Alla fine è successo, o forse no. Dalle 18 di ieri, ora italiana, si rincorrono le voci di un bombardamento aereo in corso su Mekelle, capoluogo della regione settentrionale dell’Etiopia, il Tigray, condotto dal governo federale (leggasi centrale). La notizia rimbalza su Twitter, condivisa da centinaia di account di tigrini espatriati preoccupati per la salute di parenti o amici rimasti in Tigray, coi quali non riescono a mettersi in contatto dalla sera di martedì 3 novembre. Da quando cioè è scattato l’ultimo blocco totale alle linee telefoniche, una misura attuata spesso dal governo federale su Ethiotelecom – l’unico provider di rete telefonica operante nel Paese, di proprietà pubblica – in aree del Paese o periodi di eccezionale instabilità sociale e politica, per controllare le comunicazioni e impedire a criminali, o semplici attivisti ed oppositori al governo, di organizzare manifestazioni o condividere notizie. Questa volta il blocco ha anticipato di qualche ora quella che viene da più parti considerata come una dichiarazione di guerra al Tigray, emessa dal primo ministro Abiy Ahmed nella mattina di mercoledì 4 novembre. Con buona pace del Premio Nobel, per la pace appunto, attribuitogli l’anno scorso.

 

“Mio fratello minore è a Mekelle. Non abbiamo più avuto sue notizie da quando è iniziato il conflitto e io sono preoccupata e mia madre, inutile dirlo, preoccupata a morte.”

“Mio marito è a Mekelle. Io sono in India. I messaggi funzionano a Mekelle?”

“Avendo vissuto l’ultima guerra civile in Etiopia, il recente bombardamento della mia città natale Mekelle fa riemergere il trauma avuto durante i bombardamenti dei jet MiG per mano di Mengistu. Prego per la pace!”

“Allarme! Allarme! Salvate l’Africa! L’Africa orientale è in fiamme per mano del dittatore Abiy Ahmed Ali. Non riesco a contattare mia madre e molti altri cari a causa del blackout delle telecomunicazioni imposto da Abiy.”

“Sta succedendo molto qua negli Stati Uniti, ma devo dire che sono sconcertata dalle azioni del premier etiope Abiy Ahmed contro il popolo del Tigray. La mia famiglia è a Mekelle. Non siamo in grado di contattarli perché tutte le reti di comunicazione sono state spente.”

 

Questi sono alcuni dei messaggi di preoccupazione condivisi su Twitter nelle ultime ore. Ma non c’è nessun riscontro ufficiale. Con il blocco totale delle comunicazioni – forse interrotto solo da una brevissima e temporanea riattivazione degli SMS ieri in serata – e l’interruzione di tutti i voli da e per il Tigray da mercoledì mattina, che ha solo anticipato di qualche ora la chiusura ufficiale dei 4 aeroporti nella Regione comunicata stamattina, non è possibile sapere cosa stia succedendo in Tigray. Non ci è possibile sapere se i nostri colleghi e compagni del sindacato CETU, i collaboratori, gli amici, i lavoratori e le lavoratrici che abbiamo incontrato e conosciuto in questo anno e mezzo di attività in Tigray al loro fianco, stanno bene o meno. Se c’è stato o meno un bombardamento aereo questa notte, se questo ha coinvolto civili, se ha lasciato vittime. E’ sconcertante e a tratti paradossale, in un momento storico in cui (almeno per chi scrive e chi legge), possiamo avere accesso a pressochè ogni tipologia di informazione in pochi secondi. Di quello che sta succedendo in Tigray non si può e non si deve sapere nulla.

Il primo ministro Abiy affida a 2 tweet stamattina uno dei pochissimi commenti su quello che sta succedendo in Tigray.

 

“Le operazioni delle Forze Federali di Difesa in corso nel nord dell’Etiopia hanno obiettivi chiari, limitati e raggiungibili: ripristinare lo stato di diritto e l’ordine costituzionale e salvaguardare il diritto dei cittadini etiopi di condurre una vita pacifica ovunque si trovino nel Paese.”

