Nella Provincia di Cabo Delgado si sta verificando una crisi umanitaria tanto grande quanto poco conosciuta a livello mediatico. La scoperta di risorse primarie e preziose ha presto attirato grandi capitali stranieri per l’approvvigionamento, senza che però questo sviluppo industriale venga recepito e integrato nel tessuto socio-economico locale.

Perché Cabo Delgado è una zona di interesse strategico Nel corso degli ultimi dieci anni la Provincia ha registrato un aumento degli investimenti diretti esteri che ha oltrepassato i 600 milioni di dollari nel 2014 (https://omrmz.org/omrweb/wp-content/uploads/DR-63-actualizado.pdf). In effetti, Cabo Delgado è divenuta una zona di forte interesse per diversi attori, sia locali che internazionali, grazie alla presenza di importanti risorse naturali e preziose tra cui marmo, avorio, pietre preziose e gas naturale. La strategia del governo nazionale, che incentiva un modello economico estrattivo e orientato alle esportazioni, ha presto concesso l’uso della terra alle grandi compagnie che manifestavano interesse.

Tra i principali investitori troviamo la compagnia francese Total, quella americana Anadarko Petroleum Corporation e l’italiana Eni, che è presente nel Paese dal 2006. Oltre a queste tre principali, sono presenti anche altri investitori extraeuropei, come la Cina, il Brasile, l’India, il Giappone e l’Australia (https://www.dw.com/en/gas-investors-in-mozambique-choose-appeasement-in-face-of-islamist-violence/a-54156451). Attualmente, la maggior parte delle compagnie si trova ancora in una fase di studio ed esplorazione. Tra il 2011 e il 2012 l’Eni e la Anadarko hanno compiuto la più grande scoperta: un giacimento di 7000 miliardi di metri cubici di gas vicino la costa settentrionale della Provincia, che sarebbe il quarto più grande progetto offshore di gas (https://downtoearthmagazine.nl/the-curse-of-natural-gas-in-mozambique/). I progetti prevedono anche la costruzione di nuove vie di transito, come porti e aeroporti, sia per l’arrivo del personale straniero, sia per il trasporto della materia prima estratta.

Lo stanziamento di queste grandi risorse e i piani di sviluppo legati all’implementazione delle industrie hanno, dunque, alimentato grandi aspettative di impiego e di guadagno nella popolazione locale.

Le prime criticità La regione di Cabo Delgado e quella di Niassa, che insieme formano l’area settentrionale del Mozambico, registrano il tasso di analfabetismo più alto del Paese. Inoltre, proprio le zone di maggior penetrazione degli investimenti sono quelle con maggiori criticità per ciò che riguarda i tassi di povertà. Esistono forti privazioni anche in campo sanitario e di accesso ai beni principali, come l’energia elettrica, l’acqua e l’accesso ad abitazioni dignitose. Ciò provoca una forte discrepanza fra aspettative di creazione di impiego nella fiorente industria estrattiva e realtà. La manodopera richiesta per l’industria e i servizi è specializzata, dunque non può essere reperita a livello locale, dato che spesso chi conclude gli studi arriva a un livello medio di scolarizzazione e non ha la possibilità di accedere a corsi di studio maggiormente professionalizzanti. Inoltre, alcuni studi hanno verificato la presenza di solo 7 strutture per l’insegnamento tecnico professionale in tutta la Provincia, per una popolazione attiva (15 – 30 anni) di circa 559.000 persone.  Di fatto, la disoccupazione giovanile si traduce in una spinta migratoria rurale-urbana, aumentando le pressioni nelle infrastrutture e consolidando un modello economico duale e parallelo fra lavoro formale e informale.

Così come è accaduto in precedenza nella Provincia di Tete, nota per i giacimenti di carbone, le conseguenze degli investimenti stranieri hanno provocato un impatto negativo sulla popolazione locale, non preparata ad accogliere un modello economico di questo tipo. Tra le conseguenze più comuni c’è la perdita di terra, che un tempo apparteneva alla popolazione locale e veniva sfruttata per le proprie attività economiche e sociali. In particolare, questo ha riguardato la zona costiera del Nord, dove erano presenti popolazioni di pescatori locali costretti ad abbandonare le proprie terre e a rinunciare alla loro principale fonte di guadagno.Secondo l’Observatorio do Meio Rural, l’indennizzo ricevuto dalle famiglie è stato di 5.000 meticais a mese, contro il range di 10.000-40.000 meticais che un pescatore riusciva a guadagnare in venti giorni con il proprio lavoro. Si stima che circa 2.500 famiglie sono o verranno spostate dai loro luoghi di origine.

