Se non la conoscete ancora, l’organizzazione Zene u crnom è composta da attivisti che cercano di sensibilizzare la società civile ai diritti umani e di promuovere la giustizia sociale in Serbia e negli altri paesi dell’ex Jugoslavia. Da tempo partner di ISCOS Emilia-Romagna, Women in Black (WiB) organizza varie manifestazioni per la pace, per i diritti umani e in particolare per i diritti delle donne, e contro la violenza e la militarizzazione degli stati. Una parte importante delle azioni di WiB riguarda le commemorazioni per le vittime del conflitto degli anni ‘90 e la sensibilizzazione della popolazione sui crimini di guerra, per rendere la società serba più pacifica, inclusiva e consapevole della propria storia.

 

Retrospettiva del 2020 in Serbia

 

Il 2020 è stato un anno difficile anche per la Serbia, colpita duramente dal Covid-19. La strategia politica per contrastare la crisi è consistita nell’istituzione di uno stato di emergenza a partire da marzo e nell’attuazione di misure molto restrittive e repressive che sono state fortemente criticate. Per degli attivisti di Women in Black le controverse misure adottate sono da considerare proprie di uno stato di guerra piuttosto che misure sanitarie per combattere una pandemia.

E’ interessante l’analisi di WiB riguardo alla retorica da Paese in guerra adottata dai vertici dello stato durante la crisi sanitaria. In effetti, per definire la situazione di crisi vissuta dal Paese, i politici hanno identificato nel coronavirus un nemico da combattere, abusando del campo semantico proprio delle guerre e, e legittimando così l’uso della forza, la repressione e il dispiegamento dell’esercito.

Invece di parlare di una grave crisi sanitaria, il regime guidato da A. Vučić (15 marzo 2020) annuncia in realtà lo stato di guerra: “La Serbia è in guerra oggi contro un avversario invisibile. La nostra Serbia deve vincere (…) questa sarà la battaglia più difficile per il nostro popolo, la battaglia per i nostri malati e gli anziani, sono loro il bersaglio di questo feroce attacco (…) La resa non è un’opzione per la Serbia” Tutto il regime, rafforzato da criminali di guerra condannati, segue una retorica di guerra: “Ora dobbiamo applicare una formula per avere successo nella guerra contro il coronavirus, e cioè: unità indissolubile, indistruttibile, unità indiscussa dell’esercito, del popolo e della leadership dello Stato”, ha detto il generale V. Lazarevic.  (ex generale dell’esercito serbo, condannato a 15 anni di prigione davanti al Tribunale dell’Aia per crimini di guerra commessi contro gli albanesi nel 1999 in Kosovo)

La metafora della guerra ha accentuato le differenze interne alla società, diffondendo insicurezza, paura e panico, che nel contesto di un regime di lunga tradizione patriarcale trovano applicazione nell’abolizione del dissenso, delle libertà civili fondamentali e dei diritti umani.

La censura ha contribuito a rendere effettiva la repressione. Un provvedimento approvato dal governo il 28 marzo 2020 “prevede che solo la premier e i soggetti autorizzati dall’Unità di crisi possano rendere note le informazioni sull’emergenza sanitaria in corso. Chi pubblica un’informazione resa nota da un ‘soggetto non autorizzato’ rischia di essere punito con una delle sanzioni introdotte nell’ambito dello stato di emergenza. Le associazioni dei giornalisti serbi e una parte dell’opinione pubblica hanno protestato contro questo provvedimento, che ha di fatto introdotto la censura, ma il governo si è giustificato affermando che lo scopo del provvedimento era quello di contrastare la diffusione di notizie false.” (balcanicaucaso.org)

A farne le spese in prima istanza, è stata la libertà di stampa. La giornalista Ana Lalić, ad esempio, è stata arrestata dopo aver denunciatole condizioni del Centro clinico Vojvodina a Novi Sad e la mancanza di attrezzature mediche. In seguito alla pubblicazione del suo articolo è stata accusata di “diffondere informazioni false il cui unico obiettivo era quello di diffondere il panico”, il suo appartamento è stato perquisito dalla polizia, il suo computer e i suoi cellulari sequestrati. Le accuse pubbliche di Lalić avevano tutte le ragioni per essere plausibili in quanto sostenute da numerose testimonianze di pazienti di altri ospedali che lamentavano condizioni di insalubrità. Per farsi un’idea della situazione di degrado basti pensare che il più grande di questi ospedali, fondato a Sajam/Belgrado Fair, è stato ribattezzato Sajmište, come uno dei più grandi campi di concentramento creati in Serbia durante la seconda guerra mondiale. La giornalista è stata rilasciata solo grazie alla pressione pubblica esercitata a livello sia nazionale che internazionale.

