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Paesaggi della memoria, voci del presente

Cronaca del Viaggio della Memoria e della Solidarietà tra Croazia e Serbia

di Silvia Degani

Il Viaggio della Memoria e della Solidarietà ha condotto una cinquantina di persone in un’esperienza nuova: Croazia e Serbia.

Non è stato soltanto un itinerario tra città e memoriali, ma un attraversamento della memoria europea: un percorso in cui la storia del Novecento, le ferite delle guerre e le testimonianze del presente si sono intrecciate continuamente con i luoghi, i paesaggi e le persone incontrate.

Il viaggio è stato organizzato da ISCOS Emilia-Romagna ETS, Anteas Emilia-Romagna APS e Istoreco, con il sostegno dei Comuni di Albinea e Quattro Castella.

Accompagnatori Tamara Cvetkovic e Carlo Ugolotti. Un bel connubio di sguardi sulla storia con approcci diversi. Tamara appassionata, instancabile e sempre pronta a cercare di farci capire le tante sfumature di ogni vicenda. Carlo preciso, puntuale e sicuramente originale nelle sue riflessioni, frutto di anni di studi, letture, cinema e curiosità. 

L’idea è stata di percorrere attraverso città, luoghi simbolo, la storia di queste terre. Storia che si intreccia con quella europea. Storia non sempre raccontata e che, come sottolinea il nostro storico Carlo Ugolotti, è sempre in una visione strumentale legata a quella di noi occidentali. L’uccisione di Francesco Ferdinando e la Prima Guerra Mondiale sui nostri libri scolastici ne è l’emblema

Durante il viaggio, il paesaggio è diventato una trama continua: i fiumi, i confini, le città e i monumenti hanno assunto il valore di elementi narrativi, capaci di restituire profondità alla storia e di renderla visibile nei luoghi attraversati.

Lo abbiamo percepito con forza a Jasenovac, in Croazia, dove il paesaggio del fiume Sava si lega alla memoria del più grande campo di concentramento e sterminio della Seconda Guerra Mondiale nell’Europa sud-orientale. Istituito dal regime fascista croato degli Ustaša, il campo causò la morte di decine di migliaia di serbi, ebrei, rom e oppositori politici. Nel 1945 le vittime erano oltre 80.000. Tra il 1959 e il 1966 fu eretto il monumento a forma di fiore di loto di Bogdan Bogdanović; due anni dopo venne aperto il museo.

Proseguendo e attraversando i confini altri paesaggi e storie si profilano davanti a noi. A Kragujevac abbiamo visitato il Memoriale Šumarice e il Museo 21 Ottobre, un’istituzione che commemora uno dei momenti più tragici della Seconda Guerra Mondiale: il massacro di Kragujevac. 

Il 21 ottobre 1941, le forze di occupazione tedesche giustiziarono circa 2800 persone, tra cui molti studenti e insegnanti delle scuole locali. 

La nostra guida, Marko Terzić, ci ha accompagnati nella ricostruzione dei passaggi storici che portarono al massacro, senza mai perdere il contatto con il dramma umano di chi visse la guerra. Nell’allestimento, le fotografie scelte sono quelle di persone comuni, a ricordare che chiunque può diventare vittima. Lo stesso vale per le 43 lettere salvate: parole scritte da uomini e donne quando compresero cosa stava accadendo e cosa sarebbe successo di lì a poco, oggi restituite ai visitatori attraverso stralci stampati su pannelli.

Tra le opere d’arte nel parco, ci siamo soffermati su “Il volo interrotto” il monumento dedicato ai 300 bambini e agli insegnanti prelevati dalle scuole e assassinati, opera dello scultore Miodrag Živković. 

Carlo Ugolotti ci ricorda che l’identità europea si è costruita a partire dalla memoria e dalla memoria delle vittime. Questo ci fa riflettere molto.

La storia, però, non vive solo nei memoriali. Vive anche nelle città, nelle loro contraddizioni e nelle stratificazioni che affiorano attraverso monumenti, palazzi, luoghi di culto, spazi di lavoro e tracce della vita quotidiana. Zagabria, Belgrado, Kragujevac e Vukovar sono state le tappe principali di questo attraversamento.

Il centro di Zagabria è oggi un grande cantiere: molti edifici storici sono coperti da impalcature a seguito del forte terremoto del 2020, e i lavori di messa in sicurezza e restauro sono ancora in corso. Nonostante questo, la visita è stata ricca e interessante, grazie alla presenza di alberi, edifici storici e dettagli architettonici che continuano a raccontare la città. Una piccola nota meritano anche i tram blu, prodotti e assemblati in Croazia, di cui la nostra guida ci ha ricordato più volte l’importanza.