La situazione peggiora Un escalation di eventi e tensioni sociali ha contribuito al rallentamento dell’inizio della fase di estrazione del gas. Nel 2019 il Mozambico è stato colpito da ben due cicloni nel giro di pochi mesi. Uno di questi, conosciuto come ciclone Kenneth, si è abbattuto proprio nella Provincia di Cabo Delgado distruggendo interi villaggi. A ciò si è aggiunto il fenomeno del terrorismo, che non ha fatto fatica a insediarsi in una tale situazione di povertà e frustrazione.

Sebbene gli attacchi da parte di bande armate, conosciuti come Al-Shabab (gioventù) siano cominciati nel 2017, è solo a partire dal 2020 che si è verificata un’intensificazione della violenza (circa 195 episodi secondo un report OCHA del 2020): sono stati occupati quattro municipi fra cui Mocímboa da Praia, Macomia, Muidumbe e Quissanga per poi raggiungere sia il sud della regione (Metuge) che le zone più interne (Nangade e Mueda). Gli attacchi, inoltre, sono diventati sempre più strutturati e organizzati, ampliando anche gli obiettivi, tra cui edifici simbolo dello Stato e basi militari. Spesso i terroristi indossano le uniformi dell’esercito mozambicano e possiedono di volta in volta armi più sofisticate. La destabilizzazione dell’area ha raggiunto infatti il suo culmine con l’occupazione di due ampie e popolose zone della provincia, mentre in un primo momento si trattava solo di episodi circoscritti ad alcuni villaggi.

Chi sono i terroristi Sempre più spesso si parla di terrorismo di matrice islamica (https://www.africarivista.it/mozambico-gli-altri-al-shabaab/159437/), dal momento che la crescente strutturazione e organizzazione degli attacchi in Mozambico fa pensare a un finanziamento da parte di altri gruppi jihadisti provenienti dall’area centroafricana, in particolare Somalia, Kenya e Uganda. Alcuni degli attacchi sono stati inoltre rivendicati direttamente dallo Stato Islamico. Come evidenziano alcuni studi (https://omrmz.org/omrweb/publicacoes/or-93/), la percezione di esclusione e privazione viene recepita in modo particolare dalla popolazione musulmana presente a Cabo Delgado. Questa si identifica sempre di più con un sentimento di frustrazione e opposizione verso lo Stato, che difende gli interessi economici a discapito di alcuni gruppi della società, portando a un aumento delle adesioni a movimenti con discorsi fortemente identitari e populisti. Quello che succede in Mozambico quindi, viene paragonato alla strategia di Boko Haram in Nigeria: un gruppo emarginato prende le armi contro il governo sfruttando il malcontento, in particolare quello dei giovani disoccupati. Questi sono spinti anche dalle necessità economiche dato che spesso questi gruppi promettono denaro a chi decide di arruolarsi.

Quali siano gli attori coinvolti nel contrasto o appoggio ai terroristi a livello internazionale, rimane per molti osservatori “oscuro” (https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/10/mozambico-azioni-jihadisti). Esistono forti interessi per il controllo delle risorse e in particolare per il controllo delle rotte su cui si muovo i traffici illeciti. Se gli unici finanziatori dei gruppi di ribelli siano i jihadisti rimane ad oggi un tema fortemente dibattuto.

Verso la crisi umanitaria Circa 250.000 persone si trovano sfollate dopo essere fuggite dai propri villaggi per scampare agli episodi di violenza e terrorismo (https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Mozambique%20-%20Cabo%20Delgado%20-%20Humanitarian%20Snapshot%2C%20July%202020.pdf).

