppi di ribelli siano i jihadisti rimane ad oggi un tema fortemente dibattuto.

Verso la crisi umanitaria Circa 250.000 persone si trovano sfollate dopo essere fuggite dai propri villaggi per scampare agli episodi di violenza e terrorismo (https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Mozambique%20-%20Cabo%20Delgado%20-%20Humanitarian%20Snapshot%2C%20July%202020.pdf).

Un numero sempre maggiore di persone ha perso la propria casa, vivendo in abitazioni di parenti o in alloggi insicuri e temporanei. Le organizzazioni umanitarie presenti cercano di fornire i beni di prima necessità, ma questi scarseggiano sempre di più di fronte all’aumento degli sfollati. La mancanza di un numero appropriato di sanitari nei luoghi di accoglienza porta all’aumento di casi di colera, che si aggirano intorno ai 1.203. Con la pandemia globale, che non ha risparmiato il Mozambico, la situazione si fa ancora più drammatica: impossibile mantenere il distanziamento sociale, specie durante la distribuzione degli alimenti, come ha evidenziato Manuel Nota della Caritas Diocesiana di Pemba. In Mozambico vi sono circa 1.500 casi confermati di coronavirus, la maggior parte dei quali proprio nella Provincia di Cabo Delgado.

Tra gli altri problemi segnalati vi sono l’insicurezza alimentare, dato che 310.000 persone non hanno accesso agli alimenti di base. Circa 54.000 bambini inoltre soffrono di malnutrizione.

Creazione di meccanismi di integrazione socioeconomica come via d’uscita Le organizzazioni locali chiedono maggiore impegno nella creazione di meccanismi di reintegrazione socioeconomica delle famiglie, attraverso creazione di impiego e autoproduzione alimentare.

Oltre agli aiuti e alla distribuzione di beni di prima necessità, che possono essere utili per far fronte all’emergenza, serve infatti un cambiamento strutturale che permetta alle famiglie di emanciparsi ed essere così integrate nel sistema socioeconomico. È necessario consolidare un modello economico sostenibile nel lungo periodo, ma anche offrire delle alternative di vita ai giovani.

La frustrazione e la mancanza di lavoro, associate alla bassa formazione e scolarizzazione, aumentano la probabilità che i giovani vengano cooptati dalle bande armate. Secondo i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, a poco serve l’azione di sensibilizzazione per evitare un simile fenomeno. Sempre più giovani, infatti, entrano nei gruppi armati o iniziano attività economiche illecite (contrabbando di pietre preziose, per esempio) non avendo altre prospettive economiche di lungo termine e dovendo affrontare quotidianamente sfide per la loro stessa sopravvivenza.

Molti enti locali richiedono quindi fondi e investimenti per l’aumento e promozione della formazione professionale che permetta ai ragazzi di acquisire delle competenze per creare delle proprie attività. Attraverso l’autoimpiego e la costruzione di incubatrici di impresa si può quindi dare un’alternativa al “guadagno facile” e spesso pericoloso che deriva dalle attività clandestine. Nelle zone rurali in particolare, dove l’istruzione si ferma alla settima classe, i ragazzi vengono considerati già formati. Tuttavia sono proprio queste le zone con i più alti tassi di analfabetismo. Attività lavorative per la produzione alimentare, quindi, potrebbero servire a un duplice obiettivo: creare posti di lavoro e contribuire all’autosostentamento delle famiglie per non dipendere più dagli aiuti esterni.

 

Chiara Spatafora – 29 Luglio 2020

Quando penso al mio viaggio in Mozambico mi viene in mente una parola: stupore. Questo paese mi ha Stupita!

Ho provato lo stupore che solo un bambino prova di fronte a qualcosa di nuovo. Ed è esattamente come una bambina che spesso mi sono sentita camminando per le strade del Mozambico, a volte rimanendo a bocca aperta per la maestosità della sua natura libera e selvaggia, a volte stupita per la varietà dei colori che ci circondavano ogni giorno e a volte proprio come una bambina avrei voluto coprirmi gli occhi per non vedere la sua estrema povertà e fragilità.