“Il governo federale ha cercato pazientemente per diversi mesi di risolvere le divergenze con i dirigenti del TPLF in modo pacifico; abbiamo cercato la mediazione, la riconciliazione, il dialogo. Sono tutti falliti per colpa dell’arroganza e dell’intransigenza criminale del TPLF. Per ultimo, il TPLF ha attaccato il Comando del Nord [dell’esercito d’Etiopia] basato in Tigray”

 

Il TPLF è il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray, il partito politico che è nato come movimento di lotta armata e protagonista della liberazione del popolo etiope dalla dittatura degli anni ’70 e ’80, e che ha fondato e guidato la coalizione che ha governato il Paese negli ultimi 30 anni (EPRDF), durante i quali il partito stesso ha preso il controllo di apparati nevralgici del Paese, dall’economia alle forze armate. Con la nomina di Abiy Ahmed a primo ministro – avvenuta abbastanza inaspettatamente nel 2018 in seguito alle dimissioni del predecessore Hailemariam (mai veramente in grado di gestire la pesante eredità di Meles Zenawi) – il TPLF ha cominciato a perdere potere politico ed economico, ed è cominciata un’escalation di accuse e tensioni tra il partito tigrino e il governo federale.

Il 6 ottobre, il parlamento federale ha votato la sospensione di ogni relazione tra le autorità federali e quelle tigrine. La decisione ha rotto definitivamente i rapporti già molto tesi tra le due parti, e ulteriormente aggravatisi dopo che il TPLF ha proceduto con le elezioni politiche in Tigray in autonomia, in aperta opposizione alle decisioni del governo federale di rimandarle causa pandemia da coronavirus. Oltre alle inevitabili conseguenze in termini politici, la decisione del parlamento, fortemente voluta dal governo, mette a rischio la concreta sopravvivenza di milioni di abitanti della Regione, in larga parte agricoltori cronicamente vulnerabili e dipendenti dai sussidi statali e dagli aiuti umanitari. Si stima che il Tigray potrebbe perdere circa 281 milioni di dollari di sussidi federali.

Ad ulteriore riprova delle crescenti tensioni, nelle settimane passate si sono registrati diversi trasferimenti di truppe militari federali da diverse aree del Paese al confine tra la Regione Amhara e quella del Tigray. Uno di questi spostamenti sembra essere stato alla base dell’uccisione di 54 civili di etnia amhara in un compound scolastico in Oromia da parte di milizie armate non meglio identificate, avvenuto un giorno dopo che i militari presenti in quella zona erano stati trasferiti, pare, appunto, al confine col Tigray.

In risposta, domenica scorsa, il presidente del governo della Regione del Tigray Debretsion Gebremichael ha affermato ad una Tv locale:

 

“Se la guerra è imminente, siamo pronti. Non solo a resistere, ma a vincere.”

 

La mattina del 4 novembre, con un videomessaggio al Paese e un comunicato scritto, il primo ministro Abiy ha dichiarato che le forze del TPLF hanno assaltato due Comandi Nazionali dell’Esercito federale etiope a Mekelle e Densha, in Tigray, causando vittime e feriti, nel tentativo di sottrarre artiglieria ed altri equipaggiamenti militari.

 

“L’ultima linea rossa è stata oltrepassata con gli attacchi di questa mattina e il governo federale si trova costretto ad uno scontro militare” recita il comunicato, “Le Forze Federali di Difesa, sotto la direzione del Posto di Comando, sono state ordinate di svolgere la loro missione di salvare il Paese e la Regione dal vortice dell’instabilità.”

 

Queste parole sanciscono, senza mezzi termini, l’inizio dell’offensiva armata dell’esercito federale contro quello regionale.

Le notizie relative a mercoledì, confuse, frammentarie e non confermate, parlavano di scontri avvenuti nel confine sud-occidentale della Regione, al confine con l’Amhara, e di una situazione pacifica a Mekelle sebbene si vociferasse di un dispiegamento eccezionale di forze armate regionali nel capoluogo, e di spari avvertiti nei dintorni della città.

Ieri, giovedì 5 novembre, il governo federale ha dichiarato 6 mesi di stato di emergenza per la Regione del Tigray e sancito la chiusura dello spazio aereo. 23 anni dopo i bombardamenti perpetrati dagli aerei militari eritrei nel corso dello scontro etiope-eritreo risolto solo 2 anni fa, alle 18 ora italiana, Mekelle, città da mezzo milione di abitanti, sarebbe ripiombata sotto un bombardamento aereo, questa volta per mano dell’esercito etiope.

Nel resto del Paese, oggi, ufficiali di etnia tigrina della polizia federale, della polizia di Addis Abeba e delle Forze di Difesa Federali sono stati disarmati. I rischi che la situazione possa aggravarsi ulteriormente in Tigray e che possa perpetrarsi a lungo sono molto alti. E’ concreto anche il rischio che si scatenino drammatiche ripercussioni in tutto il Paese e che, come spesso accade, siano le fasce più vulnerabili della popolazione a pagare il prezzo più alto.

 

Marcello Poli – 6 novembre 2020