Un numero sempre maggiore di persone ha perso la propria casa, vivendo in abitazioni di parenti o in alloggi insicuri e temporanei. Le organizzazioni umanitarie presenti cercano di fornire i beni di prima necessità, ma questi scarseggiano sempre di più di fronte all’aumento degli sfollati. La mancanza di un numero appropriato di sanitari nei luoghi di accoglienza porta all’aumento di casi di colera, che si aggirano intorno ai 1.203. Con la pandemia globale, che non ha risparmiato il Mozambico, la situazione si fa ancora più drammatica: impossibile mantenere il distanziamento sociale, specie durante la distribuzione degli alimenti, come ha evidenziato Manuel Nota della Caritas Diocesiana di Pemba. In Mozambico vi sono circa 1.500 casi confermati di coronavirus, la maggior parte dei quali proprio nella Provincia di Cabo Delgado.

Tra gli altri problemi segnalati vi sono l’insicurezza alimentare, dato che 310.000 persone non hanno accesso agli alimenti di base. Circa 54.000 bambini inoltre soffrono di malnutrizione.

Creazione di meccanismi di integrazione socioeconomica come via d’uscita Le organizzazioni locali chiedono maggiore impegno nella creazione di meccanismi di reintegrazione socioeconomica delle famiglie, attraverso creazione di impiego e autoproduzione alimentare.

Oltre agli aiuti e alla distribuzione di beni di prima necessità, che possono essere utili per far fronte all’emergenza, serve infatti un cambiamento strutturale che permetta alle famiglie di emanciparsi ed essere così integrate nel sistema socioeconomico. È necessario consolidare un modello economico sostenibile nel lungo periodo, ma anche offrire delle alternative di vita ai giovani.

La frustrazione e la mancanza di lavoro, associate alla bassa formazione e scolarizzazione, aumentano la probabilità che i giovani vengano cooptati dalle bande armate. Secondo i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie, a poco serve l’azione di sensibilizzazione per evitare un simile fenomeno. Sempre più giovani, infatti, entrano nei gruppi armati o iniziano attività economiche illecite (contrabbando di pietre preziose, per esempio) non avendo altre prospettive economiche di lungo termine e dovendo affrontare quotidianamente sfide per la loro stessa sopravvivenza.

Molti enti locali richiedono quindi fondi e investimenti per l’aumento e promozione della formazione professionale che permetta ai ragazzi di acquisire delle competenze per creare delle proprie attività. Attraverso l’autoimpiego e la costruzione di incubatrici di impresa si può quindi dare un’alternativa al “guadagno facile” e spesso pericoloso che deriva dalle attività clandestine. Nelle zone rurali in particolare, dove l’istruzione si ferma alla settima classe, i ragazzi vengono considerati già formati. Tuttavia sono proprio queste le zone con i più alti tassi di analfabetismo. Attività lavorative per la produzione alimentare, quindi, potrebbero servire a un duplice obiettivo: creare posti di lavoro e contribuire all’autosostentamento delle famiglie per non dipendere più dagli aiuti esterni.

 

Chiara Spatafora – 29 Luglio 2020

Il bollettino quotidiano sulla situazione del coronavirus in Etiopia informa che dal 13 marzo (giorno in cui è stato accertato il primo caso) al 2 aprile sono stati realizzati 1148 tamponi: 31 persone sono risultate positive, 3 di queste sono guarite e 1 si trova in gravi condizioni. Nonostante i pochi casi confermati, si teme molto per gli effetti delle misure di contenimento sull’economia del Paese.

I PRIMI EFFETTI

L’80% della popolazione etiope vive di agricoltura e il 90% della produzione dell’intero comparto avviene su base familiare, su piccola o piccolissima scala. La limitazione delle circolazioni imposta dai governi federale e regionali ostacolerà la distribuzione e l’applicazione di fertilizzanti e sementi migliorate (che sono spesso l’unica speranza per ottenere rendimenti di poco superiori al fabbisogno alimentare della famiglia), con effetti prevedibilmente molto negativi sulle capacità produttive. In modo simile, i settori industriali protagonisti della recente stagione di sviluppo – che stiamo accompagnando con i nostri progetti di cooperazione internazionale, soprattutto in ambito tessile, florovivaistico e conciario – rischiano di vedere interrotti produzione e commerci per un periodo lungo. A causa della mancanza di nuovi ordini, il 30 marzo 8 aziende del parco industriale di Hawassa (quasi interamente del comparto tessile) hanno annunciato di aver interrotto le produzioni; i 14.000 lavoratori e lavoratrici coinvolti riceveranno lo stipendio pieno per le prossime 2 o 3 settimane, ma gli effetti sul lungo periodo potrebbero essere devastanti per l’intera comunità.

