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Etiopia, responsabilità e cooperazione al tempo della pandemia

News, Coronavirus

Il bollettino quotidiano sulla situazione del coronavirus in Etiopia informa che dal 13 marzo (giorno in cui è stato accertato il primo caso) al 2 aprile sono stati realizzati 1148 tamponi: 31 persone sono risultate positive, 3 di queste sono guarite e 1 si trova in gravi condizioni. Nonostante i pochi casi confermati, si teme molto per gli effetti delle misure di contenimento sull’economia del Paese.

I PRIMI EFFETTI

L’80% della popolazione etiope vive di agricoltura e il 90% della produzione dell’intero comparto avviene su base familiare, su piccola o piccolissima scala. La limitazione delle circolazioni imposta dai governi federale e regionali ostacolerà la distribuzione e l’applicazione di fertilizzanti e sementi migliorate (che sono spesso l’unica speranza per ottenere rendimenti di poco superiori al fabbisogno alimentare della famiglia), con effetti prevedibilmente molto negativi sulle capacità produttive. In modo simile, i settori industriali protagonisti della recente stagione di sviluppo – che stiamo accompagnando con i nostri progetti di cooperazione internazionale, soprattutto in ambito tessile, florovivaistico e conciario – rischiano di vedere interrotti produzione e commerci per un periodo lungo. A causa della mancanza di nuovi ordini, il 30 marzo 8 aziende del parco industriale di Hawassa (quasi interamente del comparto tessile) hanno annunciato di aver interrotto le produzioni; i 14.000 lavoratori e lavoratrici coinvolti riceveranno lo stipendio pieno per le prossime 2 o 3 settimane, ma gli effetti sul lungo periodo potrebbero essere devastanti per l’intera comunità.

Nelle ultime settimane la risposta politica non si è fatta attendere. Il Primo Ministro ha fatto appello all’unità nazionale quale unico strumento in grado di garantire l’esistenza stessa del Paese; la stessa unità che negli ultimi anni è stata messa a dura prova da rivendicazioni particolaristiche con richiami identitari ed etnici.

National Unity is an indication that our identities are interwoven in a manner that withstands separation. The fate of our nations and nationalities is destined to for collective growth. Our national unity is not only a matter of choice but also of guaranteeing our existence.

— Abiy Ahmed Ali 🇪🇹 (@AbiyAhmedAli) March 13, 2020

Sebbene il tweet non rimandi esplicitamente alla pandemia, è stato postato il 13 marzo, cioè il giorno in cui è stato comunicato il primo caso. Facendo leva sul ruolo chiave acquisito sul piano internazionale anche grazie al conferimento del Premio Nobel per la Pace, Abiy si è fatto portavoce dei Paesi africani e a basso reddito e ha richiesto a gran voce una lotta globale comune contro il coronavirus, come unica strada per garantire sicurezza a tutti gli Stati, anche a quelli più ricchi. Dal Financial Times del 25 marzo:

“This grim reality is not unique to Ethiopia. It is shared by most African countries. But if they do not take appropriate measures to tackle the pandemic, no country in the world is safe. Momentary victory by a rich country in controlling the virus at a national level, coupled with travel bans and border closures, may give a semblance of accomplishment. But we all know this is a stopgap. Only global victory can bring this pandemic to an end.”

E la sua posizione personale a livello internazionale esce certamente rafforzata dall’accordo trovato con la Jack MA Foundation. Il fondatore di Alibaba, che da qualche tempo si dedica esclusivamente a progetti filantropici, ha infatti donato 1,1 milioni di kit per i test, 6 milioni di mascherine e 60.000 divise sanitarie al governo etiope, affinché siano distribuite a tutti i 54 Paesi africani.

Africa can be one step ahead of the coronavirus. To each of the 54 African countries, we will donate 20,000 test kits, 100,000 masks and 1,000 medical use protective suits and face shields. Thank you @PMEthiopia @AbiyAhmedAli for your support. pic.twitter.com/6oKptVCjNx

— Jack Ma (@JackMa) March 16, 2020

Questi sforzi fanno da contraltare a relazioni internazionali in rapida trasformazione. L’1 aprile il governo etiope ha dichiarato che durante la prossima stagione delle piogge (prevista tra giugno e ottobre) comincerà i lavori di riempimento di una delle dighe sul Nilo che sono motivo di un acceso scontro diplomatico con l’Egitto. Negli ultimi giorni, al confine con il Kenya si sono registrati conflitti a fuoco tra milizie etiopi e soldati dell’esercito keniano. Anche sul fronte interno gli equilibri politici e il processo di democratizzazione rimangono incerti. Il governo ha previsto la riattivazione di telefonia ed internet in aree del Paese poste deliberatamente in isolamento da mesi per sedare manifestazioni anti-governative. Il 31 marzo il National Electoral Board of Ethiopia ha annunciato che le elezioni politiche previste per fine agosto – che già erano state rinviate più volte nei primi mesi del 2020, e che costituiscono certamente un passaggio delicatissimo per le sorti del Paese – sono state ufficialmente posticipate a data da destinarsi.

