Come sono andate le elezioni in Perú?
Siamo quasi al termine di una contesa elettorale probabilmente unica nei risultati dove ad oggi con oltre il 99% dei voti scrutinati, il margine tra i due candidati inferiore è attorno allo 0,1%. E’ una contesa elettorale sicuramente esemplificativa della tendenza politica-istituzionale peruviana per lo meno degli ultimi venti anni.
Facciamo un passo indietro, in Perù vige il Presidenzialismo con doppio turno (tipo Francia), alle elezioni del 12 aprile (primo turno) si presentano oltre 30 candidati, tra questi i migliori piazzati risultano essere Keiko Fujimori (figlia di quell’Alberto Fujimori) e Roberto Sánchez. Con percentuali che in altri contesti sarebbero ridicole per poter accedere al ballottaggio, in Perù invece con 17,2% e 12% (rispettivamente con 2.877.678 e 2.015.114 voti su circa 20milioni di votanti) i due vincono il primo turno.
Il secondo turno del 7 giugno è imprevedibile, la campagna elettorale serrata e animata, i sondaggisti molto dubbiosi, la polarizzazione del voto e della società evidente. Il conteggio è una maratona, i dati ufficiali dovrebbero uscire dopo un mese circa per sancire chi sarà la o il Presidente del Perù.
Come andrà a finire?
La lettura del voto più evidente è quella di un Paese ancora una volta diviso, fratturato. Il sud e l’arco andino hanno votato massicciamente per Sánchez con percentuali importanti oltre l’80% nelle regioni di Puno, Huancavelica e Apurímac, oltre il 70% a Cusco, Ayacucho, Tacna, Moquegua e nella regione amazzonica di Madre de Dios quasi al 70%. Anche l’importante regione di Arequipa ha scelto con oltre il 60% il candidato Sánchez, così come le Ande centrali e del nord (compreso Ancash) a favore di Sánchez con buoni risultati. La contesa è piuttosto equilibrata, ma a favore di Fujimori, nelle due regioni della foresta amazzonica Loreto e Pucallpa, così come nella costa nord e nell’area di Ica e Lima: quest’ultimo il vero ‘bolsón’ elettorale e demografico del Paese con oltre 8,6 milioni di votanti, circa un terzo degli elettori totali.
In questo bacino elettorale non c’è partita (alto l’assenteismo, quasi al 20%) e Fujimori vince in 7 province su 10 e nelle due principali, Lima e Callao (la provincia costituzionale del grande porto con oltre un milione di abitanti), con circa il 65% di voti a suo favore. Nella Lima metropolitana i dati sono ancora più marcati nei distretti storicamente ‘borghesi’ e della classe medio alta (i cosiddetti ‘pitucos’) Fujimori vola con oltre l’80% dei consensi a San Isidro, Miraflores, San Borja, ma stravince anche in distretti un po’ più popolari come Magdalena del Mar, Jesús María, Lince, Pueblo Libre, San Miguel, Santiago del Surco e Surquillo o nel ricco La Molina con oltre il 70% dei voti e vince in quartieri sicuramente popolari come Villa María del Triunfo, Villa el Salvador, San Martín de Porres, Rímac, La Víctoria, etc con oltre il 60%. Risultati questi che lasciano prevedere la vittoria di Keiko Sofia Fujimori Higuchi (1975) al quarto tentativo, dopo le elezioni perse nel 2021, 2016 e 2011.
Detto ciò, cosa possiamo leggere dietro ai numeri?
Questi dati sono sostanzialmente gli stessi del 2021 all’epoca espressi ‘contro’ il candidato di sinistra Castillo, e sempre a favore di Fujimori. Significa che il comportamento elettorale è fortemente marcato contro candidati “di sinistra”, propendendo per politici a favore della sicurezza, dello sviluppo e della stabilità economica (liberale) e a favore dell’ordine sociale. Non importa che a portare avanti questi messaggi sia la figlia di un dittatore, corrotto e criminale, che lei ha sempre difeso. Da anni il Parlamento di Lima è controllato da lobby e da gruppi di potere inossidabili dichiaratamente razzisti e clientelari, e a favore di attività economiche non sempre lecite.