Nelle ultime settimane la risposta politica non si è fatta attendere. Il Primo Ministro ha fatto appello all’unità nazionale quale unico strumento in grado di garantire l’esistenza stessa del Paese; la stessa unità che negli ultimi anni è stata messa a dura prova da rivendicazioni particolaristiche con richiami identitari ed etnici.

Sebbene il tweet non rimandi esplicitamente alla pandemia, è stato postato il 13 marzo, cioè il giorno in cui è stato comunicato il primo caso. Facendo leva sul ruolo chiave acquisito sul piano internazionale anche grazie al conferimento del Premio Nobel per la Pace, Abiy si è fatto portavoce dei Paesi africani e a basso reddito e ha richiesto a gran voce una lotta globale comune contro il coronavirus, come unica strada per garantire sicurezza a tutti gli Stati, anche a quelli più ricchi. Dal Financial Times del 25 marzo:

“This grim reality is not unique to Ethiopia. It is shared by most African countries. But if they do not take appropriate measures to tackle the pandemic, no country in the world is safe. Momentary victory by a rich country in controlling the virus at a national level, coupled with travel bans and border closures, may give a semblance of accomplishment. But we all know this is a stopgap. Only global victory can bring this pandemic to an end.”

E la sua posizione personale a livello internazionale esce certamente rafforzata dall’accordo trovato con la Jack MA Foundation. Il fondatore di Alibaba, che da qualche tempo si dedica esclusivamente a progetti filantropici, ha infatti donato 1,1 milioni di kit per i test, 6 milioni di mascherine e 60.000 divise sanitarie al governo etiope, affinché siano distribuite a tutti i 54 Paesi africani.

Questi sforzi fanno da contraltare a relazioni internazionali in rapida trasformazione. L’1 aprile il governo etiope ha dichiarato che durante la prossima stagione delle piogge (prevista tra giugno e ottobre) comincerà i lavori di riempimento di una delle dighe sul Nilo che sono motivo di un acceso scontro diplomatico con l’Egitto. Negli ultimi giorni, al confine con il Kenya si sono registrati conflitti a fuoco tra milizie etiopi e soldati dell’esercito keniano. Anche sul fronte interno gli equilibri politici e il processo di democratizzazione rimangono incerti. Il governo ha previsto la riattivazione di telefonia ed internet in aree del Paese poste deliberatamente in isolamento da mesi per sedare manifestazioni anti-governative. Il 31 marzo il National Electoral Board of Ethiopia ha annunciato che le elezioni politiche previste per fine agosto – che già erano state rinviate più volte nei primi mesi del 2020, e che costituiscono certamente un passaggio delicatissimo per le sorti del Paese – sono state ufficialmente posticipate a data da destinarsi.

NOI

In linea con buona parte delle ONG italiane, anche noi di ISCOS Emilia-Romagna abbiamo deciso di rientrare anticipatamente in Italia, motivati dall’impossibilità di continuare ad operare con efficacia e in sicurezza. Da un lato infatti le limitazioni imposte alla mobilità e agli assembramenti, le chiusure di uffici pubblici e di alcuni impianti produttivi ci precludono la possibilità di continuare le nostre attività nelle aziende a supporto del sindacato etiope CETU. Dall’altro risulta inutile, essendo noi impossibilitati ad offrire un contributo sincero alla lotta alla diffusione della pandemia in loco e in presenza di alternative viabili, rischiare di trovarsi in condizioni di insicurezza che potrebbero rendere necessario un intervento eccezionale di istituzioni (italiane ed etiopi) che già si trovano in condizione di forte pressione.