NOI

In linea con buona parte delle ONG italiane, anche noi di ISCOS Emilia-Romagna abbiamo deciso di rientrare anticipatamente in Italia, motivati dall’impossibilità di continuare ad operare con efficacia e in sicurezza. Da un lato infatti le limitazioni imposte alla mobilità e agli assembramenti, le chiusure di uffici pubblici e di alcuni impianti produttivi ci precludono la possibilità di continuare le nostre attività nelle aziende a supporto del sindacato etiope CETU. Dall’altro risulta inutile, essendo noi impossibilitati ad offrire un contributo sincero alla lotta alla diffusione della pandemia in loco e in presenza di alternative viabili, rischiare di trovarsi in condizioni di insicurezza che potrebbero rendere necessario un intervento eccezionale di istituzioni (italiane ed etiopi) che già si trovano in condizione di forte pressione.

Negli ultimi giorni il CETU si è mosso attivamente con tutti gli stakeholders e il Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali affinché gli interessi di lavoratori e lavoratrici dei settori pubblico e privato, e le rispettive famiglie, siano messi in sicurezza dal rischio di contagio del virus. Il CETU chiede anche un particolare sforzo alle imprese perché promuovano attività di responsabilità sociale a beneficio dei propri lavoratori e delle comunità di appartenenza.

Le parti sociali stanno lavorando anche ad un protocollo contenente le misure che imprenditori, dipendenti e amministrazioni devono prendere per garantire ai lavoratori e alle lavoratrici salute e sicurezza sul posto di lavoro.

ISCOS Emilia-Romagna mantiene i contatti con il CETU, con le aziende coinvolte nei progetti di cooperazione in Tigray, in Amhara e in Oromia. Stiamo cercando di far fronte alle nuove difficoltà valutando possibili interventi specifici per il contenimento del contagio e per affrontare la crisi in corso; e apprezziamo, sosteniamo e condividiamo volentieri le azioni di responsabilità sociale d’impresa intraprese da aziende nostre partner di progetto. Ad esempio la MAA Garment and Textiles di Mekelle ha comunicato di aver convertito parte del proprio impianto alla produzione di mascherine da distribuire gratuitamente alle fasce più deboli della popolazione di Mekelle.

COME (NON) PARLARNE

La situazione etiope rispecchia, purtroppo, la situazione di un intero continente, o meglio, di un intero emisfero che viene troppo spesso dimenticato. Non desidero avventurarmi in valutazioni sulle risposte o previsioni sulle capacità di risposta di questi Paesi, né voglio stimolare inopportuni parallelismi o competizioni internazionali. Voglio però urlare con forza due elementi. Primo, non comprendo la dialettica (propria anche del contesto giornalistico nostrano) che fa leva sullo stupore del lettore e sull’eccezionalità del momento per denunciare l’incapacità di risposta “dell’Africa” all’emergenza contemporanea. Perpetuando tra l’altro l’idea, totalmente inopportuna, di un continente omogeneo. “L’Africa” da decenni ci mostra, in diversi modi, gli effetti perversi di un sistema economico globale che crea esclusione e disuguaglianze; e le difficoltà del sistema Africa sono note, da decenni, anche agli osservatori meno attenti. Migrazioni forzate, disastri ambientali, accaparramento di terre, sfruttamenti nel mondo del lavoro, sono solo alcune delle problematiche – spesso effetto di decisioni provenienti dal nostro emisfero – che gli attori della cooperazione allo sviluppo come noi affrontano e denunciano quotidianamente. La situazione e la prospettiva sono emergenziali e drammatiche, ma sono per certi versi frutto di decenni di denunce che sono rimaste inascoltate, e che solo oggi sembrano interessare.

E questo porta al secondo punto. Tocca sottolineare come la narrativa prevalente tenda a raccontare anche la drammaticità dei fatti di oggi in funzione delle possibili conseguenze per “noi”. Dispiace che proprio il Premio Nobel Abiy sia costretto a fare propria tale narrativa per riuscire ad acquisire spazio e visibilità tra le pagine di uno dei quotidiani più letti al mondo. La nostra preoccupazione è spesso, ineluttabilmente, troppo associata alla nostra percezione del rischio. O meglio alle possibilità che tale rischio ci coinvolga direttamente. Questo dovrebbe però portarci a riflettere sull’annosa questione: come definire il “noi”? O meglio, dove finisce il nostro orto?

Non ci crediamo indenni da questi rischi, ma a differenza di altri non ci scopriamo, neanche oggi, interessati ai destini di comunità e popolazioni distanti migliaia di chilometri da noi solo per gli impatti che questi possano avere su di noi. Noi c’eravamo e ci saremo. Denunciamo, scriviamo, collaboriamo, attiviamo, formiamo, creiamo, con chi soffre, per quel semplice e naturale principio umano che chiamiamo solidarietà.

Marcello Poli – 3 aprile 2020

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