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Viaggio della memoria & solidarietà in Bosnia Erzegovina

Stari Most, Mostar, novembre 2022

Tre anni di assenza, imposta da condizioni esterne, tre anni senza che un gruppo di appassionati e curiosi potesse accompagnarci per le tortuose strade della Bosnia Erzegovina. Siamo tornati, in novembre, per il primo di quella che sarà una lunga serie di viaggi della memoria e della solidarietà. L’obiettivo del viaggio è conoscere meglio la storia degli anni ‘90 nei Balcani, più in particolare in Bosnia Erzegovina dove la guerra ha imperversato dal ‘92 al ‘95, fermata solo dagli accordi di pace di Dayton. La situazione attuale del paese è molto complessa: mentre la Bosnia Erzegovina prova a ricostruirsi, 30 anni dopo l’inizio della guerra, rimane tutt’ora molto divisa, sia a livello politico che sociale. L’altro importante obiettivo del viaggio è quindi quello di incontrare e sostenere le associazioni che lavorano per una società più giusta, equa e pacifica.

Seguiteci in queste righe per intravedere l’esperienza del viaggio della memoria e della solidarietà.

Primo giorno, dopo il nostro arrivo a Banja Luka

Abbiamo visitato i campi di concentramento di Prijedor, Keraterm e Trnopolje, accompagnati da Edin e Nusreta, due sopravvissuti dei campi. Hanno condiviso con noi la loro storia, le atrocità di cui sono stati testimoni, le ingiustizie, la perdita della speranza e la speranza che rinasce, la difficile ricostruzione della propria vita nel post guerra e la situazione attuale in Bosnia Erzegovina che non può essere definita «pacifica».

Abbiamo visitato i campi dove i prigionieri non hanno mai conosciuto il loro capo di accusa perché gli arresti erano arbitrari, ci hanno raccontato le sofferenze come la privazione di cibo, le uccisioni brutali, le violenze sessuali…l’arbitrarietà della guerra: «i musulmani bosniaci venivano arrestati perché non condividevano la stessa identità, l’identità serba», ci dice Edin.

Ascoltare le atrocità che hanno sopravvissuto Nusreta ed Edin e quelle di cui sono stati testimoni è estremamente doloroso. Mentre sentiamo le storie dei loro amici, degli amici che diventano nemici, delle violenze che si moltiplicano; una forte incomprensione cresce dentro di noi. A parte l’ovvia empatia, la tristezza, e il grande rispetto, ci ritroviamo presi dall’incomprensione più assoluta: “come è stato possibile?” – “Come può un essere umano provocare queste sofferenze ad un altro essere umano?” o un semplice “Perché?”. Perché non esistono motivazioni che possano legittimare la guerra, la pulizia etnica, questa violenza straordinaria. Non esiste, eppure…molti criminali di guerra sono ancora in libertà oggi.

È stata una prima giornata difficile, piena di emozioni, che rafforza sempre di più (se fosse possibile) la nostra convinzione dell’importanza di fare memoria, di non dimenticare, di ascoltare e condividere l’esperienza e la dedicazione di chi, oggi, continua a lottare per una società migliore, multiculturale e inclusiva.

Memoriale di Potocari e memoriale di Bratunac

Abbiamo iniziato la giornata visitando il cimitero di Srebrenica-Potočari dove sono sepolte le vittime del genocidio di luglio 1995, in cui sono state uccise più di 8000 persone. Può essere difficile rendersi conto della portata di certi fenomeni con i numeri. Più i numeri sono alti, più diventa complicato per la mente umana visualizzare. A Potočari invece, è difficile non realizzare l’ampiezza della tragedia che ha colpito Srebrenica e la Bosnia. Salendo la piccola collina all’interno del cimitero, si ha una vista sulle tombe delle migliaia di vittime del genocidio. Sembra infinito, eppure molti corpi non sono ancora stati ritrovati e altri sono stati sepolti altrove. Abbiamo camminato in silenzio tra le tombe, sempre con questa incomprensione attaccata alla pelle. Leggendo l’elenco dei nomi delle vittime, ci rendiamo conto che molto probabilmente, famiglie intere sono state decimate, senza nessun sopravvissuto.

Una parte della storia che non ci viene spesso raccontata è la vita a Srebrenica prima del genocidio. La nostra guida ci ha fatto presente il fatto che dopo l’assedio della città, ben prima del mese di luglio 1995, molte persone sono decedute a causa della mancanza di cibo, acqua, cure mediche, e alloggi. Ci vengono in mente le immagini del freddo di Srebrenica in inverno e della città coperta di neve.

La visita continua con il memoriale in cui troviamo foto molto crude, senza filtri. Il tempo a disposizione per la visita era limitato, ma è stato difficile mettere fretta al gruppo che è stato assorbito immediatamente da queste immagini dell’orrore e dalle spiegazioni degli esuli che hanno cercato di raggiungere Tuzla per salvarsi la vita durante quel periodo.

Siamo poi andati al memoriale di Bratunac dove abbiamo incontrato Sakib, sopravvissuto al massacro del ‘92. Ci ha parlato dello stadio dove erano stati raggruppati, delle condizioni terribili in cui erano costretti a sopravvivere, tutte le vittime che ha visto cadere e questa domanda, che possiamo soltanto capire, “perché loro sì e io no?”. La maggior parte dei carnefici del massacro di Bratunac e dei paesini circostanti sono oggi liberi. Questa terribile osservazione non ci sorprende più ma l’incomprensione rimane intatta.