Negli ultimi giorni il CETU si è mosso attivamente con tutti gli stakeholders e il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali affinché gli interessi di lavoratori e lavoratrici dei settori pubblico e privato, e le rispettive famiglie, siano messi in sicurezza dal rischio di contagio del virus. Il CETU chiede anche un particolare sforzo alle imprese perché promuovano attività di responsabilità sociale a beneficio dei propri lavoratori e delle comunità di appartenenza.

Le parti sociali stanno lavorando anche ad un protocollo contenente le misure che imprenditori, dipendenti e amministrazioni devono prendere per garantire ai lavoratori e alle lavoratrici salute e sicurezza sul posto di lavoro.

ISCOS Emilia-Romagna mantiene i contatti con il CETU, con le aziende coinvolte nei progetti di cooperazione in Tigray, in Amhara e in Oromia. Stiamo cercando di far fronte alle nuove difficoltà valutando possibili interventi specifici per il contenimento del contagio e per affrontare la crisi in corso; e apprezziamo, sosteniamo e condividiamo volentieri le azioni di responsabilità sociale d’impresa intraprese da aziende nostre partner di progetto. Ad esempio la MAA Garment and Textiles di Mekelle ha comunicato di aver convertito parte del proprio impianto alla produzione di mascherine da distribuire gratuitamente alle fasce più deboli della popolazione di Mekelle.

COME (NON) PARLARNE

La situazione etiope rispecchia, purtroppo, la situazione di un intero continente, o meglio, di un intero emisfero che viene troppo spesso dimenticato. Non desidero avventurarmi in valutazioni sulle risposte o previsioni sulle capacità di risposta di questi Paesi, né voglio stimolare inopportuni parallelismi o competizioni internazionali. Voglio però urlare con forza due elementi. Primo, non comprendo la dialettica (propria anche del contesto giornalistico nostrano) che fa leva sullo stupore del lettore e sull’eccezionalità del momento per denunciare l’incapacità di risposta “dell’Africa” all’emergenza contemporanea. Perpetuando tra l’altro l’idea, totalmente inopportuna, di un continente omogeneo. “L’Africa” da decenni ci mostra, in diversi modi, gli effetti perversi di un sistema economico globale che crea esclusione e disuguaglianze; e le difficoltà del sistema Africa sono note, da decenni, anche agli osservatori meno attenti. Migrazioni forzate, disastri ambientali, accaparramento di terre, sfruttamenti nel mondo del lavoro, sono solo alcune delle problematiche – spesso effetto di decisioni provenienti dal nostro emisfero – che gli attori della cooperazione allo sviluppo come noi affrontano e denunciano quotidianamente. La situazione e la prospettiva sono emergenziali e drammatiche, ma sono per certi versi frutto di decenni di denunce che sono rimaste inascoltate, e che solo oggi sembrano interessare.

E questo porta al secondo punto. Tocca sottolineare come la narrativa prevalente tenda a raccontare anche la drammaticità dei fatti di oggi in funzione delle possibili conseguenze per “noi”. Dispiace che proprio il Premio Nobel Abiy sia costretto a fare propria tale narrativa per riuscire ad acquisire spazio e visibilità tra le pagine di uno dei quotidiani più letti al mondo. La nostra preoccupazione è spesso, ineluttabilmente, troppo associata alla nostra percezione del rischio. O meglio alle possibilità che tale rischio ci coinvolga direttamente. Questo dovrebbe però portarci a riflettere sull’annosa questione: come definire il “noi”? O meglio, dove finisce il nostro orto?

Non ci crediamo indenni da questi rischi, ma a differenza di altri non ci scopriamo, neanche oggi, interessati ai destini di comunità e popolazioni distanti migliaia di chilometri da noi solo per gli impatti che questi possano avere su di noi. Noi c’eravamo e ci saremo. Denunciamo, scriviamo, collaboriamo, attiviamo, formiamo, creiamo, con chi soffre, per quel semplice e naturale principio umano che chiamiamo solidarietà.

Marcello Poli – 3 aprile 2020

Quando penso al mio viaggio in Mozambico mi viene in mente una parola: stupore. Questo paese mi ha Stupita!