La pandemia in Serbia ha causato anche un drammatico aumento dei casi di violenza contro le donne in quanto, a causa della quarantena e delle restrizioni ai movimenti, le vittime sono state costrette a vivere 24 ore su 24 con gli aggressori senza possibili vie d’uscita. Le donne vittime di violenza domestica hanno spesso rinunciato a denunciare gli abusi subiti perché in diversi casi, donne che si sono recate dalla polizia per esporre denuncia sono state multate e rispedite a casa senza alcun aiuto. Ed è evidente il paradosso per cui questo tipo di abusi di potere che hanno un forte impatto sulla salute mentale e fisica della persona vengano perpetrati da rappresentanti di quello Stato che dovrebbe garantire la salute dei propri cittadini

Il distanziamento fisico e sociale imposto dalla pandemia hanno prodotto un aumento delle situazioni di violenza e di conseguenza delle richieste di aiuto. In Italia ad esempio dove “il numero delle chiamate sia telefoniche sia via chat nel periodo compreso tra marzo e giugno 2020 è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+119,6%)” (istat)

Tra le persone che hanno subito maggiormente le misure di contenimento della pandemia si trovano anche i senzatetto e coloro che vivono in insediamenti informali come i Rom, spesso privati dell’accesso ai servizi di base e impossibilitati al rispetto del distanziamento fisico.

WiB ha condannato il trattamento riservato ai migranti durante la crisi sanitaria:

Dichiarando lo stato di emergenza, sono stati violati i diritti umani dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza, e tutto in nome della presunta protezione dalla pandemia da COVID-19. I campi profughi sono stati trasformati in unità carcerarie e campi di concentramento con condizioni igieniche degradanti.

Il dispiegamento dell’esercito nei centri di accoglienza per rifugiati a Belgrado e nella Serbia occidentale ha “alimentato un clima di razzismo e di attacchi fascisti nei loro confronti, già frequenti anche prima dello stato di emergenza“, aggravando quindi la situazione preesistente. L’intervento duro dello Stato è stato evidente anche nella repressione di proteste e manifestazioni, condotte da migranti o attivisti serbi.

WiB ripudia in modo fermo il crescente business della vendita di armi serbe a Paesi in conflitto. Questo fiorente mercato non è cessato durante la pandemia e sta contribuendo ad alimentare le guerre in tutto il mondo. La militarizzazione dello Stato serbo risulta evidente nelle dichiarazioni di WiB:

La Serbia è l’unico paese della regione che non ha ancora firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sulle munizioni a grappolo, e così facendo impedisce alle tante vittime di questo tipo di munizioni durante i bombardamenti della NATO (1999) di ottenere aiuti internazionali; la Serbia è il primo Stato della regione per armi pro capite, ed esporta armi nei Paesi in guerra, a vari regimi dittatoriali; sta investendo nell’esercito, nell’apparato repressivo piuttosto che nei servizi di base che permettono di rispondere ai bisogni elementari dei civili, della popolazione; la Serbia si colloca all’ultimo posto per qualità dell’assistenza sanitaria in Europa, ecc.

Risulta evidente che lo stato di emergenza sia stato impiegato anche come strumento al servizio della campagna elettorale condotta in vista delle elezioni parlamentari prevista ad aprile 2020 e posticipate a giugno, proprio a causa della crisi sanitaria. Durante questi mesi, i media serbi sono stati utilizzati come un arma di propaganda permanente, approffitando della situazione di confinamento dei cittadini:

Il nostro monitoraggio dei media ha mostrato che esponenti politici e statali hanno occupato il 91% del tempo sui media. Nelle ultime due settimane di marzo questa percentuale ha raggiunto il 99%. Tra questi, una persona su due era il presidente Vučić.

Rasa Nedeljkov, Program Director of Center for Research, Transparency and Accountability, conference ‘The Ogre of Corona Goes Around the World’

Il partito che ha vinto le elezioni con 188 seggi in parlamento su 250 è stato, senza grande sorpresa, il Partito Progressista Serbo del quale Vučić fa parte, un partito basato su un’ideologia conservatrice e nazionalista.