Incontri a Sarajevo…

La mattina del quinto giorno, abbiamo incontrato Aida Feraget che ci ha presentato la sua ricerca sui campi di detenzione durante la guerra. Ha fatto una stima di 1.500 luoghi di detenzione di tutti i tipi dove erano detenuti sia croati che serbi e musulmani: carceri, campi di concentramento, luoghi di detenzione informali come ex-fabbriche, ristoranti, scuole, centri culturali, ospedali, stadi, case… Per la sua ricerca, raccoglie le testimonianze di ex-detenuti – una categoria di persone totalmente dimenticata dai politici. Durante le sue interviste, Aida spiega che sente la paura delle persone, il trauma che si risveglia, ma mai, mai ha notato odio o incontrato qualcuno che cercasse la vendetta.

Abbiamo incontrato Pero Sudar, ex-vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Sarajevo e promotore delle scuole interetniche chiamate Scuole per l’Europa. Ci ha parlato a lungo della loro esperienza di scuola a Sarajevo. La scuola era, all’origine, una scuola di suore ed è diventata una scuola interetnica nel 1994, in piena guerra. All’interno della scuola, nessuna religione prevale sull’altra, tutti sono accettati, non c’è attività evangelica e si punta sull’uguaglianza tra gli alunni. Pero Sudar condivide con noi un aneddoto, le parole di un’alunna alla fine del suo percorso scolastico: “Voi ci avete educati a un mondo che non esiste”. L’ex vescovo commenta allora: “se non crediamo in un mondo diverso, un mondo che non esiste, come faremo ad alzarci dal letto?”.

Infine, Pero Sudar ci parla anche della situazione politica attuale in Bosnia Erzegovina: “Siamo prigionieri della volontà di dominare, controllare gli altri. (…) Ma perché la scelta della guerra? Quando sappiamo che la guerra peggiora sempre le situazioni e non le migliora mai”.

Ultimo giorno, arrivo a Mostar

Il tragitto dall’incantevole cittadina di Konjic a Mostar è mozzafiato: si segue il sinuoso corso del fiume Neretva, si vedono villaggi in riva all’acqua, abbracciati dalle montagne. È difficile immaginare il peggio di fronte a questa atmosfera tranquilla, alla bellezza della natura e a questi paesaggi degni di dipinti.

Arriviamo a Mostar. Tra due edifici ristrutturati, delle rovine. Una voragine al posto delle finestre e il ricordo della guerra che ha lasciato una voragine nei cuori e il buio nelle menti. La ricostruzione di Mostar non è ancora stata completata, e al di là delle infrastrutture e dei lavori in lista d’attesa, al di là di ciò che è effettivamente evidente passeggiando per le strade di Mostar, c’è un popolo diviso. Questo non salta subito agli occhi. La gente svolge le proprie faccende quotidiane. Va avanti con la propria vita. Una situazione ordinaria. Una giornata ordinaria. Non salta subito agli occhi, fino ad arrivare di fronte ad una scuola dove i giovani crescono separati da un muro reale e tangibile, forse anche un muro di pensiero. Due scuole sotto lo stesso tetto: sembra il titolo di un film, ma è così che vengono chiamate. Un unico palazzo spaccato in due. Ognuno ha la propria ala della scuola: i bambini di un gruppo nazionale (c’è chi lo chiama etnia), riceve la giusta educazione (i croati quella croata, i serbi quella serba e così i bosniaco-musulmani). I ragazzi si possono incontrare davanti alla porta d’entrata ma una volta dentro, tra le mura della scuola, sono divisi secondo criteri che sfuggono alla nostra comprensione.

Eppure, probabilmente non è questo il ricordo che terremo di Mostar. I partecipanti al viaggio saranno tornati a casa con bellissime immagini nella mente: quelle dell’affascinante centro storico di stile ottomano, completamente ricostruito dopo la guerra grazie a finanziamenti internazionali; quelle della calorosa accoglienza ricevuta nei suoi bar, ristoranti e negozi; le risate scambiate e il ricordo di un’ultima serata di condivisione delle nostre impressioni e delle nostre emozioni dopo un viaggio di inestimabile valore e dopo un’esperienza che richiederà tempo per essere rielaborata e digerita. Torneremo a casa con una leggera sensazione di paradosso, con l’impressione di un controsenso e con un’incomprensione nel profondo dello stomaco. E ovviamente, torniamo in Italia con tanti sorrisi pensando a tutte le belle persone incontrate nel corso del viaggio.

Marion Lucas

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Aprire l'immagine in lightbox: Le strade del centro di Sarajevo Aprire l'immagine in lightbox: Le strade del centro di Sarajevo
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Aprire l'immagine in lightbox: Museo dell'infanzia di guerra Sarajevo Aprire l'immagine in lightbox: Museo dell'infanzia di guerra Sarajevo
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Aprire l'immagine in lightbox: Incontro con Aida Feraget Aprire l'immagine in lightbox: Incontro con Aida Feraget
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Aprire l'immagine in lightbox: DSC_1705 Aprire l'immagine in lightbox: DSC_1705

Foto di Marcello Barbieri che ringraziamo.

Il viaggio è stato organizzato da ISCOS. I partecipanti sono stati accompagnati da Tamara Cvetkovic giovane bosniaca-erzegovese attiva in ISCOS, Marion Lucas di ISCOS Emilia-Romagna e Luca Leone, giornalista e scrittore, esperto di Balcani.

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