Dopo la notte trascorsa in un albergo storico, in perfetto stile Tito, siamo ripartiti per attraversare la frontiera tra Croazia e Serbia. Belgrado è stata la città in cui ci siamo fermati più a lungo e dove passato, presente e futuro si sono intrecciati con maggiore evidenza, attraverso le persone incontrate e le visite svolte.

A Belgrado abbiamo incontrato alcune rappresentanti delle Donne in Nero, tra cui Staša Zajović, femminista e attivista pacifista serba, insieme a uno studente del movimento universitario. Ci hanno parlato a lungo della situazione politica attuale in Serbia e delle proteste organizzate con gli studenti contro il governo e la corruzione, raccontandoci il loro impegno per dare voce ai cittadini.

Staša Zajović ci ha accompagnati anche nella prima visita a Belgrado, al Museo della Jugoslavia, un luogo fondamentale per comprendere la storia jugoslava e la figura di Josip Broz Tito. Il complesso comprende il Museo 25 Maggio, inaugurato nel 1962 per ospitare i doni ricevuti da Tito in occasione del suo compleanno e oggi dedicato soprattutto a mostre temporanee; il Vecchio Museo, con una ricca collezione permanente di doni di Stato, oggetti dell’ex Museo della Rivoluzione e cimeli jugoslavi; e la Casa dei Fiori, il mausoleo dove sono sepolti Tito e la moglie Jovanka Broz.

Dopo il museo è il momento alla visita alla città storica di Belgrado, accogliente e solare. Nei locali e nelle kafane (osterie tipiche) sempre persone gentili, disponibili e sorridenti. Tutto ciò quando siamo gruppo e più complessi da gestire, ma anche nei brevi momenti di libertà quando ci si muove in autonomia nonostante forse l’aria spesso un po’ smarrita per le tante scritte in cirillico. 

Per comprendere meglio il tessuto sociale ed economico della Serbia contemporanea, durante la tappa a Kragujevac il gruppo ha avuto l’opportunità di incontrare alcuni rappresentanti del sindacato Nezavisnost: Nebojša Pejčanović, Segretario generale della Funzione Pubblica, e Dejan Đokanović, referente regionale per la Šumadija, di cui Kragujevac è il principale centro urbano.

L’incontro, svoltosi all’interno del complesso memoriale di Šumarice, ha offerto un’importante occasione di confronto sulle condizioni del lavoro nel Paese, sul ruolo dello Stato, sulle principali difficoltà del mercato del lavoro e sulla crescente carenza di manodopera. Attraverso le loro testimonianze è stato possibile approfondire le trasformazioni economiche e sociali che stanno interessando la Serbia.

Kragujevac, quarta città del Paese, è storicamente conosciuta come il cuore dell’industria automobilistica serba. Prima della dissoluzione della Jugoslavia, il principale partner internazionale era la FIAT; oggi, invece, il settore vede una presenza sempre più significativa di investitori tedeschi e cinesi. I rappresentanti sindacali hanno inoltre evidenziato le nuove sfide che il movimento sindacale si trova ad affrontare: un numero ridotto di iscritti, l’aumento dei lavoratori migranti, che spesso non conoscono le organizzazioni sindacali o non vi aderiscono, e la necessità di tutelare i diritti dei lavoratori in un contesto economico in continua evoluzione.

A conclusione della permanenza a Belgrado, c’è stato un importante passaggio all’ambasciata italiana, dove siamo stati accolti dall’ambasciatore Luca Gori. In mezz’ora ci ha offerto una lettura della situazione politica della Serbia, del ruolo del Paese, del suo saper creare connessione con molti interlocutori internazionali e delle trattative avviate nel 2012 per l’ingresso nell’Unione Europea, rallentate negli ultimi anni.

Alle nostre domande ha risposto che la storia di questi luoghi è molto complessa; ragionare su chi ha torto e ha ragione è difficile e non è la strada giusta. 

La Serbia oggi ha una grande vivacità artistica, un’arte contemporanea molto interessante e c’è un grande investimento in ambito tecnologico; i servizi ICT sono la prima voce di export del paese. 

Il prossimo anno Belgrado sarà sede dell’Expo, un’occasione importante per il paese.