Per chiudere questo breve sopralluogo, è necessario aggiungere che nel Paese è in atto una crescente criminalizzazione delle ONG e delle Organizzazioni della Società Civile. Fin dall’inizio dell’operatività, la stessa WiB è stata esposta a “numerosi attacchi, anche fisici, minacce, insulti, interruzioni delle attività e altri tipi di intimidazione […] che: “si sono intensificati negli ultimi cinque anni. […]In relazione a questi attacchi sono stati avviati 13 procedimenti giudiziari dinanzi alle autorità statali della Repubblica di Serbia e nessuno dei responsabili è stato punito”.

Il governo stesso ha criminalizzato apertemente giornalisti e OSC, con la probabile intenzione di tacere le critiche e il dissenso. In tal senso è da leggere la richiesta fatta dalla Direzione per la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo del Ministero delle Finanze, di avere accesso ai dati bancari “di 20 individui e 37 organizzazioni non governative, tra cui alcuni portali di giornalismo investigativo e rinomate organizzazioni per i diritti umani” (balcanicaucaso.org) L’autoritarismo in Serbia fa passi da gigante.

Nonostante il quadro degli eventi del 2020 riportati dall’organizzazione non sia affatto ottimistico, Women in Black è rimasta attiva sul territorio sensibilizzando l’opinione pubblica e lottando per la democrazia, per la libertà dei media e, sostanzialmente, per i diritti umani.

 

Retrospettiva del 2020 di Women in Black

 

Gli eventi in Serbia e la rapida discesa verso uno stato autoritario dai connotati fascisti rendono sempre più evidente l’importanza dell’impegno dell’associazionismo e delle Organizzazioni della Società Civile in generale, come WiB.

Durante lo stato di emergenza, gli attivisti hanno mantenuto un contatto telefonico con la loro rete nazionale e internazionale, supportando i propri attivisti in difficoltà, soprattutto donne oltre i 65 anni, mediante la distribuzione di beni di prima necessità. Quest’ultima è stata la fascia d’età maggiormente colpita durante il confinamento, in quanto è stata fatta oggetto delle restrizioni più severe. WiB ha inoltre partecipato al supporto psicologico fornito dal team terapeutico del Tribunale delle Donne che opera in tutta la regione.

Durante tutto l’anno, l’organizzazione ha continuato a visitare i luoghi emblematici del conflitto degli anni ‘90, in memoria delle popolazioni civili vittime dei crimini di guerra, per portare il proprio sostegno alle famiglie delle vittime e rendere omaggio ai defunti. Nel corso dell’anno sono state organizzate cinque manifestazioni commemorative, in occasione degli anniversari dei crimini in Strpci, in Topcider ed in Sjeverin, in ricordo del genocidio di Srebrenica e in memoria delle donne che hanno resistito alla mobilitazione e alla guerra in Kosovo.

Insieme all’associazione bosniaca Anima di Dulići, WiB ha organizzato laboratori tematici per discutere con altri gruppi di donne delle conseguenze della pandemia e promuovere azioni di peacebuilding in favore dei diritti delle donne.

WiB ha anche continuato nella sua opera di solidarietà nei confronti dei rifugiati, provvedendo a distribuire viveri e beni di prima necessità a Pljevlja (Montenegro – Centro Bona Fide) e Tuzla (Bosnia Erzegovina).

Inoltre, WiB si iscrive in un contesto internazionale con varie street actions in supporto ai movimenti di giustizia sociale che attraversano il mondo: manifestazioni per i diritti delle donne e contro la violenza domestica, manifestazione antirazzista in sostegno al movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, protesta per fermare la violenza in Bielorussia, manifestazione per la pace e contro la militarizzazione, un evento contro la guerra tra Armenia e Azerbaigian.

In un periodo in cui anche la cultura è oggetto di repressione, WiB ricorre ampiamente a diverse forme d’arte per sensibilizzare l’opinione pubblica durante queste proteste. La democrazia dipende ancora in gran parte dalla consapevolezza del popolo e WiB la promuove attivamente: Zene u Crnom continuerà a risvegliare le coscienze e a stimolare la partecipazione dei cittadini, sperando in giorni migliori per le nostre libertà.

 

 

La ribellione è un diritto, e la crisi rafforza persino il dovere degli attivisti di reagire. Violare le regole e opporsi alle misure repressive sono atti di legittima, giustificata e giusta resistenza.

WiB network report