Ho provato lo stupore che solo un bambino prova di fronte a qualcosa di nuovo. Ed è esattamente come una bambina che spesso mi sono sentita camminando per le strade del Mozambico, a volte rimanendo a bocca aperta per la maestosità della sua natura libera e selvaggia, a volte stupita per la varietà dei colori che ci circondavano ogni giorno e a volte proprio come una bambina avrei voluto coprirmi gli occhi per non vedere la sua estrema povertà e fragilità.

Il Mozambico questo paese a me completamente sconosciuto l’ho trovato bellissimo ma anche durissimo; il bello ed il brutto che si mostrano sempre insieme e senza pudore mi ha lasciato senza parole. Lo stupore del tramonto che ci ha accolto al nostro arrivo, il rosa aveva colorato il cielo completamente ed è stato come se ci volesse far passare la rabbia provata nell’aeroporto di Pemba, dove un ometto calvo ci hanno costretto a farci vaccinare contro la febbre gialla. Uno zelante funzionario credo del ministero della sanità, annoiato ha voluto mostrarci la sua integerrima autorità non facendoci passare all’aeroporto perché, secondo lui avevamo violato delle regole sanitarie facendo scalo nell’aeroporto di Nairobi e per questo ci ha costrette, pena il mancato ingresso nel paese a sottoporci forzatamente ad un vaccino. Io esausta guardavo i suoi guantini che avevano oramai perso anche la memoria di essere stati un tempo bianchi e pensavo non guardarlo e non farti venire strani pensieri, è solo un vaccino non ti succederà nulla. L’omino solerte e quasi sorridendo mi ha afferrato un braccio e più che farmi un’iniezione sembrava mi avesse pugnalato per la forza che ci ha messo nel conficcarmi l’ago. Ho sentito così male che mi ha tolto il fiato ed il braccio ha preso a sanguinarmi e l’unica cosa che mi è venuta in mente, ora possiamo passare e il nostro viaggio inizia davvero, spero solo che non fosse scaduto.

Siamo usciti dall’aeroporto e il cielo si colorava di rosa, dopo un piccolo tratto di strada, e che strada, forse sarebbe meglio dire una serie di buche unite tra loro da una piccola striscia di asfalto (come ha detto Lorenzo una strada che sembrava bombardata), il cielo è diventato così rosa che mi sembrava di essere entrata in un cartone animato tanta era l’intensità del colore del cielo da sembrare artificiale.

Guardare il cielo durante tutto il viaggio è stato uno dei miei passatempi preferiti. Ogni volta che alzavo gli occhi lo stupore mi coglieva togliendomi un po’ il fiato, la notte le stelle erano così nitide da sembrare grandissime e poi il cielo mi sembrava così basso che se avessi allungato la mano i dava l’idea che avrei potuto toccarlo. Quel primo tramonto era così particolare, non ne avevo mai visto uno così, il sole era una palla infuocata grandissima ed era al centro del cielo; qui quando il sole tramonta è al massimo della sua grandezza, si abbassa appunto per tramontare, ma sembra avvicinarsi a me che lo guardavo e la distanza sembrava ridursi sempre più, è come se il sole prima di sparire venisse a cercare proprio me per salutarmi.

La natura del Mozambico è così maestosa che mi ha fatto sentire molto spesso davvero piccola piccola.

Ma ogni volta che abbiamo incrociato una cosa davvero bella, nello stesso momento abbiamo visto cose brutte. Il bene ed il male convivono e qui non si nascondono, questo sole africano più vicino alla terra non nasconde nulla.

Ricordo i villaggi, soprattutto quelli che abbiamo visto il primo giorno passando con la macchina, nella foresta si aprono delle radure e qui spesso ci sono le capanne, piccole abitazioni fatte di fango e paglia costruire sulla terra. Una terra rossa che da l’idea di essere fertilissima ma che fa da pavimento alle piccole case delle persone che ci abitano. Intorno alle capanne si svolge al vita degli abitanti dei villaggi, passando vedevo donne accovacciate a terra che accendevano il fuoco per cucinare o intente a svolgere le piccole attività quotidiane, ho visto bambini, tanti ma davvero tanti bambini e anziani. Questo spettacolo mi ha stupita a tal punto che non riuscivo a smettere di guardare e spesso avevo gli occhi pieni di lacrime nel guardare. Mi sono venuti mente quel primo giorno i disegni che trovavo sui libri di favole che leggevo quando ero piccola, i villaggi africani e le capanne e mi sono detta, Dio sono come nei miei libri di bambina e adesso li guardo e sono davvero così e le persone che vedo lì intorno abitano davvero lì?

