Da più di due settimane continuano a fuggire da Palma migliaia di persone ferite, disidratate e con bisogno urgente di cure mediche. Molti hanno visto morire membri della propria famiglia, altri sono stati costretti a nascondersi nel bosco per giorni senza cibo e acqua a causa dell’ultimo terribile attacco terroristico nella regione di Cabo Delgado.

Cosa è successo a Palma

Il 24 marzo 2020 il gruppo terroristico conosciuto come Al Shabaab ha attaccato Palma, città portuale di circa 75.000 abitanti che si trova vicino al confine con la Tanzania. Durante l’attacco le milizie hanno distrutto negozi, caserme militari e banche, perpetrando violenze atroci contro i civili e decapitazioni di massa, coerentemente con il modus operandi già messo in atto negli ultimi quattro anni.

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) ha confermato che sono circa  11.000 le persone fuggite da Palma, un numero destinato a crescere ulteriormente, considerando che ogni giorno centinaia di persone continuano a sbarcare sulle coste di Pemba, capoluogo della regione. Molte sono partite dal porto locale con imbarcazioni delle forze dell’ordine locale o grazie all’aiuto di pescatori e diportisti. Fra gli sfollati si registrano anche lavoratori stranieri del settore energetico e funzionari pubblici, tra questi anche dipendenti locali e stranieri delle compagnie italiane Saipem e Bonatti.

I dispersi sono scappati verso le zone rurali e verso il confine con la Tanzania, dove però moltissimi vengono schedati e respinti, così come segnalato dall’UNHCR . Il numero degli sfollati interni sale a 700.000, quattro volte il numero registrato un anno fa.

Le motivazioni

L’assalto è avvenuto dopo l’annuncio della multinazionale francese TOTAL di riprendere il proprio progetto di gas che dista solo 25 km da Palma. Nei giorni precedenti il governo mozambicano aveva dichiarato “area di sicurezza speciale” il raggio di 4km che circonda il progetto della Total, a causa proprio dell’instabilità della regione. Tra le mire dei terroristi anche la Standard Bank Moçambique, finanziatrice della piattaforma fluttuante di gas liquefatto per un valore di otto miliardi di dollari.

Secondo Sergio Chichava dello IESE, l’attacco al più grande investimento in Africa (circa 20 miliardi di euro secondo l’Italian Trade Agency) ha pertanto avuto un duplice effetto: “non solo perché ha fatto retrocedere la Total nella sua decisione di riprendere i lavori, ma anche perché ha fatto si che il conflitto mozambicano si collocasse nell’agenda internazionale”.

Gli attacchi terroristici hanno dunque l’intento di destabilizzare le aree dove sono presenti questi grandi progetti estrattivi, cercando di prenderne il controllo, approfittando della debolezza del governo mozambicano che non riesce a sedare efficacemente il conflitto. La risposta da Maputo continua a essere quella di proteggere gli interessi dei privati, ovvero le compagnie investitrici nel settore del gas, e contestualmente rafforzare la militarizzazione della regione. A farne le spese sono come sempre le categorie più vulnerabili della popolazione, vittime di atroci violenze.

L’importanza di agire sulle cause strutturali del conflitto

Le organizzazioni che lavorano sul territorio hanno denunciato la carenza di aiuti per rispondere all’emergenza, aiuti che dovrebbero comprendere la distribuzione di beni di prima necessità e cure mediche e psicologiche per le ferite e i traumi subiti dalle vittime.

Tuttavia le organizzazioni mettono in luce come sia necessario, parallelamente all’emergenza, mettere in campo delle soluzioni che agiscano sulle cause strutturali del conflitto: Cabo Delgado è la regione con il più alto tasso di analfabetismo del Paese ed è anche quella più povera del Mozambico. La creazione di opportunità di lavoro, il miglioramento della specializzazione lavorativa e lo sviluppo del settore agricolo sono alcune delle soluzioni che le organizzazioni in loco impegnate nell’emergenza annunciano come prioritarie. ISCOS Emilia-Romagna collabora con la Caritas di Pemba per implementare corsi di formazione agricola, laboratori di educazione alimentare e corsi di gestione di piccole e medie imprese in distretti rurali della regione in cui sono presenti famiglie di sfollati.

Al momento i gruppi armati sembrano gli unici in grado di fornire una risposta al disagio sociale vissuto dalle nuove generazioni, facendo leva sul malessere e sulla mancanza di prospettive. E’ necessario nutrire il tessuto economico locale, dare nuove speranze e opportunità ai giovani per evitare che questi rimangano invischiati nella rete terroristica.

 

Chiara Spatafora – 09 Aprile 2021