L’ambasciatore vorrebbe venire con noi in un momento della visita al Novo Groblje di Belgrado (nuovo cimitero di Belgrado, il più grande d’Europa) ma ha già a calendario diversi impegni.

Ci attende però la visita guidata della storica dell’arte Snežana Krstanovski. Attraversare il cimitero, osservare le tombe e i monumenti permette di comprendere ancora molti aspetti della storia di un luogo. Alcune sepolture testimoniano, per esempio, la presenza di italiani in Serbia nel passato.

Tamara, visibilmente emozionata, si è soffermata sulla tomba di Zoran Đinđić. La sua storia ci ha riportati agli anni più recenti e alle direzioni assunte dalla politica serba. Đinđić, politico e filosofo serbo, fu sindaco di Belgrado e Primo ministro della Repubblica di Serbia; il 12 marzo 2003 venne assassinato a Belgrado da un cecchino mentre scendeva dalla propria auto nel cortile del parlamento serbo.

La visita è un’occasione importante per le istituzioni presenti nel viaggio per un momento di commemorazione nel cimitero militare italiano dei militari caduti in Serbia durante la Grande Guerra. 1063 militari italiani. Qui è stata deposta una corona di fiori alla presenza del colonello Aurelio Costa.

Nel frattempo ci ha raggiunto la giornalista serba Žarka Radoja che ha proseguito con noi la visita guidata concentrandosi molto sugli ultimi decenni e sul presente politico della Serbia. Con lei abbiamo visitato il Cimitero dei Liberatori di Belgrado 1944. Qui si trovano coloro che sono morti in patria durante la Seconda Guerra Mondiale. Dedicato alle forze partigiane e all’esercito rosso che hanno liberato Belgrado il 20 ottobre 1944. Questo cimitero commemorativo contiene i resti di circa 1 400 partigiani e 900 soldati dell’esercito rosso.

Tamara ci fa notare una cosa importante: sulle lapidi non ci sono i riferimenti alla provenienza dei morti. Questo perché non dovevano essere importanti le nazionalità ma solo che si era combattuto per liberazione.

Il nostro viaggio di ritorno si conclude a Vukovar, in territorio croato. Era la seconda città industriale più grande dell’Ex Jugoslavia; famosa la sua industria di gomma Borovo. Vukovar fu assediata e devastata nel 1991 dall’esercito federale jugolsavo e dalle truppe paramilitari serbe.

Qui abbiamo incontrato Dijana Antunović Lazić, direttrice esecutiva dell’associazione Evropski dom Vukovar. La Casa d’Europa di Vukovar è stata fondata nel 2000 con l’obiettivo di promuovere l’idea europea nella Repubblica di Croazia, far conoscere in Europa il patrimonio culturale e nazionale croato, informare i cittadini sul processo di unificazione europea, sviluppare il senso di appartenenza all’Europa e favorire una cultura di comprensione, tolleranza e dialogo con le altre nazioni e gli altri Stati europei.

Dijana che all’epoca dell’assedio di Vukovar nell’agosto del 1991 aveva 20 anni, ci ha fatto entrare subito nella storia dicendoci “ogni cittadino di Vukovar, ha subito un trauma”. Da qui si capisce quanto devastante sia stata la guerra. Prima della guerra la città contava 47.500 mila abitanti e 27 nazionalità. Oggi meno di 30 mila. Bombardamenti su case, scuole e ospedali. Tutte le persone a vista venivano uccise. Mentre ci parla e descrive i fatti ci accompagna prima davanti all’edificio che ricorda le vittime del massacro serbo, poi in un campo vicino dove i prigionieri furono uccisi e sepolti nella fossa comune di Ovčara.

Altro simbolo della resistenza croata è la torre idrica di Vukovar. Gravemente danneggiata dai bombardamenti è ora diventata museo. Grazie ai lavori di consolidamento e ristrutturazione, pur mantenendo i segni della guerra, è possibile visitarla e accedere all’ultimo piano dove è possibile osservare la città dall’alto e il Danubio. 

La giornata e il nostro viaggio si è concluso con una passeggiata per il centro di Vukovar completamente ricostruito. Fa eccezione una casa che porta ancora i segni della guerra e che, nonostante tutto, è rimasta in piedi, circondata dalle fioriture di gerani sui balconi e alle finestre.

All’associazione ci accolgono con calore, cibo e piccoli oggetti artistici: un saluto generoso che portiamo con noi insieme alla memoria di questo viaggio.

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