Il Mozambico questo paese a me completamente sconosciuto l’ho trovato bellissimo ma anche durissimo; il bello ed il brutto che si mostrano sempre insieme e senza pudore mi ha lasciato senza parole. Lo stupore del tramonto che ci ha accolto al nostro arrivo, il rosa aveva colorato il cielo completamente ed è stato come se ci volesse far passare la rabbia provata nell’aeroporto di Pemba, dove un ometto calvo ci hanno costretto a farci vaccinare contro la febbre gialla. Uno zelante funzionario credo del ministero della sanità, annoiato ha voluto mostrarci la sua integerrima autorità non facendoci passare all’aeroporto perché, secondo lui avevamo violato delle regole sanitarie facendo scalo nell’aeroporto di Nairobi e per questo ci ha costrette, pena il mancato ingresso nel paese a sottoporci forzatamente ad un vaccino. Io esausta guardavo i suoi guantini che avevano oramai perso anche la memoria di essere stati un tempo bianchi e pensavo non guardarlo e non farti venire strani pensieri, è solo un vaccino non ti succederà nulla. L’omino solerte e quasi sorridendo mi ha afferrato un braccio e più che farmi un’iniezione sembrava mi avesse pugnalato per la forza che ci ha messo nel conficcarmi l’ago. Ho sentito così male che mi ha tolto il fiato ed il braccio ha preso a sanguinarmi e l’unica cosa che mi è venuta in mente, ora possiamo passare e il nostro viaggio inizia davvero, spero solo che non fosse scaduto.

Siamo usciti dall’aeroporto e il cielo si colorava di rosa, dopo un piccolo tratto di strada, e che strada, forse sarebbe meglio dire una serie di buche unite tra loro da una piccola striscia di asfalto (come ha detto Lorenzo una strada che sembrava bombardata), il cielo è diventato così rosa che mi sembrava di essere entrata in un cartone animato tanta era l’intensità del colore del cielo da sembrare artificiale.

Guardare il cielo durante tutto il viaggio è stato uno dei miei passatempi preferiti. Ogni volta che alzavo gli occhi lo stupore mi coglieva togliendomi un po’ il fiato, la notte le stelle erano così nitide da sembrare grandissime e poi il cielo mi sembrava così basso che se avessi allungato la mano i dava l’idea che avrei potuto toccarlo. Quel primo tramonto era così particolare, non ne avevo mai visto uno così, il sole era una palla infuocata grandissima ed era al centro del cielo; qui quando il sole tramonta è al massimo della sua grandezza, si abbassa appunto per tramontare, ma sembra avvicinarsi a me che lo guardavo e la distanza sembrava ridursi sempre più, è come se il sole prima di sparire venisse a cercare proprio me per salutarmi.

La natura del Mozambico è così maestosa che mi ha fatto sentire molto spesso davvero piccola piccola.

Ma ogni volta che abbiamo incrociato una cosa davvero bella, nello stesso momento abbiamo visto cose brutte. Il bene ed il male convivono e qui non si nascondono, questo sole africano più vicino alla terra non nasconde nulla.

Ricordo i villaggi, soprattutto quelli che abbiamo visto il primo giorno passando con la macchina, nella foresta si aprono delle radure e qui spesso ci sono le capanne, piccole abitazioni fatte di fango e paglia costruire sulla terra. Una terra rossa che da l’idea di essere fertilissima ma che fa da pavimento alle piccole case delle persone che ci abitano. Intorno alle capanne si svolge al vita degli abitanti dei villaggi, passando vedevo donne accovacciate a terra che accendevano il fuoco per cucinare o intente a svolgere le piccole attività quotidiane, ho visto bambini, tanti ma davvero tanti bambini e anziani. Questo spettacolo mi ha stupita a tal punto che non riuscivo a smettere di guardare e spesso avevo gli occhi pieni di lacrime nel guardare. Mi sono venuti mente quel primo giorno i disegni che trovavo sui libri di favole che leggevo quando ero piccola, i villaggi africani e le capanne e mi sono detta, Dio sono come nei miei libri di bambina e adesso li guardo e sono davvero così e le persone che vedo lì intorno abitano davvero lì?