Per qualcuno potrebbe essere stucchevole o poco produttivo ripercorrere, seppur a volo d’uccello, le radici storiche di questo conflitto, o di questi conflitti, le numerose fratture di un Paese diverso (campagna vs città, Ande vs Lima/costa, criollos/blancos vs campesinos/indigenos e così via) e sottolineare quanto questi risultati siano manifestazioni di queste differenze strutturali, e non congiunturali, quanto siano profonde le divisioni sociali e le disuguaglianze in un Paese che segna percentuali di crescita economica del PIL in maniera decisa (3-6%/annuo), ormai da un paio di decenni, ma senza ripercussioni favorevoli sulle condizioni di vita delle persone. Soprattutto delle aree rurali e amazzoniche. Un Paese dominato dalla pratica economica dell’estrattivismo minerario, agricolo e turistico, un Paese leader mondiale per accaparramento delle terre (land grabbing), come racconta il report I padroni della terra Focsiv 2023 https://www.focsiv.it/i-padroni-della-terra-le-raccomandazioni-politiche/ ).
Ed è proprio in queste aree di estrattivismo, violazione della natura e dei diritti dei popoli originari e contadini, nelle regioni dei conflitti ambientali e sociali che si radica il bolsón elettorale di Sánchez, o meglio il bolsón elettorale anti-fujimorista. Perché Keiko, indubbiamente, rappresenta il modello economico dominante, predatorio delle risorse naturali del suolo e del sottosuolo.
Il Paese di Papa Leone XIV e le tre T di Francesco.
Il Peru è il Paese adottivo di Papa Leone, Prevost ha infatti avuto la cittadinanza peruviana ed è stato vescovo di Chiclayo dal 2015 al 2025, quando è stato eletto Papa successore di Francesco. A sua volta Bergoglio, il primo Papa latinoamericano, mise al centro del proprio magistero sociale le cosiddette “tre T – Tierra, Techo y Trabajo” per esigere maggiore giustizia sociale, diritti e dignità per le persone più vulnerabili: la terra per i contadini e l’agricoltura familiare, una casa dove poter vivere e lavoro dignitoso per tutti. Un messaggio importante e decisivo se pensiamo che il Peru, come altri Paesi dell’area peraltro, è piuttosto governato da altre tre parole d’ordine che sono “Oro, Droga y Tierras”: l’oro, al pari del rame e delle terre rare, sempre più al centro degli interessi delle multinazionali simbolo del modello estrattivista imperante, predatorio e distruttore di ambiente e comunità locali; Droga perché il Perù continua ad essere uno dei principali Paesi produttori di coca e Terre come accaparramento di terreni per queste attività e per l’agricoltura da esportazione per i mercati nordamericani ed europei: produrre alimenti con alto valore aggiunto, e ad alto impatto ambientale, da esportare in mercati internazionali a discapito di prodotti per il mercato interno e per il consumo locale. Tre attori mafiosi, infiltrati nello Stato, che frenano e impediscono qualsiasi percorso di giustizia sociale e di repressione della vera criminalità e delinquenza.
Chi era Alberto Fujimori?
E’ stato un Presidente eletto (1990) e poi dittatore del Perú fino al 2000, condannato per crimini contro l’umanità, rifugiatosi in Giappone venne arrestato in Cile nel 2005 e condannato a 25 anni di prigione nel 2009 per essere il mandante di esecuzioni extragiudiziali, corruzione e uso di fondi pubblici a fini illeciti. Venne amnistiato nel 2022, scarcerato nel 2023 e morì nel 2024.
Ci tocca Keiko?
Quindi, toccherà a Keiko Fujimori governare questo Paese per i prossimi cinque anni? Se sarà così, e pensiamo che lo sarà, sarà una pessima notizia per gli attivisti, i difensori dei diritti umani e ambientali, i sindacati, per la stampa libera e investigativa, per le ong e le associazioni della società civile peruviana, e per chi, come noi di ISCOS EMILIA-ROMAGNA ETS, cerca di sostenere lotte di giustizia sociale e percorsi di reale miglioramento di vita di famiglie e comunità locali.
Qui il link ai progetti di ISCOS ER in Perú.