Guardandoli mi veniva spesso un groppo in gola e non riuscivo a parlare, mi veniva solo in mente come si fa a vivere così? Come è possibile che ci siano persone che solo per essere nate qui, invece che a casa mia, si trovano a dover vivere così? Senza avere nulla di tutto quello che per noi sembra essere assolutamente indispensabile. Come è possibile che qui il tempo si sia fermato, pensavo, la vita cento o duecento anni fa era per queste persone la stessa di oggi? Ed io ricca, annoiata e inutile occidentale li guardavo e sapevo solo farmi venire le lacrime agli occhi, pensando a quanto sia ingiusto il destino che ti porta a vivere da una parte o dall’altra del mondo.

Per tutto il primo giorno di viaggio mi sono sentita sempre così, come se fossi colpevole della mia “opulenza” e della ricchezza che il mio status di nascita mi aveva dato senza alcun merito, ho molto riflettuto su questo e non potevo smettere di sentirmi in colpa ogni qual volta, fermandoci nei mercati incrociavo lo sguardo sereno e felice dei bambini che mi guardavano, stretti nei loro vestitini un po’ rimediati e di certo già usati da tanti altri prima di arrivare da loro, ma nonostante tutto, portati con fierezza e con un portamento che farebbe invidia a qualunque modella sulla passerella delle migliori case di moda.

Con il passare del tempo questo malessere si è alleggerito e mi sono lasciata prendere dagli eventi senza farmi troppe domande esistenziali, o almeno rimandandole ai momenti di solitudine.

Per raccontare questo viaggio sfoglio il mio quaderno scritto in quei giorni e mi stupisco del calore che trovo in quelle pagine. Ogni riga ha una passione che sembra non appartenermi più, ma che riletta ora che è passato un po’ di tempo da allora, mi riporta in quei luoghi e mi fa sentire una forte nostalgia.

Nostalgia delle relazioni semplici tra le persone. Ricordo la nostra visita nella sede del sindacato di Pemba, il Sintisim e l’interesse con cui ognuno dei colleghi ascoltava le nostre parole. Anche allora ho provato stupore perché le parole dette e ascoltate erano tornate solo ad essere parole, nel senso che oramai siamo così abituati a chiederci il perché ci vengano dette determinate cose, ci chiediamo di continuo cosa c’è dietro e quale sia davvero lo scopo di una comunicazione che spesso ci perdiamo molta parte del significato del discorso che ci viene fatto, viviamo stando di continuo sulla difensiva e nemmeno ce ne rendiamo conto. In Mozambico invece parlando con i colleghi le parole avevano ripreso un senso più vero.

Quando ci confrontavamo con i colleghi loro ci ascoltavano attenti e ci chiedevano consigli. Lo scambio di informazioni è tornato ad essere franco e sincero, c’era un reale interesse sia mio che delle persone con cui parlavo verso le cose che si dicevano che nonostante i problemi comunicativi dati dalla reciproca incapacità a parlare la lingua dell’altro, ci si sforzava in ogni modo per cercare di comunicare e dare ascolto all’altro.

Tornando alla bellezza e alla bruttezza che convivono e si mostrano nello stesso momento ricordo il giorno in cui siamo andati a fare una gita sullo Zambesi. Eravamo nella provincia di Tete e i nostri colleghi della Consilmo ci hanno portato in un posto magnifico per una gita. Abbiamo camminato un po’ nella natura, c’erano degli alberi magnifici di cui mi sono follemente innamorata. Sono i Baobab chiamati anche alberi della vita. Sono alberi dal tronco enorme e liscissimo e nel toccarli ho avuto una sensazione bellissima, mi hanno fatto pensare a quanto sia magnifica la natura che è capace di raggiungere dei livelli di perfezione incredibile, questi alberi hanno qualcosa quasi di primitivo nella loro bellezza, tale è la loro perfezione che non riesco a descriverli a parole se non ripetendo sempre le stesse all’infinito.

