Lo sviluppo dell’industria estrattiva in Mozambico è subito associato alla Vale do Rio Doce, multinazionale brasiliana che dal 2007 opera nella Provincia di Tete in maniera spesso controversa. Oggi si parla di disinvestimento e di uscita dal Paese, una decisione che ha inevitabilmente delle conseguenze importanti sul tessuto economico della Provincia.

 

Foto della “mina di Moatize” dove opera la vale, Maggio 2019

Nel 2004, la Vale ha fatto il suo ingresso in Mozambico, nella Provincia di Tete, dopo aver vinto la concessione della Mina di Moatize, acquisendo 23.780 ettari di terreno che circondano la città principale. Il colosso brasiliano è la seconda compagnia al mondo nel settore minerario e il “progetto Moatize” è il più grande in termini di produzione ed estensione per la compagnia, per un valore totale di 1,535 miliardi di dollari (Castel-Branco e Cavadias, 2009). Come afferma Adriano Nuvunga, direttore del Centro para Democracia e Desenvolvimento (CDD), quando si parla di settore minerario in Mozambico, immediatamente si pensa alla Vale, che è stata in grado di resuscitare il gigante carbonaio di Moatize, ma ha anche dato avvio a un enorme dibattito fra gli esperti sull’effettivo impatto delle attività minerarie nella Provincia, impreparata ad accogliere un’industria di tale portata, dato che l’88% della popolazione si occupa di agricoltura di piccola scala (contro lo 0,5% dell’impiego in attività industriali).

Già poco tempo dopo l’arrivo della multinazionale le aspettative di sviluppo tanto sponsorizzate dal governo sono state disattese e il Paese si è ritrovato a fare i conti con quella che è stata definita “la peggior azienda del pianeta” (Public Eye Award). Prima ancora dell’arrivo in Mozambico, la rete brasiliana Justiça nos Trilhos (Sui binari della giustizia) aveva denunciato le ingiustizie sociali, ambientali ed economiche di questo big dell’economia mondiale nel libro Il prezzo del ferro, portando diversi esempi di violazioni di diritti di comunità indigene, diritti ambientali e sindacali in Brasile.

E così, anche la Provincia di Tete ha sperimentato nel corso dell’ultimo decennio una serie di trasformazioni per lo più disastrose, tra cui la perdita di ingenti aree di terra e l’inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria: montagne di carbone hanno coronato il paesaggio circostante e le polveri sottili hanno reso le condizioni di salute della popolazione precarie. Nel 2013 Iscos Emilia-Romagna ha realizzato un documentario sul caso Vale in Mozambico, dal nome “Il tesoro sotto i piedi“, per mostrare le condizioni in cui versava la popolazione locale dopo l’avvio delle attività estrattive. Vari istituti di ricerca e associazioni locali hanno denunciato gli effetti negativi sulla salute delle persone e sull’ambiente, che a loro volta incidono sulle attività economiche. Più di 720 famiglie hanno dovuto lasciare le loro terre per permettere i lavori di esplorazione ed estrazione di carbone, confinati in luoghi distanti dai centri urbani che spesso sono anche zone infertili, dove non possono proseguire le proprie attività agricole, senza neanche ricevere un giusto indennizzo, così come stabilito dal regolamento nazionale per gestire il processo di dislocamento delle comunità (entrato in vigore nel 2012).

In rosso la miniera di Moatize e i due siti di ricollocamento delle popolazioni. Fonte: Human Rights Watch 2013

Tra il 2009 e il 2016 si sono susseguite una serie di proteste portate avanti dai lavoratori e dalle popolazioni dislocate a Cateme e nel Bairro 25 de Setembro. Solo quelle più conosciute a livello mediatico hanno portato ad alcune concessioni da parte della Vale, sebbene esclusivamente nel breve periodo. Il 26 gennaio del 2021 si ha la prima sentenza storica del tribunale di Tete, che ha condannato la Vale al pagamento di 158 mila euro a favore di 48 contadini perché la recinzione costruita intorno alla miniera ha impedito l’accesso ai campi alla comunità. Dieci anni per avere riconosciuto il diritto alla terra, uno dei principi fondamentali sanciti dalla costituzione mozambicana.

Cinque giorni prima della sentenza, tuttavia, la Vale ha annunciato l’uscita dal progetto di Moatize, per perseguire il suo impegno a diventare carbon neutral entro il 2050, adempiendo così agli impegni presi con gli Accordi di Parigi. Come primo passo in questa direzione, la Vale ha firmato un heads of agreement con la Mitzui in cui vengono stabilite le modalità d’uscita della compagnia giapponese dal progetto minerario e dal corridoio di Nacala, utilizzato per trasportare il carbone.

Secondo alcuni studiosi, potrebbero essere altre le ragioni del disinvestimento. Infatti, la Vale parla di riconversione energetica sin dall’arrivo nel Paese, e avrebbe avuto ancora 15 anni, prorogabili, di uso e sfruttamento della terra per portare a termine il primo ciclo di progetto. Bisogna tenere presente che la produzione di carbone è fortemente dipendente dalle oscillazioni del mercato internazionale. Secondo il CIP (Centro de Integridade Pública), ha influito la caduta della domanda di carbone a livello internazionale a partire dal 2018: la Vale che ha una capacità produttiva di 12 milioni di tonnellate di carbone all’anno, ne ha prodotto 11,5 milioni nel 2018 arrivando a 8 milioni nel 2019. Il 2020, con la crisi provocata dalla pandemia, i livelli di produzione sono calati ulteriormente. Questa caduta del prezzo è dovuta in buona parte al progressivo disinteresse dei mercati emergenti, specialmente quelli asiatici, verso il carbone in favore di altre risorse energetiche.

Inoltre, l’annuncio dell’uscita dal progetto è stato dato proprio al decimo anno di attività, giusto alla scadenza dei benefici fiscali concessi dal governo all’impresa. Dal 2011 ad oggi la Vale ha operato con una riduzione delle imposte del 15% per le persone collettive, una riduzione del 5% per l’energia termica e il 50% di riduzione dell’Imposta sul trasferimento di beni immobili.

Il portavoce della Vale ha assicurato al governo che il processo “salvaguarderà i diritti dei lavoratori e delle comunità dove l’impresa opera e prevedrà l’individuazione di un nuovo investitore con idoneità e capacità riconosciuta per condurre il progetto” . Ciò non sarà sufficiente a ripagare le perdite subite: il governo non riceverà importanti profitti derivanti dalle attività minerarie, il Paese si ritroverà quindi in balia del prossimo investitore, le organizzazioni sindacali temono già per il futuro dei propri lavoratori.

Questa scelta della Vale mette in luce tutte le criticità di un settore industriale, scollato dal tessuto economico locale e che è principalmente un settore a capitale intensivo ma che genera pochi posti di lavoro, direttamente o meno connessi alla miniera, rendendo chiaro ancora una volta come siano necessarie delle politiche del lavoro che prescindano dal settore estrattivo e che puntino su una formazione professionale in altri ambiti, contribuendo a uno sviluppo concreto dell’economia locale. Le popolazioni dislocate ancora soffrono per le perdite economiche subite e per i danni ambientali provocati proprio dalla Vale, che adesso parla di carbon neutral e rispetto degli Accordi di Parigi.

 

 

Chiara Spatafora, 15 febbraio 2021