Guardandoli mi veniva spesso un groppo in gola e non riuscivo a parlare, mi veniva solo in mente come si fa a vivere così? Come è possibile che ci siano persone che solo per essere nate qui, invece che a casa mia, si trovano a dover vivere così? Senza avere nulla di tutto quello che per noi sembra essere assolutamente indispensabile. Come è possibile che qui il tempo si sia fermato, pensavo, la vita cento o duecento anni fa era per queste persone la stessa di oggi? Ed io ricca, annoiata e inutile occidentale li guardavo e sapevo solo farmi venire le lacrime agli occhi, pensando a quanto sia ingiusto il destino che ti porta a vivere da una parte o dall’altra del mondo.

Per tutto il primo giorno di viaggio mi sono sentita sempre così, come se fossi colpevole della mia “opulenza” e della ricchezza che il mio status di nascita mi aveva dato senza alcun merito, ho molto riflettuto su questo e non potevo smettere di sentirmi in colpa ogni qual volta, fermandoci nei mercati incrociavo lo sguardo sereno e felice dei bambini che mi guardavano, stretti nei loro vestitini un po’ rimediati e di certo già usati da tanti altri prima di arrivare da loro, ma nonostante tutto, portati con fierezza e con un portamento che farebbe invidia a qualunque modella sulla passerella delle migliori case di moda.

Con il passare del tempo questo malessere si è alleggerito e mi sono lasciata prendere dagli eventi senza farmi troppe domande esistenziali, o almeno rimandandole ai momenti di solitudine.

Per raccontare questo viaggio sfoglio il mio quaderno scritto in quei giorni e mi stupisco del calore che trovo in quelle pagine. Ogni riga ha una passione che sembra non appartenermi più, ma che riletta ora che è passato un po’ di tempo da allora, mi riporta in quei luoghi e mi fa sentire una forte nostalgia.

Nostalgia delle relazioni semplici tra le persone. Ricordo la nostra visita nella sede del sindacato di Pemba, il Sintisim e l’interesse con cui ognuno dei colleghi ascoltava le nostre parole. Anche allora ho provato stupore perché le parole dette e ascoltate erano tornate solo ad essere parole, nel senso che oramai siamo così abituati a chiederci il perché ci vengano dette determinate cose, ci chiediamo di continuo cosa c’è dietro e quale sia davvero lo scopo di una comunicazione che spesso ci perdiamo molta parte del significato del discorso che ci viene fatto, viviamo stando di continuo sulla difensiva e nemmeno ce ne rendiamo conto. In Mozambico invece parlando con i colleghi le parole avevano ripreso un senso più vero.

Quando ci confrontavamo con i colleghi loro ci ascoltavano attenti e ci chiedevano consigli. Lo scambio di informazioni è tornato ad essere franco e sincero, c’era un reale interesse sia mio che delle persone con cui parlavo verso le cose che si dicevano che nonostante i problemi comunicativi dati dalla reciproca incapacità a parlare la lingua dell’altro, ci si sforzava in ogni modo per cercare di comunicare e dare ascolto all’altro.

Tornando alla bellezza e alla bruttezza che convivono e si mostrano nello stesso momento ricordo il giorno in cui siamo andati a fare una gita sullo Zambesi. Eravamo nella provincia di Tete e i nostri colleghi della Consilmo ci hanno portato in un posto magnifico per una gita. Abbiamo camminato un po’ nella natura, c’erano degli alberi magnifici di cui mi sono follemente innamorata. Sono i Baobab chiamati anche alberi della vita. Sono alberi dal tronco enorme e liscissimo e nel toccarli ho avuto una sensazione bellissima, mi hanno fatto pensare a quanto sia magnifica la natura che è capace di raggiungere dei livelli di perfezione incredibile, questi alberi hanno qualcosa quasi di primitivo nella loro bellezza, tale è la loro perfezione che non riesco a descriverli a parole se non ripetendo sempre le stesse all’infinito.