Ci siamo imbarcati su delle piccole barche a motore e siamo partiti. Per un lungo tempo attorno a noi c’è stata solo acqua, cielo, natura, montagne e silenzio, il sole ci accarezza la pelle e il vento ci rinfrescava. Gli occhi si sono riempiti di immagini. Tutto era grandissimo, perché in Africa la natura si manifesta sempre in modo potente, è come se l’uomo non avendola ancora troppo violata, riuscisse ad esprimersi nella sua pienezza, liberamente; osservarla ha avuto per me un significato quasi mistico. Mi sono sentita ancora una volta piccola, come era piccola la nostra barchetta, rispetto alla grandezza del corso d’acqua che stavamo attraversando.

Ad un certo punto ci siamo fermati ed abbiamo spento il motore. Nel silenzio e nell’immobilità dell’enorme distesa d’acqua piano piano sono emerse delle piccole orecchie rotonde e dopo poco le teste grandissime di alcuni ippopotami. Ed ancora una volta lo Stupore mi ha colta! Sotto di noi nuotavano un gruppo di ippopotami e ogni tanto affioravano per respirare, restavano un attimo a pelo dell’acqua e poi si rimmergevano completamente sparendo dalla nostra vista. Gli ippopotami, ma chi li aveva mai visti? Me li ricordo nelle pubblicità dei pannolini da bambina, ma averli lì, a pochi metri da me mi ha fatto sentire felice. La natura immensa di questo magnifico paese non finisce mai di stupirmi.

Sarei voluta rimanere lì ancora molto a lungo a guardare lo spettacolo degli ippopotami dalle piccole orecchie e dalle teste grandi, ma siamo ripartiti. Ci siamo avviciniamo alla riva del fiume, in prossimità di un paio di capanne e un gruppetto di persone ci guardano incuriositi. Alcuni erano in acqua con le loro piccole canoe scavate nei tronchi d’albero, che tirano delle reti. Sono una piccola comunità di pescatori e vivono qui.

Guardo questa persone che si avvicinano piano piano a noi, come sempre ci sono tanti bambini tra loro, e mi viene un gran magone perché penso che vivere qui, immersi in una natura si bellissima, ma lontano da tutto il resto del mondo, deve essere davvero complicato. I bambini indossano abitini rimediati, alcuni sono piccoli per i loro corpi che crescono in fretta, uno di loro ha una faccia paffuta e simpatica, ma è timido, si vede che ha paura di noi. In fondo ha ragione, siamo estranei e per di più bianchi!

Il magone cresce e mi viene da piangere guardando quel bambino. Ha dei pantaloncini gialli e una maglietta che gli sta davvero piccola e lascia scoperta una pancia gonfia che stona su un corpo magro come il suo; ha gli occhi profondi e anche se si nasconde dietro un altro bambino più alto di lui, continua a guardarci fisso ed incrocio il suo sguardo. Quegli occhi e quello sguardo me li ricorderò per sempre! Non so più dove girarmi perché le lacrime mi scendono dagli occhi e non voglio farmi vedere dai miei compagni di viaggio, questo momento di scoramento e di commozione non riesco a condividerlo con nessuno. Allora mi metto sulla prua della barchetta e faccio finta di voler prendere il sole, mi stendo e appoggio la testa sulla barca e così riesco a piangere un po’ per quel bambino che mi guardava e per me che non sono in grado di fare nulla per lui.

Bello e brutto, gioia e tristezza, tutto mescolato insieme e tutto questo ha avuto per me sempre la stessa parola: Stupore.

Oggi mentre scrivo, ricordo il Mozambico e il bellissimo viaggio fatto, un viaggio diverso da tutti gli altri, non solo per il paese che ho visitato, ma perché viaggiare con Sarah e l’Iscos mi ha reso più ricca e me ne rendo davvero conto solo adesso mentre i ricordi riaffiorano e le immagini mi tornano alla mente. Lo stupore riappare e con esso la voglia di ripartire per tornare a stupirmi ancora.

Monica Lattanzi