Ci siamo imbarcati su delle piccole barche a motore e siamo partiti. Per un lungo tempo attorno a noi c’è stata solo acqua, cielo, natura, montagne e silenzio, il sole ci accarezza la pelle e il vento ci rinfrescava. Gli occhi si sono riempiti di immagini. Tutto era grandissimo, perché in Africa la natura si manifesta sempre in modo potente, è come se l’uomo non avendola ancora troppo violata, riuscisse ad esprimersi nella sua pienezza, liberamente; osservarla ha avuto per me un significato quasi mistico. Mi sono sentita ancora una volta piccola, come era piccola la nostra barchetta, rispetto alla grandezza del corso d’acqua che stavamo attraversando.

Ad un certo punto ci siamo fermati ed abbiamo spento il motore. Nel silenzio e nell’immobilità dell’enorme distesa d’acqua piano piano sono emerse delle piccole orecchie rotonde e dopo poco le teste grandissime di alcuni ippopotami. Ed ancora una volta lo Stupore mi ha colta! Sotto di noi nuotavano un gruppo di ippopotami e ogni tanto affioravano per respirare, restavano un attimo a pelo dell’acqua e poi si rimmergevano completamente sparendo dalla nostra vista. Gli ippopotami, ma chi li aveva mai visti? Me li ricordo nelle pubblicità dei pannolini da bambina, ma averli lì, a pochi metri da me mi ha fatto sentire felice. La natura immensa di questo magnifico paese non finisce mai di stupirmi.

Sarei voluta rimanere lì ancora molto a lungo a guardare lo spettacolo degli ippopotami dalle piccole orecchie e dalle teste grandi, ma siamo ripartiti. Ci siamo avviciniamo alla riva del fiume, in prossimità di un paio di capanne e un gruppetto di persone ci guardano incuriositi. Alcuni erano in acqua con le loro piccole canoe scavate nei tronchi d’albero, che tirano delle reti. Sono una piccola comunità di pescatori e vivono qui.

Guardo questa persone che si avvicinano piano piano a noi, come sempre ci sono tanti bambini tra loro, e mi viene un gran magone perché penso che vivere qui, immersi in una natura si bellissima, ma lontano da tutto il resto del mondo, deve essere davvero complicato. I bambini indossano abitini rimediati, alcuni sono piccoli per i loro corpi che crescono in fretta, uno di loro ha una faccia paffuta e simpatica, ma è timido, si vede che ha paura di noi. In fondo ha ragione, siamo estranei e per di più bianchi!

Il magone cresce e mi viene da piangere guardando quel bambino. Ha dei pantaloncini gialli e una maglietta che gli sta davvero piccola e lascia scoperta una pancia gonfia che stona su un corpo magro come il suo; ha gli occhi profondi e anche se si nasconde dietro un altro bambino più alto di lui, continua a guardarci fisso ed incrocio il suo sguardo. Quegli occhi e quello sguardo me li ricorderò per sempre! Non so più dove girarmi perché le lacrime mi scendono dagli occhi e non voglio farmi vedere dai miei compagni di viaggio, questo momento di scoramento e di commozione non riesco a condividerlo con nessuno. Allora mi metto sulla prua della barchetta e faccio finta di voler prendere il sole, mi stendo e appoggio la testa sulla barca e così riesco a piangere un po’ per quel bambino che mi guardava e per me che non sono in grado di fare nulla per lui.

Bello e brutto, gioia e tristezza, tutto mescolato insieme e tutto questo ha avuto per me sempre la stessa parola: Stupore.

Oggi mentre scrivo, ricordo il Mozambico e il bellissimo viaggio fatto, un viaggio diverso da tutti gli altri, non solo per il paese che ho visitato, ma perché viaggiare con Sarah e l’Iscos mi ha reso più ricca e me ne rendo davvero conto solo adesso mentre i ricordi riaffiorano e le immagini mi tornano alla mente. Lo stupore riappare e con esso la voglia di ripartire per tornare a stupirmi ancora.

Monica Lattanzi